Venezuela, il presidente Maduro potrebbe avere le ore contate

Il 29 marzo 2017 è la data chiave che ha fatto esplodere il malcontento in Venezuela: in questo giorno l’Assemblea nazionale – che possiamo identificare come il parlamento – si è vista indebolita e privata della sua funzione di argine al potere presidenziale. La decisione della Corte Suprema ha duramente colpito l’Assemblea per la sua insistente opposizione all’operato del presidente Nicolas Maduro, in questi anni divenuto sempre più impopolare. Anche se la sentenza è stata annullata tre giorni dopo, il malcontento non è diminuito e nelle piazze si sono riversate migliaia di persone per protestare contro l’erede di Chavez. Nel frattempo Maduro continua a governare senza una seria considerazione parlamentare. Difficilmente la situazione potrà cambiare in maniera pacifica.

Il Venezuela sta attraversando una fase difficilissima della sua storia economica e politica. Il paese nel centro delle Americhe ha più riserve di petrolio dell’Arabia Saudita e una popolazione di circa 30 milioni di persone, ma si trova nel mezzo di una recessione profonda, forse tra le più gravi nel mondo, causato in larga parte dal crollo dei prezzi del petrolio, settore in cui sono stati fatti grandi investimenti nazionali nell’ultimo decennio. Mentre in alcune città ci sono code agli alimentari come non se ne vedevano dal secondo dopoguerra, lo scontro politico tra governo e Assemblea non fa che aumentare la tensione in Venezuela, ormai sull’orlo di una rivolta popolare. Nicolas Maduro però resta saldamente al potere, difendendosi dagli attacchi dell’opposizione parlamentare e cercando di prendere tempo. L’annuncio di un’assemblea costituente del popolo ne è un tentativo.

È grazie a Mr. Chavez che il presidente venezuelano riesce a rimanere ancora al potere. Proprio il predecessore, durante la sua presidenza di 14 anni, ha indebolito in modo sistematico tutte le principali istituzioni del paese. Le mosse politiche accumulate in anni di riforme, a favore del partito di governo, non garantiscono però la cancellazione dell’opposizione parlamentare. L’Assemblea nazionale è infatti l’unica istituzione rimasta indipendente. La Corte Suprema, la magistratura e le forze armate rimangono invece in mano al presidente. Maduro può fare richiesta alla Corte Suprema di annullare le decisioni dell’assemblea. Oppure aggirare l’ostacolo, come ha fatto l’anno scorso: quando un referendum contro Maduro sembrava poter fermare il suo governo, il consiglio elettorale – stratagemma trovato all’occorrenza – ha ritardato e di fatto bloccato quel voto.

L’affronto alla funzione parlamentare è stato e continua ad essere insopportabile. L’opposizione ha chiesto la sostituzione dei giudici responsabili della decisione del 29 marzo dalla Corte Suprema e la convocazione delle elezioni generali entro quest’anno. Viene anche sollecitata la creazione di un canale umanitario per il trasporto dei preziosi medicinali – anche quelli più basilari – che al momento scarseggiano in Venezuela. Nell’ultimo anno, infatti, il tasso di mortalità infantile e di malati di malaria è drammaticamente in crescita. Senza che i prigionieri politici vengano rilasciati, e le altre richieste ignorate, l’opposizione è giunta alla conclusione che l’unica alternativa possibile è scendere in piazza. Si spera che le dimostrazioni pubbliche diano prova di quale sia la maggioranza reale del paese. Ma la dura repressione da parte delle forze di polizia e del governo lasciano spazio a prospettive rivoluzionarie. Prospettive di origine non solo popolare.

Maduro ha uno strumento che gli sta concedendo ancora grande potere: l’esercito. L’istituzione è formalmente neutrale, ma nei fatti risulta fortemente politicizzata. Funzionari o ex ufficiali lavorano attivamente all’interno dei ministeri, alcuni ai vertici (11 ministeri su 32 appartengono a personalità provenienti dall’ambiente militare). Inoltre alcuni settori economici sono gestiti da esponenti delle alte sfere militari venezuelane, tra cui il blocco della distribuzione alimentare. Questa crescente importanza data all’esercito ha consentito a questa, ormai divenuta, élite di prendere un ruolo di forte influenza sul governo del paese. Una condizione, quella attuale, che gli alti funzionari militari vorranno mantenere a tutti i costi oppure, addirittura, sovvertire a proprio vantaggio quando Maduro sarà messo con le spalle al muro. 

Rimangono dunque gravi le pressioni sul governo: l’economia è in caduta con il rischio di uno schianto tale da causare un rovesciamento del potere per mano di una ribellione popolare; diminuiscono i soldi nella casse venezuelane con il venir meno dei guadagni dal business petrolifero; possibili diserzioni tra i ranghi medi e bassi dell’esercito stanno destabilizzando anche uno dei fondamentali sostegni al governo di Maduro. Anche se le elezioni tardano ad arrivare o verranno continuamente rigettate, Maduro ha davanti a sé una strada tutta in salita, minata da una popolazione arrabbiata e da amici sempre meno vicini.

Daniele Monteleone


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