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“Mister…la parolina. Cosa abbiamo vinto?” Nanu Galderisi e il Verona campione

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«Preben abbiamo mica perso lo scudetto con sta stupidata qua?» Il nostro racconto del Verona campione d’Italia comincia da questa frase, pronunciata a denti stretti da uno dei protagonisti della cavalcata scaligera nel campionato 1984\85. Siamo a Udine, è il 10 febbraio ed è in corso la 18esima giornata; i gialloblu di Osvaldo Bagnoli sono primi in classifica, seguiti ad un punto di distanza dall’Inter di Ilario Castagner.

Quel giorno l’11 veronese arriva in Friuli con lo specifico e non dichiarato obiettivo di continuare a inseguire il sogno scudetto, tra gli scongiuri fisiologici di mezza Italia calcistica che spera invece in un crollo dei veneti. A metà del primo tempo, nonostante le attese della vigilia, per Zico e i suoi sembra non esserci più speranza. Prima Hans-Peter Briegel, poi Giuseppe Galderisi e infine Preben Elkjær Larsen battono il portiere friulano Fabio Brini e portano il Verona sullo 0 a 3. Gli scaligeri si scatenano e dopo aver sfiorato il poker in più occasioni, vedono annullarsi un goal. Sul tiro del capitano Roberto Tricella, Giuseppe Galderisi sembra essere in fuorigioco. Il Nanu protesta e l’arbitro Paolo Casarin lo zittisce: «Dai Nanu, non romper le scatole che tanto siete 3 a 0. Un goal in più, un goal in meno cosa volete che sarà?». Allo scadere del primo tempo, Edinho segna su punizione portando il risultato sull’1-3: in molti pensano sia solo il goal della bandiera.

Rientrati in campo, l’Udinese crede nella rimonta e dopo poco meno di dieci minuti (al 53’) segna Andrea Carnevale. Sei minuti dopo lo stadio esplode di nuovo grazie al 3-3 di Massimo Mauro. Il Verona è in preda a una crisi di nervi e proprio lì a centrocampo, Giuseppe Galderisi chiede al suo compagno di squadra e d’attacco Elkajer: «Preben abbiamo mica perso lo scudetto con sta stupidata qua?».

La paura è umana e Nanu Galderisi ce la confessa, senza vergogna, 35 anni dopo. Classe 1963, salernitano d’origine, di professione attaccante. Arriva 17enne nelle giovanili della Juventus e sbarca in serie A conquistando due scudetti. Nel 1983 passa al Verona di Bagnoli: un anno più tardi, conquista il titolo ed è capocannoniere dell’indimenticata formazione gialloblu, collezionando la bellezza di 11 reti. Ha segnato di destro, di sinistro, di testa (nonostante il suo metro e settanta). Il suo fiuto del goal in area di rigore lo ha portato a vestire la maglia del Milan, della Lazio e infine quella del Padova, con cui ha centrato l’obiettivo di riportare dopo 32 anni i biancorossi nel massima serie. E quel giorno ad Udine, fu proprio Preben Elkjaer Larsen – “il pazzo da Lokeren”, “cavallo pazzo” o “Cenerentolo” come lo soprannominarono dopo il suo goal alla Juve arrivato al culmine di una cavalcata in cui perse una scarpa – a togliergli ogni paura. Due minuti dopo il goal del momentaneo pareggio, Elkjaer infatti segna il 4 a 3; altri due minuti e Briegel fa il 5-3. Due punti al Verona e sogno scudetto ancora in piedi. Giuseppe Galderisi oggi fa l’allenatore e allena il Vis Pesaro, ma i ricordi datati 1984\85 sono ancora per lui indelebili.

Mister che stagione fu quella del 1984\85? Com’era giocare in quel campionato?

«C’erano due stranieri per squadra e in quegli anni lì, i migliori stranieri di tutto il mondo erano in Italia. Ne mancava forse qualcuno. L’Ascoli aveva Casagrande, Hernandez – due campioni mica da ridere, un brasiliano e un argentino – , il Torino aveva Junior e Schachner, la Fiorentina Passarella e Sokrates, l’Inter Rumennigge e Hans Muller, Zico ed Edinho a Udine […] Era un calcio diverso, non più facile e neanche paragonabile a quello di oggi. Chi mi dice o paragona il calcio di allora e il calcio di adesso, sbaglia tutto. Ma per un semplice motivo: gli attaccanti come me o di quel periodo, non giocavano tra una linea difensiva e l’altra. Giocavano con un uomo che ti correva dietro per tutto il campo e che aveva solo un compito, cioè quello di non farti toccare palla. I Ferri, i Bergomi, i Vierchowod, i Ferroni, i Contratto, era gente che ti correva dietro dal primo all’ultimo minuto».

Dove e come nasce lo scudetto del Verona?

«Era una squadra che aveva già una sua struttura, una sua identità, dei valori importanti. E non solo grazie alle qualità di un grande allenatore, una grande persona, come Osvaldo Bagnoli – sia professionalmente che umanamente – ma anche dal livello dei giocatori che erano stati presi. Loro in B giocavano già un gran calcio. Il primo anno di serie A sono stati per un buon periodo primi in classifica, o secondi. Credo che la concretezza di quella squadra nasca dalla buona qualità tecnica dei giocatori ma anche dalla buona mentalità che l’allenatore ci ha trasmesso. Lui voleva che con tre passaggi arrivassimo in porta, a differenza del calcio di oggi dove vogliono il fraseggio o vogliono aspettare i tempi. Noi avevamo caratteristiche e giocatori che riuscivano a ribaltare in pochissimo un’azione da difensiva a offensiva. Garella prendeva la palla su un cross, Tricella usciva fuori come se fosse il centrocampista più forte del mondo e con un passaggio ci metteva in condizione di andare in profondità».

Quindi un gran feeling collettivo?

«Assolutamente. Io l’ho sentito subito quando sono arrivato, perché io venivo da un spogliatoio importante. Sono cresciuto con un’attenzione nel comportamento, nell’educazione. Non era solo una questione di calciare il pallone perché quando mi sedevo vicino a Zoff, mi tremavano le gambe. E quando mi sono ritrovato al Verona, ho trovato le stesse cose. I Tricella, i Volpati, i Fontolan, i Sacchetti, Fanna, tutta gente di valore. Difatti il nostro gruppo penso sia un gruppo “storico”, non tanto per lo scudetto che abbiamo vinto ma tanto perché siamo molto legati e questo legame è stato naturalmente rinsaldato dallo scudetto che rimarrà storia; ma molto è dovuto al rapporto umano e alla bellezza che c’era. Finito un allenamento: “Trince” o “Gigi (Sacchetti) dove andiamo stasera a mangiare?” Io lo dicevo a uno e andavamo a mangiare in dieci».

Un gruppo affiatato e, sportivamente parlando, perfetto. Il portiere Garella in quella stagione prese di tutto e fece esultare i suoi compagni per i suoi interventi. «Spesso e volentieri, lui non c’ha messo solo le mani, c’ha messo i piedi, la faccia e tutto. Anche i pali ci hanno aiutato. A Udine, a Torino con il Toro, a Milano con il Milan – traversa, palla in mano – cioè, Claudio ha veramente fatto miracoli».

I quattro in difesa – Tricella, Volpati, Marangon, Fontolan – facevano da diga agli avversari. «i Volpati, i Tricella, i Ferroni, i Fontolan, i Marangon Fabio, (cioè i nostri difensori) erano tutta gente che era bella cattiva, bella aggressiva». Il centrocampo formato dal “faro” Di Gennaro sempre pronto a fornire assist a tutto campo, dal tedesco Briegel protagonista di molti dei goal decisivi, e da Luigi Sacchetti che in coppa Uefa segnerà da 30 metri regalando al Verona la vittoria contro la Stella Rossa. E infine il tridente d’attacco formato da Pietro Fanna, Preben Elkajer e proprio il Nanu Galderisi. Alla base di tutto, un comandante sempre cauto come Osvaldo Bagnoli, mai capace di pronunciare la parola “scudetto” anche quando il Verona si trovava primo in classifica con un vantaggio di 4 punti da Torino e Inter.

Mister che allenatore e che persona era Bagnoli?

«Ti racconto un aneddoto: lui continuava a fare queste dichiarazioni qua, però sotto sotto era una persona, non presuntuosa, ma molto ambiziosa. Quell’umiltà meravigliosa abbinata all’ambizione di chi vuol vincere. Lui continuava a dire “Ma no, pensiamo a salvarci”. Era la penultima partita a Bergamo: mi sembra fosse l’89esimo, quasi il 90esimo. L’Atalanta non andava più e noi non salivamo perché eravamo sfiniti – quelle cose che possono capitare solo a fine stagione. Io ricordo che mi sono avvicinato alla panchina mentre stavamo ancora giocando e – c’è anche una foto che ho ancora con me – mi sono messo con la mano all’orecchio e gli ho chiesto “Mister voglio sentire la parolina. Adesso puoi dirlo Mister. Dimmi: cosa abbiamo vinto?”. Oh, non è riuscito a dirlo neanche lì».

Tra le due inseguitrici, Torino e Inter, quale vi preoccupava di più?

«Secondo me in quel periodo lì – giusto per fare un preambolo – erano tutti contenti. L’Inter diceva “meglio che vince il Verona, che la Juve”. La Juve “meglio il Verona che il Milan”, il Milan “Meglio che vince il Verona che il Napoli” e in realtà tutti apprezzavano il nostro modo di giocare. Quando hanno capito che non eravamo una meteora – perché tutti pensavano “questi a Natale crollano”, perché anche l’anno prima eravamo stati primi in classifica all’inizio – noi abbiamo continuato a fare risultato e prendevamo applausi ovunque. Era un piacere vederci giocare. Abbiamo vinto ad Udine 5 a 3, abbiamo vinto a Firenze 3 a 1, abbiamo vinto 2 a 0 ad Ascoli. Andavamo fuori casa e giocavamo un calcio concreto e diretto».

Goal più bello di quella stagione?

«Uno dei goal secondo me importanti e bello è stato il vantaggio a Genova con la Sampdoria nel girone di ritorno. Quella Sampdoria lì era una squadra pericolosissima con i vari Mancini, Salzano, Dossena, Cerezo. Era una squadra e una tappa importante. Quel goal lì me lo ricordo ancora. Davanti a me c’era un mio amico, Vierchowod, che era un giocatore di una reattività spaventosa e mi ricordo, che su un passaggio di Preben Elkjaer, io ho preso la palla sul centrocampo e ho puntato proprio Vierchowod. L’ho saltato. Ma dopo 5,6,7,8 metri, me lo sono ritrovato davanti. Perciò ho dovuto saltarlo due volte, mi ha portato un po’ laterale e con il sinistro ho messo la palla sul lato opposto. Quello secondo tutti è uno dei goal più belli».

Chi è stato il giocatore che sportivamente hai “odiato” di più?

«Io ho fatto parte della nazionale juniores, nazionale Under 21, dell’Olimpica e della nazionale A. I miei compagni di squadra erano Bergomi, Ferri. Io ero in camera con Ferri e le botte che ci davamo durante la partita e quell’odio sano – odio nel senso “quella voglia di essere superiore, quella voglia di sfida” – era spaventosa. Chi non ci conosceva avrebbe potuto pensare, anzi avrebbe sicuramente pensato “Ma che avete rubato la moglie all’altro?”… No, eravamo così. Io ricordo che anche le persone che io amavo, quando andavamo in campo, non ce n’era per nessuno. Io dovevo arrivare prima di te. Ferri in una partita mi diede una gomitata dopo un minuto a San Siro. 5\12 punti di sutura. Era mio compagno di camera, eh. Pensa quanta bellezza in quegli anni dove c’era la stima, l’amore, l’affetto ma quando si andava in campo ognuno cercava di essere superiore».

A quale squadra potrebbe paragonare il suo Verona? La prima che viene in mente è il Leicester di Claudio Ranieri. È giusto fare questo paragone?

«No, non credo. Come non può essere secondo me applicata la similitudine con la Sampdoria. Perché molti dicono “I pochi scudetti delle provinciali sono stati vinti dal Cagliari, dal Verona e della Sampdoria”. Il Cagliari sono d’accordo. Aveva Gigi Riva ma era una squadra di metà classifica. Ma noi non eravamo la Sampdoria. La Sampdoria era forte. Era stata costruita per vincere. Aveva talenti mica da ridere. Aveva giocatori di prospettiva futura strepitosi. Noi eravamo una squadra che Bagnoli ha costruito con tanto amore ma eravamo una squadra che guardava a salvarsi ed arrivare quartultima. Io non credo che il Leicester quando è partito il campionato pensava ad arrivare quartultimo. Io penso che pensava di arrivare nelle coppe. E questa secondo me è la differenza».

Dopo il Verona, Giuseppe Galderisi ha vestito altre maglie. Milan, di nuovo Verona, Lazio e Padova. Poi l’approdo negli Stati Uniti. Tornando invece alla sua carriera. Lei ha chiuso la sua carriera negli Stati Uniti. Com’è andata negli States? Si sente un precursore?

«Quando siamo arrivati in serie A con il Padova, arrivarono gli stranieri e uno di questi era Alexi Lalas, il primo americano ad aver giocato in Italia. Un anno strepitoso insieme, facemmo veramente un gran campionato e ci salvammo con lo spareggio a Firenze. L’anno dopo io ebbi un infortunio verso novembre, stetti fuori tre mesi e quando stavo per rientrare noi eravamo quasi in zona retrocessione e stavamo combattendo. Alexi mi chiamò e mi disse: “Io lascio perché devo andare per il mio paese e devo andare a rappresentarlo perché si ricomincia la MLS” che era la Major League di Chinaglia e di Beckenbauer. Lui mi ha detto: “Hai l’età giusta, hai il nome giusto. Mi vieni a dare una mano?”. Sul momento ne parlai con Giordani, il mio presidente, e accettai e credo fortemente di aver fatto una scelta molto molto importante. Mi sembrava molto brutto lasciare, però era il momento di provare nuove esperienze. E quella secondo me era la più bella da fare. Sono andato a vivere in Massachusetts a Boston per un paio di mesi, poi ho vissuto due\tre anni a Tampa in Florida, con tutta la mia famiglia. Quell’anno lì i primi ad andare fummo io e Donadoni, poi arrivò Zenga».

Un ultima domanda mister. Meglio fare l’allenatore o il calciatore?

«Non c’è dubbio. Meglio il giocatore e poi adesso con l’esperienza che ho, non sbaglierei niente. Ecco, come diceva un mio amico dei tempi – degli anni 80: “Eh, anche io avevo capito. Però nel momento che avevo capito tutto, non potevo più giocare”. Questa è la bruttezza della cosa».


 
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Gabriele Imperiale

Giornalista professionista, appassionato e studioso di storia, mi interesso alla politica nostrana e alla cronaca estera. Non disdegno lo sport a tal punto da essere tifoso sfegatato della Juventus.

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