Governo Draghi, cosa cambia per l’Italia in Europa

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Alla luce delle sfide che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi mesi, il Presidente del Consiglio Mario Draghi potrebbe garantire all’Italia un peso politico diverso nelle sedi istituzionali europee.


Come probabilmente era ovvio che fosse, già dal conferimento dell’incarico di formare il nuovo governo, l’Europa ha salutato l’ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi come l’uomo giusto per l’Italia. Per i leader e i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, del resto, il nuovo premier italiano non è solo una vecchia conoscenza, ma è l’uomo che nel 2012 ha salvato l’euro, con il suo “whatever it takes”. 

«La sua esperienza sarà una risorsa straordinaria non solo per l’Italia ma per tutta l’Unione europea» ha twittato Ursula von der Leyen, congratulandosi con Mario Draghi nel giorno del suo giuramento da Presidente del Consiglio. Le parole della presidente della Commissione europea hanno suggellato il plauso ma anche il sollievo di Bruxelles, preoccupata da mesi per la capacità dell’Italia di gestire il denaro in arrivo con il Next Generation EU, lo strumento temporaneo da 750 miliardi di euro, pensato dall’Unione europea per stimolare la ripresa e far fronte ai danni economici e sociali causati dalla pandemia da Covid-19.

Cosa si aspetta l’Ue dall’Italia

Proprio con riferimento agli “impegni” europei, una delle priorità del governo Draghi sarà quella di affinare nel breve (anzi, brevissimo) termine il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR, o Recovery Plan), il programma di investimenti che entro il prossimo 30 aprile l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation Eu

In quanto maggiore beneficiaria del pacchetto di risorse, l’Ue si aspetta anzitutto che l’Italia dell’ex governatore della BCE riesca a utilizzare bene i 209 miliardi previsti dal Recovery Fund, garantendo il raggiungimento degli obiettivi europei. 

I ministri tecnici ai quali Draghi ha affidato la redazione del PNRR, però, non avranno solamente il compito di spendere bene le risorse del piano europeo, ma anche quello di riconsiderare alcune strutture economiche e amministrative che consentano l’implementazione del piano e dunque una ripartenza della crescita del Paese nel lungo periodo. 

Se inizialmente, infatti, Draghi dovrà essere giudicato per la “bontà” del suo Recovery Plan, in un secondo momento sarà il turno delle riforme. E del resto, lo stesso premier, nel discorso pronunciato al Senato per ottenere la fiducia lo scorso 17 febbraio, ha promesso interventi importanti e incisivi per ricostruire l’Italia dopo la pandemia da Covid-19: dalla sanità, che in questo anno di emergenza ha mostrato tutte le sue crepe, alla pubblica amministrazione eccessivamente burocratizzata, fino al sistema della giustizia, tra i più lenti d’Europa.

Mario Draghi conta, dunque, di “metter mano” a problemi che l’Ue rimprovera da sempre al Bel Paese e che non possono più essere assecondati da parte di chi ha «la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una nuova ricostruzione».

L’europeismo di Draghi

Quel che, invece, l’Unione europea spera – per non dire, è certa – di non dover fare con il nuovo governo italiano, è ribadire la necessità di arginare le spinte anti-europeiste, che pure in Italia, soprattutto negli ultimi anni, hanno preso piede. Che Draghi sia un europeista convinto è ovvio e risaputo, ma il linguaggio utilizzato dal premier, nel suo discorso in Senato, per indicare i punti strategici della sua agenda europea, non ha lasciato spazio ad alternative: «Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro», ha detto. «Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine». 

Nel corso della sua presidenza alla BCE, Draghi ha più volte evidenziato l’esigenza, da parte della classe politica europea, di impegnarsi a fare di più per fronteggiare le sfide del processo di integrazione europea e di un’Unione ancora «imperfetta»

In questi anni, l’ex banchiere ha infatti sostenuto strenuamente l’obiettivo del completamento dell’unione economica e monetaria (precisato nel 2015 dalla “relazione dei cinque presidenti”, finalizzata al raggiungimento di un’unione economica, finanziaria e di bilancio, con il rafforzamento di un controllo democratico), ma ha indicato anche una serie di sfide di natura strettamente “politica”: da una maggiore partecipazione dei cittadini al processo di integrazione europea, alla riduzione delle disuguaglianze generazionali, passando per la necessità di rivedere il principio di sussidiarietà e proporzionalità, per abbandonare la logica sovranista a favore di quella federale.

In questo senso, come scrive Pier Virgilio Dastoli in un articolo su Linkiesta: «Il perimetro europeo di Mario Draghi non si limiterà all’economia, (specialmente, ndr) se andiamo a rileggere i suoi interventi “politici” (al Meeting di Rimini, al Premio De Gasperi a Trento, all’Università di Helsinki) che fissano la distinzione programmatica fra europeismo e sovranismo».

Per il suo prestigio personale e la sua storia professionale, ai tavoli di Bruxelles Mario Draghi ha tutte le carte in regola per far valere la voce dell’Italia su temi che non riguarderebbero soltanto la politica economica e monetaria, ma che spazierebbero dall’immigrazione e l’accoglienza alla riduzione del gap generazionale e di genere, dalla digitalizzazione alla salvaguardia dell’ambiente e alla lotta al cambiamento climatico, dalla cittadinanza europea al rispetto dello Stato di diritto, come condizione imprescindibile per gli Stati membri.

governo draghi
Il peso politico di Draghi in Europa

Anche con riferimento all’agenda europea, dunque, il governo Draghi sarebbe ben lontano dal configurarsi come un governo tecnico tout court, in discontinuità quanto meno rispetto all’esecutivo di Mario Monti. E questo, in primo luogo, perché il nuovo premier italiano è molto più che un ex banchiere.

Per quanto nell’immaginario collettivo rimanga il presidente della BCE, “Super Mario” – come lo ha ribattezzato Times –  è un «un politico diventato banchiere centrale piuttosto che il contrario», che per l’Italia potrebbe rivelarsi davvero “l’uomo giusto al momento giusto”, capace di cavalcare l’onda di una nuova stagione politica europea ormai alle porte.

Il 2020 ha sancito, infatti, l’addio definitivo del Regno Unito e dei suoi veti alle politiche dell’Unione, aumentando il rischio di un’ulteriore concentrazione di potere nelle mani di Francia e Germania. Il 2021, però, ha in serbo un altro importante saluto, quello di Angela Merkel. Il prossimo settembre, la cancelliera tedesca lascerà la guida della Germania e l’Unione europea perderà una delle figure più influenti (se non la più influente) per il suo processo di integrazione. 

Nel 2022, poi, si terranno le elezioni presidenziali in Francia, che “distrarranno” l’altro importante leader europeo Emmanuel Macron. Il tutto mentre tutti gli Stati Membri saranno impegnati a gestire le misure stanziate dal Recovery Fund, a completare la campagna vaccinale e ad avviare il processo di ricostruzione post pandemia.

Cosa cambia per l’Italia

In un contesto così delicato, Mario Draghi potrebbe rivendicare un ruolo politico non di poco conto per l’Italia, in seno al Consiglio europeo. Approfittando anche delle conoscenze che l’ex governatore ha dell’Unione europea (oltre che dei suoi funzionari e rappresentanti), il nuovo premier italiano potrebbe diventare uno dei protagonisti nella scena politica europea dei prossimi mesi, in grado di ribaltare la dinamica tossica “nord-sud” dell’UE.

Secondo Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, infatti «l’Italia potrebbe inserirsi nell’asse franco-tedesco e assumere un ruolo di ago della bilancia dialogando anche con gli altri Stati membri. […] In questo modo l’Italia diverrebbe più centrale, avrebbe maggiori relazioni e competenze da giocare su più tavoli negoziali senza cadere nel protagonismo che caratterizza spesso Parigi e Berlino. Ritroverebbe il suo tradizionale ruolo di collettore tra varie posizioni europee».

E per comprendere che non si tratta di una semplice fantasia, basta considerare che, in vista del Consiglio europeo straordinario in programma per domani 25 e venerdì 26 febbraio, finalizzato a coordinare la gestione della pandemia, il presidente Draghi ha già sentito la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il fatto che la chiamata sia partita da Berlino è indicativo quanto meno della fiducia e della stima che la Germania riveste nella figura di Mario Draghi. E non è poco. 

Nei prossimi mesi, a Bruxelles, Mario Draghi avrà l’opportunità di ridisegnare gli assetti politici ed economici dell’Unione e di promuovere cambiamenti incisivi, nell’ottica di un’integrazione europea sempre più perfetta. 

Molto dipenderà però dai risultati che Draghi riuscirà a ottenere sul piano interno, che dovranno essere raggiunti nei fatti e in tempi brevi. Al momento, una sola cosa rimane certa: sia in Italia che in Europa, “Super Mario” dovrà ancora una volta fare «tutto ciò che è necessario».


Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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