Come se fosse oggi, l’esordio introspettivo di Maria Irene Phellas

Come se fosse oggi è il libro d’esordio di Maria Irene Phellas e appena lo si finisce di leggere viene quasi spontaneo mandare l’autrice “a quel paese”. Perché? Perché non si piangeva da un po’, o forse, non ci si guardava dentro da un po’.


Ecco come potremmo definire questo libro. Sembra proprio un diario, fatto di momenti sconnessi, lontani e poi vicini, dei “prima” e dei “dopo” messi lì non a caso, ma per bene, figli di un unico pensiero che è la ricostruzione di se stessi.

«La scrittura si è trasformata per me sicuramente in uno strumento terapeutico, sin da subito. Diciamo che negli ultimi anni ho affrontato anche delle difficoltà personali e di salute che in un certo senso sono andate un po’ a braccetto con la necessità di sfogare la profondità dei cambiamenti in atto». Una autoanalisi che, volente o nolente, costringe all’emulazione il lettore.

Tante domande che sembrano senza risposte, ma queste ultime le si trovano nella riflessione dell’autrice che, velatamente, ti accompagna verso la risposta che cercavi, che può essere differente per ognuno.

Come se fosse oggi
L’autrice, Maria Irene Phellas

Tra i capitoli molto privati dell’autrice, si frappongono altri che sono di riflessione comune. Ti ritrovi seduto in cerchio a una sessione di autoconsapevolezza, e nelle sue parole ritrovi le tue stesse paure, gli stessi desideri, la stessa consolazione. Come quel desiderio di andare via di casa, la voglia di appropriarsi del proprio tempo e delle proprie imperfezioni.

Quando leggi di quel vuoto ti senti tirato in causa perché quella sensazione è spiegata così bene. Epoi, in effetti, sai cosa lo riempie, e scopri che tu lo sapevi già. Solo che leggerlo ti aiuta a confermare che la risposta che sai tu può essere quella giusta. È come quando senti un ronzio che ti ossessiona e credi di essere impazzito, poi scopri che l’ape che ti gironzola intorno esiste, e dunque una volta individuato quel punto sai che puoi fare qualcosa per cacciare il ronzio.

Una terapia di gruppo che parte dall’autrice. Chiedendole dei suoi sentimenti nei momenti di rilettura del suo libro lei risponde così: «mi è servito molto riaprirlo e rileggerlo quasi come se fosse un’altra persona, la Me non più forte, perché si è forti anche proprio attraverso le debolezze. Però una Me più saggia, che alle volte mi apre il cuore per dirmi “Guarda Maria Irene che ce la puoi fare, o prendi un attimo e autorizzati a stare male” oppure  “c’è qualcuno che ha bisogno di te quindi fatti forza!”; è un mix di sensazioni sia quando l’ho scritto e quando gli altri mi dicono che cosa hanno avvertito nel leggerlo. Quando lo rileggo io stessa è una carezza che mi faccio. All’inizio ho provato molto imbarazzo e invece poi è venuto molto naturale riaprirlo».

Come se fosse oggi

Donare l’intimità

La sensazione che si prova leggendo alcuni capitoli è quella di quando ci si mette a origliare dietro una porta socchiusa. Sei coinvolto ma in incognito: quella fessura è volontaria, è lì appositamente per te. Alcuni ricordi dell’autrice sono dei veri doni di intimità, ed è facile entrare in empatia.

Se poi la si conosce (anche solo un poco), si percepisce in lei come se mostrasse solo la punta dell’iceberg. È l’Alice dietro lo specchio, in cui c’è un mondo infinito di emozioni, paure, sogni, sacrifici, dolore e amore.

«Ho sempre cercato di lavare i panni sporchi in casa, come si suol dire, e diciamo “ri-condividere” solo la patina bella di Maria Irene, un po’ come fai con le foto di Instagram, cioè filtrando tutto quello che non andava: quindi i brufoli e le imperfezioni dei miei stati d’animo. Se vogliamo usare una metafora, questa maschera si è fatta sempre più soffocante nel tempo e ho dovuto operare dei tagli a livello d’amicizia, delle rinunce, proprio per ripartire da zero, fino a riscoprire la me più autentica che pian piano sta venendo fuori. Sicuramente questo voleva essere un regalo a tutte quelle persone che hanno cercato di farmi parlare, di farmi aprire, di starmi vicino in tanti momenti e a cui io non l’ho permesso, e a tutte quelle altre persone che sono chiuse in maniera ermetica e si sentono distanti dagli altri, forse alle volte anche vittime di loro stesse, perché il loro dolore rimane inespresso e non condiviso».

Come se fosse oggi si pone inconsapevolmente come un esempio: ci mostra la parte sana del condividere, in un mondo fatto di condivisioni fallate e prive di spessore. In un meccanismo fatto di vetrine luminose ma al contempo fatiscenti, le parole dell’anima ci mostrano la vera bellezza e l’immensità di ciò che i molti chiamano “scantinato emotivo”. I bassifondi dei sentimenti adesso sono con i riflettori puntati, pronti a esibirsi ai nostri cuori.

Come un puzzle

Quando il libro finisce leggi le ultime frasi annacquate. Sono i nostri occhi. No, non capiterà a chiunque, ma solo a chi ne aveva bisogno. C’è sicuramente il bisogno di leggere questo libro, e la rotta che ognuno prende nella lettura, la capisce dopo i primi due capitoli: quando leggi il terzo capitolo prendi coscienza della piega che prenderà la tua lettura, se una piacevole passeggiata nei ricordi di qualcun altro o un tortuoso sentiero condiviso con il proprio dolore represso. La voglia di ricomporsi insieme all’autrice viene fuori passo dopo passo. Quando il libro giunge al termine, ci si domanda a che punto è questo puzzle. Ci siamo ricomposti per bene ma di certo manca sempre qualche pezzo.

«Credo che ci siano diversi pezzi di puzzle poi da continuare ad aggiungere, perché se Dio vuole la vita continua e non si finisce mai di conoscersi. Non solo di conoscere gli altri ma proprio di conoscere se stessi, e quindi ogni giorno è una presa di coscienza rispetto degli aspetti di me: di me in quanto essere umano quindi di persona facente parte dell’umanità.  Ho sempre detto e ribadito, anche alle mie presentazioni, che i sentimenti sono democratici e non c’è differenza, non c’è distinzione. È una frase che ascoltai, sentita da una persona cara un po’ di tempo fa e mi colpì molto quindi credo che sia giusto ricominciare un po’ a spogliarsi del perbenismo e finzione, e ripartire anche proprio dalle macerie di questa pandemia con lo stesso spirito con cui poi l’abbiamo iniziata, cioè mettendo al centro la collettività e il sentire dell’individuo che poi è il sentire degli altri, ecco, del singolo e dell’insieme».

Come se fosse oggi

Fatevi questo regalo. Provare a guarire la propria anima con un libro è il primo passo. Come se fosse oggi edito da Morphema, lo trovate nelle librerie e negli store online.


Virginia Monteleone

Responsabile "Eco Culturale". Credo che l’arte sia una scelta di vita, e che la si sceglie in vari modi: la si fa, la si spiega, la si vende o la si compra. Io la svelo nella sua semplicità.

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