Calais: cronache di un disastro annunciato

Calais, città a nord della Francia, è uno dei punti di transito più strategici e meglio posizionati dello Stato. Essa infatti, trovandosi nel punto più stretto del Canale della Manica, è sede di uno dei più trafficati tratti di collegamento con l’Inghilterra, il che l’ha resa negli anni dimora fissa di migliaia di migranti il cui obiettivo è raggiungere le coste inglesi.

Calais rappresenta un porto sicuro per i migranti già dagli anni ’90 quando, a causa delle guerre in Bosnia ed in Kosovo, iniziò un flusso migratorio diretto verso l’Europa centrale. La difficoltà di superamento delle varie dogane portò i migranti a fermarsi a Calais dove, nel giro di qualche anno, iniziarono a presentarsi situazioni di forte disagio, che spinsero il governo francese nel 1999 ad aprire un capannone a Sangatte, a pochi chilometri da Calais. Destinato ad accogliere 600 migranti, è superfluo dire con quale velocità tale numero venne superato, raggiungendo un picco stimato di 2000 persone e generando condizioni di vita inumane, forti carenze sanitarie e di gestione dello stesso stabile. Sangatte, a pochi chilometri dal tunnel della Manica, che collega la Francia con l’Inghilterra, divenne presto il trampolino di lancio per tutti i coraggiosi intenzionati a raggiungere l’Inghilterra attraverso viaggi di fortuna per mezzo di tir che percorrevano l’autostrada. Il centro venne presto sgomberato (nel 2002), con grande sollievo del governo britannico, sempre proteso a politiche di sicurezza dei propri confini e sentitosi minacciato dall’arrivo di centinaia di migranti proprio a causa di quel tunnel. La chiusura del centro non fermò comunque il relativo arrivo di migranti. Inoltre risale proprio al 2003 la firma del Trattato di Touquet, nel quale si legge: «L’afflux massif d’immigrés, tentant de bénéficier de la législation britannique plus favorable en matière d’asile, a été principalement observé lors de l’existence du centre de Sangatte. En conséquence, la mise en oeuvre de bureaux de contrôles nationaux juxtaposés dans les ports de la Manche et de la mer du Nord des deux États est apparue nécessaire, afin de faciliter l’exercice des contrôles frontaliers. Chaque État autorise ainsi ses agents à remplir leur mission sur le territoire de l’autre État. Ce dispositif a pour objectif de lutter contre l’immigration irrégulière à destination ou en provenance du Royaume-Uni». Il Trattato mira proprio a gestire i flussi migratori in maniera repressiva, cercando in tutti i modi di contrastarli e creando un inevitabile ingorgo proprio nell’area di Calais, dove i migranti continuano ad arrivare. Per di più il trattato autorizza gli agenti di polizia ad effettuare i controlli di frontiera nel territorio dell’altro Stato … un’interferenza nella gestione interna dei flussi quantomeno esagerata.

Le politiche di deterrenza messe in atto dai due Paesi non generarono comunque gli effetti auspicati ed è così che le strade di Calais divennero ancora una volta punto di sosta temporanea di centinaia di migranti, che in poco tempo crearono una grande baraccopoli, in seguito denominata “Giungla”.

Nel gennaio di quest’anno, dopo 14 anni dalla chiusura di Sangatte e la nascita di diversi campi improvvisati e successivamente sgomberati, il governo francese ha approvato un progetto che vedeva la sistemazione in quell’area di prefabbricati e container affidati alla gestione dell’associazione Vie Active. «Presentato come “umanitario” – scrive La Parisienne Liberee nel suo articolo Les containers de la honte – il nuovo campo di Calais è circondato da un recinto video-sorvegliato, controllato da un sistema a riconoscimento biometrico, senza acqua, né docce, né possibilità di cucinare. I rifugiati dicono che sembra una prigione e molti rifiutano di andarci. Hanno ragione: dietro quelle file di container riscaldati si profila una trappola securitaria.»

A Calais un grande aiuto è dato da centinaia di volontari provenienti da tutto il mondo che riescono a rendere la vita dei migranti più vivibile, provvedendo a cibo, informazione, istruzione, servizi sanitari e legali.

La situazione nel campo di accoglienza diventa insostenibile quando nell’agosto del 2016 vengono censiti quasi 7.000 migranti ed è così che a metà ottobre il governo ordina il suo smantellamento.

Le ruspe iniziano le demolizioni e nel campo, diventato ormai di fissa dimora per molti, insorgono le prime proteste e cominciano a divampare incendi di ribellione. Data la natura precaria ed a tratti abusiva del campo, è difficile basarsi su dati certi relativi al numero di migranti residenti nel campo. Alcune associazioni hanno stimato un numero pari a 10 mila individui in un campo la cui densità raggiunge livelli esorbitanti.

Il 24 ottobre arrivano i primi pullman per il trasporto dei migranti nei diversi centri di accoglienza ed orientamento (Cao) allestiti in varie regioni della Francia. Braccialetti di colori diversi indicano poi le preferenze dei migranti, alcuni dei quali ostinati a rimanere nel campo. Nello sgombero, rilevante è la questione dei minori non accompagnati; ad alcuni dei 1.291 (dati dell’organizzazione France Terre d’Asile del 12 ottobre) è stata data la possibilità di raggiungere l’Inghilterra per ricongiungersi alle famiglie, per gli altri invece la questione, che è ancora aperta, preoccupa seriamente il presidente francese, il quale ha richiamato l’Inghilterra nel considerare il suo moral duty.

Circa le cause che hanno determinato la decisione della scorsa settimana, sicuramente ricadano le condizioni di vita inumane e malsane, determinate anche dalla forte minaccia avvertita dai migranti di ripercussioni dalla polizia francese, già protagonista in passato di violenze gratuite.

Tra le tante contribuiscono le proteste della comunità locale che, scesa in strada contro il bidonville, aspettava da tempo lo smantellamento del campo e lo smistamento dei profughi, e le già citate pressioni da parte del governo britannico intento a proteggere i suoi confini. Non stupisce quindi che l’Inghilterra intenda costruire proprio a Calais un muro anti-migranti di oltre 4 metri di altezza e che si estenderà per circa due chilometri lungo i tratti autostradali che conducono al porto della città, per assicurare la sicurezza degli autisti, i cui mezzi subiscono l’incursione degli abitanti del campo. Scelta precaria, che si limita a spostare il problema ad un’altra zona, senza una effettiva soluzione.

C’è chi poi sostiene che lo smantellamento sia stata una scelta tecnica e che tra le cause è da rinvenire il progetto ElecLink, una grande opera anglo-francese che connetterà le forniture elettriche delle due nazioni e che vedrebbe coinvolta proprio l’area di Calais. Di questo si trova riscontro anche nel sito della ElecLink il quale scrive: «ElecLink is a new project to design, install and operate an HVDC 1000MW electricity interconnect or between France and Great Britain via the Channel Tunnel».

Innegabile che tra le cause che hanno portato il governo francese a questa decisione risieda anche il suo prossimo obiettivo: garantire condizioni di vita più sicure ed un sistema di smistamento più efficace per coloro i quali intendano avviare la procedura di asilo in territorio francese.

Le conseguenze di questi sgomberi saranno più evidenti tra qualche mese, ma già da ora si evidenzia un notevole incremento di migranti negli accampamenti a nord di Parigi. François Guennoc, vice-presidente dell’associazione L’Auberge des Migrants, prevede inoltre la nascita di altri campi, come conseguenza naturale dell’eliminazione dei precedenti; perché sì, il motivo principale di trattenersi vicino ad un confine o ad un Canale è ovviamente quello di superarlo. Ci si attende dunque l’arrivo di altri migranti a Calais, punto, già detto, di fondamentale importanza per coloro i quali sono intenzionati a solcare le coste britanniche.

 Ma, in generale, per i rifugiati regna la terribile incertezza sul loro futuro, la paura di essere deportati nel paese d’origine o di essere detenuti, separati dalla piccola comunità che erano riusciti a creare. E vi è l’ansia di arrendersi all’inevitabile dolore misto al sollievo. Sarà il nuovo luogo migliore e più sano o semplicemente più lontano da dove si desiderava andare? (Maria Margaronis – The Guardian).

Martina Costa


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