L’amministrazione Trump tra Canada e Messico

Il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump, già dalla sua campagna elettorale, sembra mostrare un profilo di peculiarità che lo differenzia da tutti i suoi predecessori. 

A seguito della nomina, il neo Presidente non ha esitato ad utilizzare un linguaggio colorito, che aveva già macchiato la sua campagna elettorale, decisamente lontano da ciò che può essere definito “politically correct” e certamente non consono alla figura di un rappresentante. Ha sfruttato la potenza divulgatrice dei social network per diffondere messaggi accusatori, talvolta inopportuni e dai toni offensivi nei confronti delle autorità di Stati stranieri o di intere popolazioni; la presunzione che sembra contraddistinguere il tuo atteggiamento contribuisce a raffigurarlo come uno dei Presidenti meno diplomatici della storia degli Stati Uniti d’America.

In merito alla gestione degli affari della Casa Bianca, il Presidente Trump ha intenzione di revisionare le normative di diversi settori, da quello economico a quello sociale, prevedendone delle puntuali modifiche, al fine di portare avanti il principio sancito in uno dei più famosi slogan della sua campagna elettorale: “America first”.

Tra i vari mutamenti legislativi annunciati, ha fatto discutere la dichiarazione pubblica del neo Presidente in base alla quale emergerebbe una chiara volontà di rivedere l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico. Il North America Free Trade Agreement (NAFTA) è un accordo siglato, per l’appunto, da Canada, Messico e Stati Uniti nel 1992 ed entrato in vigore nel 1994, con il principale scopo di garantire il libero flusso di beni e servizi e di eliminare tutte le barrire tariffarie.

Nasce sulla base dell’ispirazione proveniente dall’Unione Europea, ma si distingue da quest’ultima anche perché non crea organi sovranazionali con competenze specifiche. Stati Uniti, Canada e Messico, costituiscono una triade che ricopre totalmente il territorio del Nord America e che coinvolge una quantità consistente di denaro e posti di lavoro.

Le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Canada sono “eccezionali” e molto diverse da quelle con il Messico, ha specificato il Presidente Trump, tentando di mantenere inalterati i rapporti con il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, che ha rimarcato l’importanza di portare avanti il NAFTA, considerati gli alti interessi che questo disciplina.

L’ambito che più ha fatto discutere, tuttavia, è quello inerente l’immigrazione, tema che, tra l’altro, ha messo il luce la piena contrapposizione delle politiche statunitensi e canadesi in tema di accoglienza migranti. Trump ha decantato il contenuto dei suoi provvedimenti di espulsione, definendoli come “scelte di buon senso” e specificando che questi sono rivolti esclusivamente a coloro che hanno commesso in precedenza dei reati; al contrario, il premier Trudeau ha elogiato la sua politica di apertura ai rifugiati e a “tutti coloro che fuggono da guerra e terrore” e ha precisato che la forza del Canada si trova proprio nella diversità e nell’eterogeneità.

Il primo vertice tra Trudeau e Trump alla Casa Bianca ha messo in risalto l’abissale differenza tra i due personaggi politici e sembra essere accompagnato da grandi preoccupazioni, soprattutto da parte del Premier canadese, il quale ha come principale obiettivo quello di evitare conflitti con gli Stati Uniti, nonostante le diverse criticità emerse soprattutto sul fronte del Trattato NAFTA e della politica migratoria. Se nei confronti del Primo Ministro Trudeau, Trump si è mostrato aperto al dialogo e interessato a portare avanti tutti gli accordi commerciali preesistenti, lo stesso non può essere detto con riguardo ai rapporti con il Messico. Tra Stati Uniti e Messico, nel corso della storia, ci sono stati diversi conflitti che hanno contribuito a creare relazioni non totalmente pacifiche; la situazione sembrava essere totalmente placata grazie alla politica di Obama, che aveva messo fine a tutte le pregresse questioni irrisolte.

Donald J. Trump, invece, sembra avere una vera e propria ossessione per il Messico e la questione si è fatta sempre più spinosa in rapporto all’annunciata volontà del neo Presidente statunitense di costruire un muro al confine con il Messico.

A nulla sono servite le parole del Presidente messicano Enrique Pena Nieto, che con umiltà ha chiesto di rispettare la propria sovranità nazionale e ha specificato che il Messico non crede nei muri e non intende finanziarli. Il muro è conosciuto in Messico come “muro della vergogna” e la sua ratio è quella di fermare o, almeno, ridurre il traffico di droga e l’immigrazione illegale.

In realtà il muro esisteva già, la sua costruzione aveva avuto inizio sotto la presidenza di George H. W. Bush, nel 1990 e rientrava nel piano strategico della cosiddetta “prevenzione attraverso la deterrenza”.

Tra Stati Uniti e Messico, tuttavia, non c’è soltanto una barriera fisica al confine: c’è anche un “muro politico ed economico” che sta diventando sempre più consistente a causa della svolta protezionistica degli Stati Uniti e della politica di Washington che sembra idonea più a creare divisioni e populismi, che ad unire i cittadini contro la criminalità. Il muro è anche culturale e sociale, i cittadini messicani continuano a sentirsi discriminati e le scelte politiche finora intraprese alimentano pregiudizi a avversità.

Il 28 Marzo 2017 l’amministrazione Trump ha formalmente chiesto 1 miliardo di dollari per costruire i primi 99,7 chilometri di muro con il Messico, richiesta contenuta nella manovra di aggiustamento di bilancio e che appare come una sorta di anticipo sull’ammontare economico totale necessario per costruire il suddetto muro.

Che la politica di Trump sul tema migrazione sia molto estremista e poco umanitaria è confermato anche dal suo ordine esecutivo volto a bloccare l’arrivo delle persone provenienti da alcuni Paesi a maggioranza musulmana per motivi di sicurezza nazionale.

Da molti palesemente criticato e da tanti tacitamente sostenuto, il Presidente Trump si presenta come uno dei leader più carismatici dell’età contemporanea e, nell’auspicio che la sua rigida personalità politica si smorzi – almeno nelle materie che coinvolgono i diritti umani – non si può che constatare che la differenza di trattamento nei confronti dei due suoi vicini, Messico e Canada, potrebbe risvegliare, nell’ipotesi messicana, sopiti dissapori tra i due Stati e nell’ipotesi canadese, nuove controversie diplomatiche; nelle more dell’ondata di populismo, che va dalla Brexit all’ala più estremista del Partito Repubblicano, potrebbe essere necessario recuperare quei valori di tolleranza, partecipazione, diversità e libertà che avevano reso gli Stati Uniti una delle più grandi potenze mondiali e che rappresentano, forse, l’unica strada per realizzare il contenuto del secondo slogan politico del neo Presidente: “Make America great again”.

Adriana Brusca


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