Venezuela, Maduro dichiara lo stato d’emergenza

Di Mario Montalbano – Una crisi senza fine, politica ed economica, che si trascina da anni, e che adesso emerge, agli occhi del mondo, con tutta la sua drammaticità. Questo è lo status odierno del Venezuela. Lontano sembra ormai il tempo del rilancio economico dovuto all’estrazione, al raffinamento, e all’esportazione dell’oro nero. Proprio a causa del crollo del prezzo del petrolio dell’ultimo biennio la situazione è inevitabilmente degenerata, segnando duramente l’economia di Caracas, i cui dati riportati dal Fmi e dalla stessa Banca centrale del Venezuela appaiono quanto mai inquietanti, ed evidenziando, al contempo, una situazione politica preoccupante.   

Da mesi ormai la popolazione scende in piazza a protestare contro il governo guidato dall’ex delfino di Hugo Chavez, Nicolàs Maduro, reo di non riuscire a cambiare strategia economica di fronte ad una crisi, che sta mettendo in ginocchio la quarta forza sudamericana.

A peggiorare il quadro, ci ha pensato anche madre natura, con un periodo di siccità, che ha colpito parte del paese e in particolar modo la centrale idroelettrica che assicura il 70% dell’energia totale. Da qui, un primo provvedimento, ad inizio d’Aprile, a cui Maduro è stato, in qualche modo, costretto a ricorrere, per cercare di risparmiare energia. Un decreto che prevedeva tra le altre cose, la riduzione della settimana lavorativa per i mesi di Aprile e Maggio (per i lavoratori pubblici persino solo per 2 giorni) e della corrente elettrica giornaliera (4 ore). Limitazioni energetiche, che hanno finito ulteriormente per colpire le famiglie venezuelane, costrette da mesi anche ad una razionalizzazione forzata degli alimenti, dovuta all’incremento spaventoso dell’inflazione, che ha reso inaccessibili i pasti anche più basilari.  

Misure d’austerità, che hanno visto la ferma resistenza dei partiti d’opposizione, i quali con una raccolta di firme, stanno spingendo per l’indizione di un referendum per la destituzione del presidente, che, al contrario, non molla e anzi rilancia. Acuendo il proprio scontro con il Parlamento -dalle elezioni di Dicembre nelle mani dell’opposizione- reo, secondo Maduro, di ordire un golpe assieme alle forze straniere, su tutti Stati Uniti e la vicina Colombia.

Da  qui, l’annuncio dello stesso di un ulteriore proroga dello stato d’emergenza per altri 60 giorni, in cui oltre a disporre il sequestro di tutte le fabbriche che hanno interrotto la produzione a causa della crisi economica ed energetica, è prevista anche l’assegnazione di poteri speciali allo stesso Maduro, “sufficienti per respingere il colpo di Stato e la guerra economica”, preparata, a suo dire, a puntino da Washington in combutta con le forze d’opposizione.

Misure, che sanno tanto di gesto disperato di un presidente ormai alle strette e per certi versi isolato, e che, dalle previsioni dell’intelligence americana, e dai sondaggi svolti tra la popolazione venezuelana, sembra giunto al definitivo capolinea. Lo sperano le opposizioni politiche, e sicuramente gli Stati Uniti, che in prosecuzione del piano di Obama di avvicinamento con parte dell’America Latina (come fatto con Cuba, Colombia e Argentina) proverebbero, senza dubbio, a restaurare un dialogo con un paese, negli ultimi anni, considerato “una minaccia straordinaria contro la sicurezza”.

Ma, soprattutto, lo sperano i venezuelani, che al netto di un territorio ricco e pieno di risorse, si trovano nel bel mezzo di una delle crisi, in particolar modo sul piano umanitario, tra le più complesse della sua storia.


 

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