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Dal Musée d’Orsay al Liceo Socrate di Roma: una vera causa per una lotta femminista?

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Fra seni scoperti al museo e abbigliamento succinto tra i banchi, si è scatenata l’opinione pubblica. Quanto c’è di lecito in queste vicende?


Analizzare un tema come quello della lotta femminista, correlato a fatti di cronaca che lo riportano in auge, significa entrare automaticamente in un campo piuttosto ostico. Resta infatti un argomento scottante e sempre attuale e quando affrontato in una discussione, comporta una serie di inevitabili domande: sto dicendo la cosa giusta? Sto rischiando di offendere qualcuno? Il mio pensiero è davvero ponderato e in linea con quelle che sono le riflessioni contemporanee? Sto “tradendo’’ il mio gender?

Questo articolo ha lo scopo di fornire una panoramica generale su certe tematiche che possono tornarci utili se i fatti di cronaca ci inducono a interrogarci sulla questione: lottare per un seno scoperto è una vera causa femminista?

I fatti. Era un martedì pomeriggio come tanti a Parigi, quando una donna entra al Musée d’Orsay. Il caldo stava attraversando la città e per chi è abituato a viverla avvolta nella nebbia invernale vuol dire solo una cosa: approfittarne per sfoggiare i più bei leggeri ed eleganti vestiti estivi, per potere cullare nella propria memoria quel dolce ricordo con l’arrivo delle rigide ed impervie temperature. Quella donna non avrebbe mai immaginato che il suo vestito, dalla trama che richiama alla mente uno sfavillante decoro musivo, avrebbe potuto generare una tale querelle: respinta all’ingresso del museo poiché quell’elegante e leggera veste scollata sul seno è stata considerata una tenuta impropria per un visitatore museale. Les règles sont les règles, “le regole sono le regole” era la frase ripetuta nell’imbarazzo generale della ragazza e dello staff per giustificare un tale provvedimento.

Nell’era del digitale dove una rimostranza diventa subito virale grazie al semplice tasto invio di Twitter, la robe de la discorde (il vestito della discordia) diventa subito un fatto globale. Al calar della sera la direzione del Musée d’Orsay si esprime nei confronti dell’accaduto, scusandosi e rimproverando lo staff per il suo eccessivo zelo. Ma delle semplici scuse non possono cancellare quello che su un internet è ormai diventato il simbolo di una lotta femminista. Per di più, se si tratta di seno, donna e Francia, è impossibile non prevedere che un celebre movimento non ne avrebbe preso ispirazione per far sentire la propria voce. 

Infatti, pochi giorni dopo Femen, il gruppo di attiviste famose proprio per manifestare a seno nudo, protesta all’ingresso del museo sfoggiando sul petto dipinto scritte quali «Ceci n’est pas obscène» (questo non è osceno); è il punto di non ritorno. La protesta non si placa, anzi, si propaga a macchia d’olio: iniziano a comparire nei licei parigini cartelli che proibiscono alle ragazze di entrare con le minigonne. 

Da capitale in capitale la protesta arriva a Roma, dove la vicepreside del liceo Classico “Socrate”, impedisce l’uso del capo d’abbigliamento tanto incriminato poiché «l’occhio può cadere». «Les règles sont les règles», «Ceci n’est pas obscène», «L’occhio può cadere», diventano slogan contro la libertà femminile. La libertà femminile è davvero espressa tramite un vestito?

Una contestazione necessaria: quando il vestito è rivoluzione. Per quanto un abito possa determinare o meno una differenza tra donna e uomo, in passato esso è diventato simbolo di emancipazione femminile. Nei primi anni del Novecento Coco Chanel fu la promotrice di un nuovo modello femminile, quello della garçonne, ovvero di una donna dinamica, lavoratrice e finalmente libera dagli ingombranti abiti di un’epoca ormai passata. 

Chanel aveva iniziato a sviluppare questa idea notando le difficoltà delle donne nel montare a cavallo, le quali erano costrette a sedersi di lato con le gambe serrate da pesanti gonne. Frequentando gli ambienti di alta classe dell’amante, Étienne de Balsan – pur essendone in realtà profondamente estranea (era un’orfana) – Chanel amava sconvolgerne i canoni: preferiva presenziare alle raffinate feste da salotto con gli abiti presi in prestito dal compagno, mescolando accessori maschili e femminili. Quello che poteva sembrare di per sé un comportamento sui generis nascondeva in nuce il terreno fertile per una rivoluzione. La stilista francese non si definì mai una femminista, ma con le sue idee riuscì a sdoganare parametri di abbigliamento fortemente radicati alla concezione di una donna non indipendente e remissiva.

Minigonna sì o minigonna no? La rivoluzione iniziata da Chanel scaturì in una serie di cambiamenti nelle pratiche di abbigliamento che portarono ad un altro passo fondamentale nella ridefinizione del ruolo femminile, tramite la comparsa di un altro simbolo di emancipazione: la minigonna. Creato negli anni Sessanta, tale indumento vestì le tante donne che nel ‘68 scrissero la storia delle manifestazioni di liberazione sessuale

Rimane un tipo di gonna discusso ancora oggi in quanto, se da un lato tramite esso viene rivendicata l’idea di una donna sicura e padrona di sé, dall’altro è diventato un simbolo di omologazione come di provocazione sessuale. Non a caso infatti, molte femministe, già a partire dagli anni Settanta, hanno iniziato a rivalutare la minigonna nel rovescio della sua medaglia, ovvero come quel capo che farebbe identificare la donna quale semplice oggetto o come istigatrice di una provocazione fine a se stessa e pertanto inutile. 

I vestiti hanno bisogno di regole? La presenza di punti di vista opposti per la valutazione di un capo di abbigliamento necessita una implicita regolarizzazione nell’uso. Poter definire una regola fissa, e per questo assoluta ed universale, è impossibile. Tuttavia ciò che si può fare è determinare un uso in base alle circostanze. Se per alcuni questa normalizzazione potrebbe essere intesa in quella serie di precetti non scritti riconducibili al bon ton, per altri tali regole sono dettate da determinati enti o da esperti nel campo, come gli stilisti. E se si parla di enti (o meglio istituzioni), come in un cerchio che si chiude, non possiamo che riprendere in considerazione i musei. 

Nel regolamento del Musée D’Orsay viene spiegato esplicitamente in ben due articoli: uno si riferisce alla zona detta del parvis (piazzale) e l’altra a l’entrée (entrata), luoghi in cui bisogna avere «una tenuta decente e un comportamento che non disturbi il luogo ed i suoi fruitori». Parlare di “tenuta decente” resta aleatorio e vago, e per questo foriero di incomprensioni e malintesi. 

Al Museo degli Uffizi invece la regola è spiegata in maniera più dettagliata: «è richiesto un abbigliamento consono all’ufficialità degli ambienti museali (si considera inappropriato e dunque vietato ad esempio, visitare il museo in costume da bagno, in abiti troppo succinti, in abiti da matrimonio, costumi storici ed ogni altro travestimento lesivo della dignità dei luoghi)». 

Per quanto si tratti di due musei diversi, entrambi si profilano come due istituzioni riconducibili al concetto di museo, che per uno storico dell’arte non può che apparire come un luogo sacro che necessita di una concezione di rispetto e decoro proprio del luogo. E se in chiesa – l’esempio più lampante è San Pietro nello Stato Vaticano, dove vi è una guardia che monitora espressamente ed attentamente l’abbigliamento dei visitatori – si entra, pur essendo atei, con le spalle coperte proprio perché si tratta di un luogo sacro, perché non si può vedere il museo nella stessa maniera? O al contrario, essendo il museo luogo della «memoria del passaggio dell’umanità nei suoi diversi usi e costumi», non dovrebbe adeguarsi a quelle che sono i suoi mutamenti ed evoluzioni?

Trovare delle risposte è difficile, ma alla fine sono pur sempre i grandi interrogativi senza risposta che rendono affascinante la nostra umanità. In minigonna, topless o t-shirt che sia.

Di Miriam Pinocchio


 
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