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Recovery Fund e diritti umani: tra ripartenza ed economia sostenibile

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Il Recovery Fund potrebbe essere un’occasione post-crisi per ripartire dai diritti secondo il modello economico dello sviluppo sostenibile ed etico.


Il Recovery Fund o “fondo di recupero” è la risposta europea alla grave crisi economica causata dalla pandemia da Covid-19. All’alba di martedì 21 luglio, dopo quattro giorni di intensi negoziati, gli Stati membri dell’Unione Europea sono arrivati all’accordo circa il piano economico per la ripartenza da 750 miliardi. Come è ormai noto, il nostro Paese si è aggiudicato la “fetta” più grossa: 81 miliardi a fondo perduto e altri 127 miliardi sotto forma di prestiti. L’Italia dovrà però presentare all’Unione Europea un piano dettagliato su come e per cosa verranno utilizzati i fondi concessi: proprio da settembre le Commissioni Bilancio di Camera e Senato inizieranno un ciclo di audizioni con le parti sociali e con i ministeri direttamente coinvolti «sull’individuazione delle priorità per l’utilizzo del Recovery Fund».

Ci si chiede allora: su cosa è necessario investire per garantire una concreta ripartenza? Una tra le proposte più interessanti riguarda l’investimento del fondo per misure destinate a “riabilitare” i  diritti umani in Italia. Si ripresenta così l’antica e mai scomparsa dicotomia tra diritti e risorse economiche che, in questa nuova lettura, trasforma il suddetto legame bipolare e contrastante, in rapporto funzionale. 

La complessa connessione tra ragioni economiche e i diritti ha da sempre rappresentato una questione problematica per ogni governante: se consideriamo che tutti i diritti hanno un costo, sia quelli di libertà sia quelli positivi, ci rendiamo conto di quanto storicamente difficile sia stato il bilanciamento di tali interessi.

In virtù poi del riconoscimento internazionale dei c.d. “diritti di seconda generazione”, avvenuto nella seconda metà del secolo scorso, il conflitto welfare/risorse si è particolarmente acutizzato: nello stesso periodo anche le Costituzioni di molti Stati europei hanno cominciato a riconoscere i diritti positivi, provocando dispute politiche sull’utilizzo della spesa pubblica al fine di concretizzare tali obiettivi etici.

Importanti sono stati i dibattiti anche in Italia sul problema del bilanciamento sopradetto, che venne affrontato sia dalla politica che dalla giurisprudenza costituzionale, spesso in modo contraddittorio.

Ma è soprattutto durante gli ultimi anni, nel tempo della crisi economica e della limitatezza delle risorse, che il tema è divenuto ancor più centrale nei dibattiti pubblici: il mero riconoscimento di diritti che non tenga conto delle concrete possibilità di realizzazione degli stessi si trasforma, soprattutto per il comune sentire, in vana enunciazione.

Proprio questo topòs di rilevanza storica ma attualissimo, che tocca temi quali la distribuzione economica della ricchezza e il benessere sociale, sta interrogando economisti e giuristi in tutto il mondo. Gli studiosi stanno analizzando la possibilità di ripartenza attraverso leconomia sostenibile, considerando tutti i limiti e le possibilità che tale modello offrirebbe all’umanità.

L’economia sostenibile è un ramo degli studi dell’economia dello sviluppo ed è incentrata sul concetto di sviluppo sostenibile: uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni.

Alla base di tale approccio si ritrova, infatti, l’esigenza di conciliare la crescita economica e l’equa distribuzione delle risorse. Nello specifico questo modello argomenta che la crescita economica da sola non basta, in quanto ogni sviluppo è reale solamente quando è possibile rilevare un miglioramento nella qualità della vita. Si tratta di cominciare a vedere il mondo come unicum dove tutto è collegato: risorse, rispetto dei diritti intergenerazionali, ecologia ed equità nella distribuzione. Si dovrà creare quindi un circolo virtuoso dove lavoro ed evoluzione economica possano davvero concretizzare i diritti.

Illuminanti sul punto sono le teorie sostenute da Joseph Stiglitz , docente alla Columbia University e premio Nobel per l’economia nel 2001, autore di saggi quali “Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa minaccia il nostro futuro”, del 2012 e il recente “Persone, potere e profitti: il capitalismo progressivo per un’era di scontento” di marzo 2020. Secondo l’economista è necessario sostenere la creazione di un nuovo sistema alla base del quale “i mercati siano a servizio delle persone” e non il contrario. Ancora, sempre secondo Stiglitz, i progetti ecologici e relativi alla giustizia sociale creano più posti di lavoro, offrono rendimenti a breve termine più elevati, portando a maggiori risparmi a lungo termine rispetto ai tradizionali stimoli fiscali. Investire dunque su lavoro, scuola, sanità, diritto a una casa e sui diritti ambientali potrebbe essere davvero l’unica via d’uscita per un’economia sempre più “ammalata”.

Questi temi sono stati recentemente approfonditi anche nel nuovo rapporto “Human Development Report” (edizione 2020), a cura dell’Ufficio per lo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il quale ha espressamente descritto la crisi economica da Covid-19 come un’opportunità per il ribaltamento dell’economia attuale in chiave etica.

L’approccio economico neo-liberista, fino ad oggi seguito, si è incentrato su principi direttivi quali la flessibilità del mercato del lavoro e l’austerità espansiva: dal punto di vista teorico il modello suddetto doveva caratterizzarsi per il raggiungimento, da parte del sistema, di un equilibrio nel quale poteva essere rilevabile sia la piena occupazione, sia il pieno utilizzo del “capitale”. Su questi fondamenti teorici si sono basati gli interventi di politica economica degli ultimi anni in Europa.

Proprio tali politiche, tuttavia, hanno indebolito le reti di protezione e di sicurezza dei lavoratori e delle persone più fragili, creando una società di disuguaglianze, in cui i diritti sono posti in secondo piano. Il neo-liberismo ha sostanzialmente creato una crescita esponenziale ma fragile che sta danneggiando il mondo circostante. L’economia, così intesa, ci ha spinti in una trappola evolutiva ed è per questo che non è solo utile ma necessario, oggi più che mai, vedere il Recovery Fund come un’occasione per la ripresa sostenibile.

Alla luce delle teorie economiche appena esposte è intuibile come le proposte di alcune associazioni come Amnesty International e Greenpeace, sull’utilizzo del fondo europeo per l’ambiente e per i diritti delle persone, non siano soltanto mere visioni utopistiche, ma scelte sagge per una reale ripartenza.


 
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Rosa Guida

Rosa Guida

Laureata in giurisprudenza e attivista per i diritti umani. Appassionata di economia, storia e arte.

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