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Valanga d’odio su Silvia Romano: oggi, più che mai, «restiamo umani»

 
 

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, Greta Thunberg, Carola Rackete, Laura Boldrini, Emma Marrone, Teresa Bellanova, oggi Silvia Romano. Una lista infinita di figure femminili finite più o meno recentemente nel vortice delle polemiche e degli insulti. Profili decisamente diversi, impegno e lavoro dei più disparati, lungo un ampio arco generazionale; nonostante questo, un fil rouge accomuna l’escalation di violenza nei confronti di questi profili femminili: gli insulti legati al loro genere.

Il “sessismo da tastiera” non ha risparmiato nessuno e non può dirsi neanche tipicamente reiterato da una certa categoria sociale o appartenenza politica. La stessa leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e altre deputate di Forza Italia hanno ricevuto vergognosi insulti dalla controparte politica, legati proprio al loro genere.

Gli insulti non hanno infine risparmiato neppure i morti e colpiscono come lame taglienti il ricordo di celebri figure femminili. La prima pagina di Libero non perse occasione per mostrare volgarità ricordando Nilde Iotti definendola «bella emiliana simpatica e prosperosa […]. Grande in cucina e grande a letto».

Nell’analisi degli insulti, emergono diversi fattori. Innanzitutto una certa difficoltà evolutiva nel ritenere il sesso femminile capace di svolgere determinati lavori e ricoprire determinate cariche. La mascolinizzazione secolare di determinati settori lavorativi è rintracciabile già nel lessico – che è proprio la dimora del divenire – che ha spesso lasciato vacanti numerosi spazi lavorativi, tipicamente al maschile. Gli stessi insulti alla guardalinee campana, Annalisa Moccia, da parte del telecronista Vessicchio, successivamente radiato dall’Ordine, lasciano trapelare una certa difficoltà a tollerare donne al potere o che occupano cariche ed impieghi storicamente maschili.

A questo segue il costante riferimento alle loro caratteristiche fisiche (grassa, cessa, bassa, pelosa, etc) e al loro “look” (succinto, monacale, appariscente, vistoso, etc). Proprio perché alle donne viene costantemente richiesto di mostrarsi belle, un modo efficace per attaccarle nel merito è quello di colpirle nel loro aspetto – come nel recente caso che ha coinvolto la giornalista Giovanna Botteri. Se l’abito non fa il monaco, per le donne apparire in modo appropriato a ogni circostanza sembra essere il lasciapassare per evitare insulti e atti violenti.

Disprezzate nell’aspetto, si passa poi alla sostanza. È frequente il richiamo a epiteti (puttana, troia, sguattera, etc) volti a svilire l’integrità stessa di una donna. Un richiamo quasi costante è quello alla sfera sessuale: non solo alle donne “non è permesso” godere dei piaceri sessuali ma è una retorica costantemente utilizzata per svilirle nel loro lavoro. In generale, la donna o è una “facile” o è una “suora”, troppo dedita al lavoro o troppo sentimentale, è isterica e frustrata o troppo poco professionale. Insomma, la donna è sempre inadatta.

Silvia Romano è finalmente libera ma adesso nuove catene attanagliano la sua vita: quelle dell’odio e della violenza. La macchina dell’hate speech è subito partita e una valanga di fango e violenza ha travolto l’arrivo in patria di Silvia. Gli insulti, la violenza e la rabbia nei confronti di Silvia sono indicativi di una tendenza tutta italiana. Atteggiamenti che lasciano trapelare un celato odio del femminile, una misoginia repressa nei confronti di donne forti o semplici lavoratrici e attiviste.

Che sia il sesso quello preso di mira non è certo un’opinione: il fatto che l’offesa ricada sulla sessualità e sul genere, piuttosto che sulla professione, qualifica oppure operato, implica che il problema è proprio quello: essere donna, e peggio ancora se si è giovani e magari anche attive nel sociale.

Ma c’è di più. Silvia ingloba tutte quelle caratteristiche che tanto danno fastidio agli odiatori: è giovane, donna, è una che è andata ad “aiutarli a casa loro” ed è musulmana. Le macro categorie di donna, migranti e Islam hanno acceso gli animi più violenti, catalizzando sulla ventiquattrenne tutto l’odio possibile. L’aggravante di questa situazione è che alla violenza degli insulti da tastiera hanno fatto seguito le azioni: si considera adesso la possibilità di affidarle una scorta.

Alcune dichiarazioni pubblichepersino in Parlamento – da parte di esponenti politici hanno ulteriormente peggiorato la gravità dell’accanimento contro Silvia. Ferocemente apostrofata con insulti di ogni tipo per la sua conversione, la narrativa violenta ha fatto di Silvia il simbolo dell’anti-italianità, di colei che si fa beffa del proprio Paese.

La storia di Silvia e di tutte le donne vittime di insulti sessisti ed hate speech ci impongo di non abbassare la guardia rispetto alla parità di genere; ci esortano a mantenere alta l’attenzione sulla violenza gratuita e gli insulti sessisti. Ci ricordano infine che la violenza non può essere la bandiera di nessuna lotta e non può essere il mezzo di nessun confronto, neppure quello contro il nostro peggior nemico.

La lista infinita di figure femminili alla gogna del sessismo da tastiera lascia trapelare una certa tendenza volta a colpire le donne in quanto tali. Tutto ciò ci chiede di continuare a lottare contro una retorica sessista che attanaglia il confronto e il dibattito nell’era dei leoni da tastiera. Oggi, più che mai: restiamo umani.


 

Martina Costa

Responsabile di "Stay Human". Laureata magistrale in Cooperazione e Sviluppo, sostengo e lotto per un’informazione libera, la tutela dei diritti umani, la parità di genere e i processi di ristrutturazione sociale dal basso.