Delitto della stanza Rossa: quel duplice omicidio a Palazzo Sangiuliano avvolto nel mistero
Assume i tratti affascinanti e cupi di una oscura leggenda quello che commise il principe Orazio Paternò Castello, tra le mura del Palazzo Sangiuliano. Parliamo di un agghiacciante duplice omicidio.
Siamo a Catania, in uno stanzino remoto di Palazzo Sangiuliano, capolavoro barocco di Gian Battista Vaccarini: è il 1784 quando un urlo straziante squarcia la notte e sveglia il Marchese di San Giuliano, in Piazza Duomo. Suo figlio, il principe Orazio Paternò Castello, in quelle mura familiari protette da un “velo istituzionale”, commette un duplice omicidio.
La baronessa di Pullicarini Rosalia Petroso, presa in sposa all’età di sedici anni, era una donna di una bellezza disarmante, dai tratti eleganti e quasi angelici. Per questo suo fascino senza eguali, il marito Orazio, la teneva segregata nelle stanze della casa per accudire i tre figli, e non le permetteva di metter piede fuori per paura di un possibile tradimento.
La famiglia era stabilita al palazzo Sangiuliano, in Piazza Università, costruito in stile tardo-barocco, ricostruito post terremoto del 1693. La “Stanza Rossa” era l’unica camera del palazzo ad avere un nome, e corrisponde alle ultime due finestre in alto a sinistra. Qui avvenne il fatto.
Il delitto della stanza rossa di palazzo Sangiuliano
Era il 15 marzo del 1784, e il principe Orazio in preda ad una gelosia folle, pugnalò la moglie con un grosso coltello. Alle urla della donna, la dama di compagnia corse in soccorso della sua padrona, ma fu uccisa a sua volta. L’unica superstite fu la balia del figlio dei due coniugi, che in preda al panico lanciò per terra il bambino che teneva in braccio, e riuscì a scappare alla morte. Uscita dal palazzo richiamò l’attenzione dei passanti in piazza, urlando all’omicidio.

Con le spalle al muro, il figlio del marchese di San Giuliano si mise in fuga. Quello che avvenne dopo, rimase un mistero per mesi: nascondendosi prima nella chiesa di San Nicolò la Rena dove si dice volesse redimersi dai peccato e, con l’aiuto di due parenti (e secondo alcune leggende anche di poteri occulti), prese il mare e sparì dalla circolazione. La sentenza fu naturalmente molto aspra: condanna a morte e tutti i suoi beni confiscati. Con il passare del tempo, però, venne dato per disperso, e questo portò la ricerca a concludersi.
Cos’è successo davvero al principe di Sangiuliano
A tornare sul caso diversi decenni dopo fu un giovanissimo Antonino Paternò Castello, Viceré marchese di San Giuliano e sindaco di Catania. Il Viceré inviò a Catania il marchese Agostino Cardillo, suo vicario generale, per far luce sulla vicenda e trattenere l’uxoricida, che fu condannato a morte e i suoi beni confiscati.
Nobile intellettuale e profondamente curioso, era solito viaggiare per il mondo e vantava una lunga lista di contatti importanti. Un giorno, recandosi in Libia come spesso faceva, lesse le “Lettere da Tripoli” scritte e ricevute tra il 1783 e il 1893 dal console britannico Richard Tully: una sua anonima parente racconta dell’incontro con un “drugganeer”, un direttore delle dogane, e le confessa di essere in realtà il marchese di San Giuliano che pazzo d’amore per la moglie, dopo aver sentito voci di un suo tradimento con il Principe di Calabria, la fece seguire, scoprendo che i due si frequentavano effettivamente.
Fuori di senno, andò al palazzo e fece fuori la moglie e la serva. Da qui, si scoprì cosa successe in mare: navigò da Napoli e fu catturato da un turco e portato in Libia, dove cambiò religione seguendo la parola di Maometto, diventando un “rinnegato”, cioè uno di quegli europei islamizzati che ricoprivano ruoli di potere.
Il duplice omicidio tra leggenda e realtà
Nonostante non ci siano certezze che il racconto della parente di Tully parlasse proprio di Orazio, col tempo questa storia finì col radicarsi nella memoria collettiva, somigliando più ai racconti de Le mille e una notte che a un fatto di cronaca effettiva.
Le leggende che si crearono intorno furono diverse, alcuni dicevano che Rosalia fu murata viva in quella stanza, e il suo fantasma vaga ancora oggi in pena, per una morte ingiusta. In suo onore è stato dato il suo volto all’effige di Sant’Agata, in piazza Carlo Alberto, nella chiesa del Carmine, a Catania.


