“la Voce” di Montanelli, il giornalismo di ieri e di oggi

“la Voce” fu un quotidiano fondato e diretto da Indro Montanelli. In edicola dal 22 marzo 1994 al 12 aprile 1995, nacque dopo l’addio di Montanelli al “Giornale”, quotidiano da lui stesso fondato e diretto per vent’anni. Dopo mesi di contrasto con l’editore Silvio Berlusconi, che aveva dichiarato di volersi candidare alle elezioni, Montanelli alla veneranda età di 85 anni fondò un nuovo quotidiano, portandosi dietro parecchi redattori del “Giornale”.

Ispirandosi alla rivista di inizio ‘900 diretta da Prezzolini, Montanelli volle creare un quotidiano totalmente indipendente e libero da influenze politiche, in un contesto ancora segnato dalle indagini di Tangentopoli e dal disfacimento della cosiddetta Prima Repubblica. Sin dal suo primo editoriale, Montanelli chiarì le linee guida del suo nuovo giornale: assetto azionario senza un vero e proprio padrone, disimpegno da qualsiasi forza politica, linguaggio e stile all’insegna della sobrietà e della pacatezza[1].

L’esperienza de “la Voce” fu breve ma intensa, rappresentò per un anno una spina nel fianco per entrambi i fronti del bipolarismo, nato proprio dal nuovo sistema politico della Seconda Repubblica; dalle sue pagine infatti partivano aspre critiche nei confronti del primo governo Berlusconi, ma invettive altrettanto forti contro i partiti di Sinistra. “la Voce” fu un giornale che da destra muoveva critiche ad un governo di destra ancor più di quanto facessero i quotidiani di sinistra. Lo stesso Montanelli più volte provò a spiegare questo strano atteggiamento, portando avanti coerentemente le sue opinioni conservatrici e liberal-democratiche, che aveva visto minacciate negli anni ’70 da sinistra e negli anni ’90 da destra o meglio da quella che appariva come destra dopo la “discesa in campo” del Cavaliere. La svolta “montanelliana” si registrò non solo nei contenuti del nuovo quotidiano, ma anche nell’aspetto grafico innovativo per i tempi. “la Voce” aveva sede a Milano, in via Dante 12, si caratterizzò per i molti articoli d’opinione, per i fotomontaggi, le numerose rubriche, la sezione cultura particolarmente curata (chiamata Il Caffè) e le pagine quasi prive di pubblicità. L’aver lanciato penne brillanti come Marco Travaglio, Peter Gomez e Beppe Severgnini ha fatto de “la Voce” una grande palestra di Giornalismo.

Le previsioni e le intuizioni di Montanelli su quello che sarebbe stato il “berlusconismo” furono smentite nel breve periodo, ma alla lunga si rivelarono quasi tutte perfettamente azzeccate. Le attività de “la Voce” andarono indebolendosi sia a causa della sfrenata concorrenza dei colossi già esistenti nel panorama giornalistico italiano, che soprattutto per il distorcimento complessivo del mondo dell’informazione (strapotere Tv e raddoppio del prezzo della carta). Montanelli inaugurò “la Voce” con una prima pagina raffigurante un’Italia spaccata a metà tra le facce di Berlusconi ed Occhetto, i due leader che si contesero le elezioni del ’94. Si congedò poi nel ’95 con un’editoriale dal titolo “uno straniero in Italia” col quale volle sottolineare ancora una volta le enormi difficoltà di esprimere certe idee e di portare avanti un atteggiamento, uno stile e dei valori in un Paese come l’Italia.

A distanza di 22 anni dall’inizio di quella avventura, non mancano di certo gli spunti di riflessione attorno a quel tipo di esperienza e diversi fatti ci dimostrano ancora oggi quanto la libertà di informazione, la capacità di critica ed il fare Giornalismo siano tutt’altro che scontati ed al sicuro. L’Italia, stando agli ultimi rapporti sullo stato dell’informazione e della libertà di stampa, sarebbe passata da Paese libero a Paese parzialmente libero, retrocedendo di parecchie posizioni in classifica: sotto accusa le numerose situazioni di conflitto d’interesse tra gruppi editoriali e politica. Spostandoci al di fuori dei nostri confini, sono di un paio di settimane fa le vicende del giornale Zaman in Turchia (vedi articolo Daniele Monteleone). I numeri agghiaccianti del rapporto di Reporter without borders, pubblicato a fine 2015, dipingono un quadro generale tutt’altro che roseo. Nel 2015 sono stati uccisi 110 giornalisti, tre quarti di essi svolgevano la professione in Paesi in cui non ci sono teatri di guerra. Il trend degli ultimi anni conferma il dato allarmante: 67 omicidi legati direttamente alla professione giornalistica nel 2015, 66 nel 2014 e 71 nel 2013: dal 2005 i giornalisti uccisi a causa del loro lavoro sono stati ben 787[2].

Far sentire la propria voce ancora oggi può quindi risultare pericoloso. Benjamin Constant sosteneva che “con i giornali, a volte c’è disordine; senza di loro, c’è sempre schiavitù”.

la Voce” montanelliana è stata un grande esempio di come tale insegnamento possa essere applicato. Fare Giornalismo è difficile ed a volte si rivela perfino rischioso, ma proprio per tali ragioni va considerata un’attività nobile, non un mestiere come tutti gli altri, ma un’esperienza da vivere come un’autentica missione. Possa “la Voce” di Montanelli fare da stella polare per un Giornalismo veramente libero da interferenze e condizionamenti, indipendente e foriero di civiltà.

Francesco Polizzotto


[1] “Ve l’avevo detto”, Berlusconi visto da chi lo conosceva bene; Bur saggi-Rizzoli

[2] Round-up of journalists killed worldwide 2015 by Reporters without borders

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