Donald Trump, l’eccezione che conferma la regola del malcontento popolare

“Not my president, not my president”, recitava uno dei tanti cartelli sventolanti nelle manifestazioni avvenute in questi giorni nelle diverse città degli Stati Uniti d’America. È la reazione rabbiosa e delusa di chi sembra non essersi risvegliata da un incubo. A far le vesti di uomo nero Donald Trump, la cui vittoria inaspettata nell’election day pare abbia destabilizzato il mondo intero e ancora di più il contesto politico americano.

In tanti hanno sollevato dubbi e perplessità sulla capacità del tycoon di rappresentare e unire l’intero elettorato statunitense. Non solo all’esterno, ma soprattutto tra le proprie mura. Le sue recenti parole dal tono istituzionale fanno da contraltare all’immagine che lo stesso Trump si è costruito nel corso di tutta la campagna elettorale. Ossia, leader di un movimento ampio che trova le sue basi nell’America bianca, vecchia e tradizionalista, ma anche giovane e precaria. Non solo naturalmente. Ma è chiaro come la gente di Trump abbia soprattutto queste precise caratteristiche.

Il nuovo presidente ha vinto cavalcando quel malessere che è covato negli anni nelle periferie e nelle cittadine isolate. Quelle che silenziosamente erano il motore economico e industriale, e che adesso non ci stanno a crollare sotto i colpi degli effetti della globalizzazione. In una parola sola: malcontento. Questo ha trascinato Trump alla vittoria. O meglio questo, Trump, è riuscito a recepire e sfruttare. Certo, c’è chi solleva una questione legittima. Può un miliardario, un affarista con più di una magagna legale, rappresentare chi ha pagato le conseguenze delle bolle finanziarie e delle crisi economiche? Domanda a cui forse non è semplice rispondere. Sta di fatto, però, che The Donald  è diventato un punto di riferimento per questa porzione di società civile americana.

Non è errato parlare dell’arrivo dell’antipolitica in America. La vittoria di Trump non è tanto diversa dalle affermazioni che hanno travolto negli ultimi anni l’Europa. Non vi è competizione elettorale nel vecchio continente, ormai, qualsiasi essa sia, che non debba affrontare il pericolo dei movimenti e dei partiti antisistema. Ne è stata vittima l’Italia nel 2012 con l’exploit del Movimento Cinque Stelle. È avvenuto in Spagna con Podemos. Ed è accaduto in contesti elettorali locali e regionali in Francia e Germania con Marine Le Pen e l’Afd. E nel prossimo futuro chissà quante altre.

C’è un filo che lega quanto avvenuto negli Stati Uniti d’America e quanto accade da anni nel nostro continente. Ed è caratterizzato dalle stesse situazioni, dalle stesse problematiche, economiche e sociali, che finiscono per essere capi d’accusa per il mondo politico. Trump, d’altronde, non era un suo esponente. Ma dall’alto del suo essere profano, dissacrante a volte, ha messo in discussione alcuni punti fermi della politica americana, ha attirato le attenzioni di chi era stanco dei vari Clinton e Bush. La sua vittoria è duplice. Non solo ai danni dei democratici, ma anche verso i repubblicani, mai a suo fianco, e per certi versi suoi primi nemici. Per questo il successo di Trump è un segnale in senso antipolitico. Non un caso, piuttosto l’eccezione che conferma la regola.

Mario Montalbano


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