Un presidente americano a L’Avana dopo 88 anni

Di Mario Montalbano – Da Calvin Coolidge a Barack Obama. Il passo non è stato assolutamente breve,  tutt’altro. 88 lunghissimi anni, tanto si è dovuto attendere per vedere un presidente americano mettere materialmente piede a L’Avana, capitale della Repubblica cubana, se si esclude la visita nel 2002 dell’ex Jimmy Carter.

Anni di tensione e di relazioni complesse, iniziati nel 1959 con la rivoluzione guidata dai barbudos di Fidel Castro che rovesciò il governo filoamericano di Fulgencio Batista, ed acuitesi nel tempo, tra crisi missilistiche scampate durante il periodo della guerra fredda, l’entrata in vigore dell’embargo, la questione dell’immigrazione clandestina, Guantanamo e tanto altro. Adesso la svolta, che apre spiragli verso una nuova era di relazioni tra Stati Uniti d’America e Cuba, e non solo direi, data l’importanza nel contesto latino-americano che la visita potrebbe assumere nel continente.

Un’apertura al dialogo, partita ed annunciata il 17 Dicembre 2014, con lo scambio di prigionieri, Alan Gross e tre componenti dei Cuban Five, che facevano da contorno ad una generale intenzione da parte statunitense di allentare nel tempo gli effetti dell’embargo, grazie anche, come dai più evidenziato, al ruolo diplomatico del Vaticano, e in particolare di Papa Francesco. È stato proprio Bergoglio a rilanciare l’importanza de L’Avana quale ponte per il miglioramento delle relazioni internazionali con l’America Latina. Spunto raccolto tanto da Raul Castro quanto da Barack Obama, il quale avrà studiato attentamente il tentativo del leader cubano di avviare una nuova politica estera. L’allontanamento progressivo dal Venezuela di Maduro, in parte dovuto alla crisi vigente in quest’ultimo, e l’avvio di negoziati (a quanto sembra fruttuosi), con altri attori internazionali, UE su tutti, e la mediazione svolta nella spinosa questione Farc-governo colombiano. Tutti elementi di prova, che Washington ha visto certamente di buon occhio.

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Manifesto che dava l’idea dell’attesa per l’arrivo di Obama (credit: it.sputniknews.com)

“Todos somos americanos”. Con questa frase, Barack Obama annunciava la normalizzazione delle relazioni con Cuba, a cui hanno fatto seguito altre distensive azioni, come la visita del Segretario di Stato, John Kerry, e la partecipazione del rappresentante cubano alla riunione di Washington che sanciva la riapertura delle rispettive ambasciate. E adesso il tanto atteso viaggio ufficiale nella capitale cubana del presidente americano. Un passo certamente storico se si volge lo sguardo alle relazioni intercorse tra i due paesi, ma che, al netto dei facili entusiasmi, rappresenta solamente il primo di una lunga serie, dato i punti ancora controversi su cui le parti sembrano mantenere una distanza difficile da colmare. Resta il fatto, che la visita sia avvenuta in un contesto relativamente amichevole (vedasi l’inno nazionale americano suonato prima della conferenza, o la partecipazione di Obama alla partita di baseball organizzata per l’occasione), con tanto di punzecchiature e rivendicazioni politiche ed ideologiche annesse da entrambi i versanti.

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Visita di Obama con la famiglia al centro de L’Avana (credit: Pete Souza)

Come quella di Obama in riferimento all’accoglienza ricevuta all’arrivo a L’Avana, alludendo al fatto che la famiglia ha dovuto girare il centro della capitale senza alcun accompagnamento istituzionale, in risposta a quella lanciategli sui diritti umani poco prima da Raul Castro. “Noi difendiamo i diritti umani”, sosteneva il fratello di Fidel, ritenendo inconcepibile che il governo a stelle e strisce non assicurasse il diritto  alla salute, al cibo e dei bambini. E non è un caso che il leader cubano abbia voluto punzecchiare il suo pari proprio su uno degli argomenti centrali del tavolo di negoziazioni, e tanto contestati da Washington. Dimostrazione di quanto il tema, su cui Obama chiede dei passi concreti a L’Avana, resti un nervo scoperto per il leader cubano. Vedasi, in questo senso, la reazione di Castro alla domanda di una giornalista sulla presenza di una lista di detenuti politici nell’isola. “Dice detenuti politici ? Lei ha i nomi ? Esiste una lista ? Se me la procura, le assicuro che entro stasera i programmi politici saranno liberati”.

Normali schermaglie della conferenza stampa congiunta tenutasi al Palazzo della Rivoluzione, dai cui contenuti affrontati traspare quanto lavoro le diplomazie dovranno ancora compiere. All’interno di un incontestabile riavvicinamento, è inevitabile che ci siano, d’altro canto, dopo anni di difficili relazioni, nodi da sciogliere.

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Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e il leader cubano Raul Castro al Palazzo della Rivoluzione (credit: tg24.sky.it)

Questo viaggio rappresenta un’opportunità storica di impegnarsi con il popolo cubano”, aveva detto il presidente americano il giorno prima davanti allo staff della neo costituita Ambasciata degli States nella capitale cubana. Una presa di posizione, che sapeva in qualche modo d’autocritica per gli errori compiuti nel passato dal suo paese, e al quale la sua amministrazione (siamo pur sempre in piena campagna elettorale) stava cercando, faticosamente, di dar soluzione. Chiaro il riferimento all’eventuale, ma tutt’altro che definito, allentamento dell’embargo, che tanto aveva negli anni inasprito il clima tra i due popoli, e sul quale Raul Castro spera di ottenere a breve dei risultati sostanziali per dar respiro alla sua disastrata economia. E che lo stesso leader cubano ha rilanciato con forza durante la conferenza stampa, evocandone l’immediata revoca. “Dipende dal Congresso…ma l’embargo finirà”, temporeggiava Obama, mantenendo fede sì a quell’atteggiamento di dialogo, ma mostrandosi deciso nel  premere sui punti controversi della realtà cubana, in particolare sui diritti umani, dove si è visto la suscettibilità cubana è visibile.

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Obama e Castro durante la conferenza stampa congiunta (credit: Ap)

Convinto che la partita per il futuro delle relazioni tra Usa e Cuba si giochi adesso, data anche l’imminente fuoriuscita dalla scena politica di Raul Castro, annunciata per il 2018, Barack Obama ha scommesso tanto con il viaggio a L’Avana in termini di eredità storica delle sue amministrazioni. Specie se il riavvicinamento con Cuba aprisse le porte ad un allentamento generale delle tensioni con parte del mondo latino-americano, soprattutto con la nuova Argentina di Mauricio Macrì. Una sfida dall’esito incerto, e che tante reazioni controverse ha suscitato in patria, in particolare dai candidati repubblicani alla presidenza originari dell’isola Marco Rubio e Ted Cruz, i quali hanno giudicato la visita un errore, un segno di debolezza di Obama di fronte a quella che ancora oggi ha tutti i crismi di una dittatura. Eppure, al di là delle critiche e delle resistenti differenze tra le parti, il processo di normalizzazione sembra aver sortito già i primi effetti di novità: l’affluenza al concerto dei Rolling Stones, a suo modo storico se si pensa alla messa al bando del rock nel passato, e l’apparente e del tutto iniziale risveglio dell’opinione pubblica cubana, con giornali e blog che hanno cominciato a sollevare questioni e temi una volta tabù e a criticare l’operato dei leader più anziani. Tutti piccoli segnali da parte della comunità cubana, che vanno in direzione di un’apertura al mondo dopo anni di rigoroso isolamento. Troppo poco per esultare certo, ma pur sempre un inizio.


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