Purchasing Power Parity, dalla teoria all’applicazione

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Cosa si intende per Purchasing Power Parity (PPP)? E quali sono gli indici di misurazione che ne derivano?


La “Purchasing Power Parity” (o “PPP”) – teoria introdotta nel 1918 da Gustav Cassel – fornisce tutti gli strumenti utili per comparare i livelli dei prezzi tra Paesi diversi, appartenenti alla stessa area valutaria o ad aree valutarie diverse, introducendo, in quest’ultimo caso, una relazione tra i prezzi e il tasso di cambio. 

Questa teoria – collocabile all’interno della cornice della scuola neoclassica – si basa sull’assunto che il tasso di cambio tra due Paesi dovrebbe essere uguale al rapporto tra i rispettivi poteri di acquisto. Tuttavia, spesso si verificano delle discrepanze dovute al fatto che, come per qualsiasi asset, una valuta ha un valore reale e un valore nozionale, che viene negoziato nei mercati finanziari. In questi casi, gli assunti della scuola neoclassica lascerebbero supporre che – in assenza di barriere al commercio – il tasso di cambio nel tempo dovrebbe subire delle variazioni utili a far raggiungere un perfetto equilibrio dei prezzi. 

Va evidenziato come una tale impostazione potrebbe non rappresentare in modo adeguato il potere di una valuta dato che (i) è “price oriented” e (ii) prende in considerazione, per ciascun Paese coinvolto nell’analisi, lo stesso paniere di merci senza includere altri fattori quali, a titolo esemplificativo, tasse, sussidi, concorrenza imperfetta e costi di transazione. Tuttavia, poiché l’arbitraggio del mercato internazionale dei beni dovrebbe essere eliminato nel tempo, gli assunti della PPP dovrebbero essere validi nel medio periodo. 

Un altro fattore che potrebbe compromettere la corretta rappresentazione del potere valutario di un Paese tramite la PPP, e che non verrebbe risolto dall’arbitraggio del mercato internazionale, è l’inflazione. A tal proposito, risulta utile distinguere la teoria di base della PPP fin qui esposta, conosciuta anche come Absolute Purchasing Power Parity (APPP), dalla cosiddetta Relative Purchasing Power Parity (RPPP) che è in grado di superare il suddetto limite riuscendo a rappresentare in modo adeguato il potere di una valuta. 

La RPPP, infatti, partendo dagli assunti della APPP, integra l’analisi riconoscendo una correlazione tra l’inflazione e i tassi di cambio valutari, prendendo in considerazione la quantità di merce (o servizi) che si è in grado di acquistare con una unità di valuta e come tale quantità può variare nel tempo in seguito alla variazione dei tassi d’inflazione.

Quindi, al fine di rendere più valido il confronto tra due valute, sarà sufficiente presupporre che il tasso di cambio delle due valute sia uguale al rapporto tra i livelli di prezzo in cui il bene (o il paniere di beni) è espresso, rettificato per il tasso d’inflazione desunto. 

La misurazione delle PPP nel suo complesso trova applicazione in una moltitudine di contesti attraverso lo sviluppo sia di indici formali sia indici informali.

Gli indici formali: “PIL per PPP”

Negli anni si è assistito a un sempre maggior ricorso all’utilizzo della misurazione della PPP come parametro correttivo per acquisire informazioni sugli andamenti reali dell’economia all’interno delle analisi delle più importati istituzioni globali. 

Un esempio di tale applicazione è rappresentato dal “PIL per PPP” che è diventato sempre più una valida alternativa al “PIL nominale”, che potrebbe finire per non rappresentare in modo adeguato la ricchezza reale di un Paese dato che – soprattutto nel caso di Paesi caratterizzati da un’alta intensità di lavoro – i ricavi e il potere di una valuta reali potrebbero essere diverse volte superiori rispetto a ciò che quest’ultimo suggerisce. Questa tesi trova conferma nelle elaborazioni del Fondo Monetario Internazionale per l’anno 2020, di cui riportiamo di seguito un estratto (sono rappresentati i primi 12 paesi in funzione del loro PIL nominale).

Purchasing power parity
Fonte: datasets del Fondo Monetario Internazionale (link)

Dai dati sopra riportati, possiamo notare quanto ampia sia la forbice tra le due rappresentazioni in Paesi quali la Cina (+9.430 miliardi di dollari, +64 per cento) e l’India (+6.198 miliardi di dollari, +229 per cento), caratterizzati, per l’appunto, da un’alta intensità di lavoro.

Ovviamente, la misurazione della ricchezza di un Paese non è l’unico ambito di applicazione della PPP. Particolare rilievo assumono anche gli indicatori sviluppati dall’ Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) tra i quali possiamo citare:

– il Producer Price Indices (PPI): che forniscono misure circa i movimenti medi dei prezzi ricevuti dai produttori di varie materie prime;

il Price Level Indices: che rappresenta i rapporti tra le parità di potere d’acquisto e i tassi di cambio di mercato;

l’Housing Prices: che comprende gli indici dei prezzi di affitto delle abitazioni, gli indici dei prezzi reali e nominali delle case e i rapporti tra prezzo e affitto e prezzo e reddito;

Gli indici informali: il Big Mac Index

Tra la moltitudine di indici informali che il palcoscenico macroeconomico è in grado di offrire, vale la pena soffermarsi ad analizzare il più famoso tra questi: il “Big Mac Index”. Tale indice è stato introdotto nel 1986 dal The Economist – settimanale di informazione politico-economica focalizzato su commercio internazionale, attualità globale, politica e tecnologia, fondato nel 1843 da James Wilson – proprio allo scopo di testare la teoria della Purchasing Power Parity e determinare la disparità dei valori delle valute in tutto il mondo, prendendo come riferimento il prezzo in dollari statunitensi (o “USD”) di un Big Mac della rinomata catena McDonald’s.

La scelta del noto settimanale è ricaduta proprio sul Big Mac in quanto (i) la sua composizione è uniforme in tutti i Paesi in cui questo è venduto (circa 120), dato che gli ingredienti utilizzati sono i medesimi, e (ii) il margine di profitto stabilito da McDonald’s è costante in tutto il mondo.

In piena applicazione della teoria PPP, ci si dovrebbe quindi attendere che il Big Mac Index – ossia il rapporto che vede al denominatore il prezzo medio di un Big Mac venduto negli Stati Uniti in USD e al numeratore il prezzo medio di un Big Mac venduto in un altro Paese con valuta differente – sia pari al tasso di cambio effettivo tra Paesi oggetto di analisi. Qualora tale assunto fosse disatteso, saremmo in presenza di una valuta che è sopravvalutata o sottovalutata rispetto al dollaro statunitense, il che potrebbe finire per determinare una variazione del saldo della bilancia commerciale dei Paesi coinvolti. Infatti:

– nel caso di una valuta sopravvalutata assisteremmo a prezzi di beni e servizi domestici più elevati rispetto a quelli esteri che, essendo, di conseguenza, relativamente più economici, finirebbero per favorire le importazioni;

– nel caso di una valuta sottovalutata assisteremmo a prezzi di beni e servizi domestici più bassi rispetto a quelli esteri che, essendo, di conseguenza, relativamente più costosi, finirebbero per favorire le esportazioni.

I dati riportati dal The Economist per l’anno 2021, all’interno dell’articolo dal titolo “The Big Mac index” (dati al 21 luglio 2021), mostrano come il dollaro statunitense risulti sopravvalutato rispetto alla maggior parte delle valute rientranti nel perimetro di analisi, mettendo in luce la posizione di forza in cui quest’ultimo si trova attualmente.

Alla luce dei suddetti dati, in una speciale classifica che va dalla valuta meno sottovalutata a quella più sottovalutata, l’euro ricopre il quarto posto con il suo -11,1 per cento, dato dalla differenza percentuale tra il tasso di cambio implicito (0,76) – un Big Mac nell’Eurozona costa in media 4,27 euro a fronte dei 5,65 USD necessari negli Stati Uniti – e il tasso di cambio effettivo (0,85).

L’Eurozona è preceduta solo dal Canada (Dollaro canadese, -6,0 per cento), da Israele (Nuovo shekel israeliano, -8,6 per cento) e dall’Uruguay (Peso uruguaiano, -9,5 per cento) ed è subito seguita da Australia (Dollaro australiano, -15,2 per cento), Nuova Zelanda (Dollaro neozelandese, -15,7 per cento) e Gran Bretagna (Sterlina britannica, -15,9 per cento). Chiude questa speciale classifica il Libano (Sterlina Libanese, -70,2 per cento).

Sono solo 4 i Paesi che risultano avere una valuta sopravvalutata rispetto gli Stati Uniti: Venezuela (Bolívar venezuelano, +47,7 per cento), Svizzera (Franco svizzero, +24,7 per cento), Norvegia (Corona norvegese, +11,5 per cento) e Svezia (Corona svedese, +9,6 per cento).

Nonostante gli economisti ricorrano spesso al Big Mac Index come una ragionevole misura reale della parità del potere d’acquisto, va evidenziato come si possano riscontrare alcuni limiti metodologici – quali, ad esempio, i livelli di concorrenza, la diffusione non del tutto globale del franchising McDonald’s, l’abitudine o meno di mangiare nei fast food nei vari Paesi – che non permettono al Big Mac Index di riflettere del tutto i valori relativi delle valute. 

Tuttavia, va evidenziato come, con le dovute cautele del caso, il Big Mac Index possa essere usato per dare un’istantanea informale dell’andamento delle valute in un certo periodo di tempo, così da stabilire quali saranno i potenziali andamenti futuri. Infatti, come asserito dal The Economist, «un’analisi dei dati risalenti al 1986 mostra che le valute ritenute sottovalutate dall’indice Big Mac tendono a rafforzarsi, in media, nei successivi dieci anni (e viceversa)». 


Rosario Bordino

Classe 1986, mi interesso di politica economia e diritto dell'economia. “il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta.

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