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Andrà tutto bene? Le difficoltà della gravidanza durante il lockdown

 

Per “Lettera Q“, le testimonianze da un mondo in quarantena per l’emergenza coronavirus, pubblicate da Eco Internazionale ogni domenica.


Sono di Gioiosa Marea in provincia di Messina. Mi attengo alle ordinanze governative, restando in casa e limitando le uscite ad una spesa sporadica una, due volte a settimana. Rispetto le regole e anche con un po’ di difficoltà resisto come tutti gli italiani. Come mamma la mia priorità è quella di tutelare e proteggere i miei bambini.

Ho una bimba di 4 anni che da inizio marzo è in casa con me e il mio compagno. Si sa quanta energia da sfogare abbiano i bambini! Con il supporto dell’istituto scolastico e degli insegnanti che hanno creato un gruppo WhatsApp, stiamo cercando di affrontare la situazione al meglio con attività ludiche per i bimbi cercando sia di insegnare loro qualcosa e nel contempo di far capire loro cosa sta succedendo facendo rete e sostenendoci. Sono anche al nono mese di gravidanza e affrontare questo invece è molto diverso: tutti gli accertamenti, le visite, le analisi che comprendono sangue, urine e tamponi per eventuali batteri da combattere (perché molto pericolosi per i futuri nascituri) sono stati sospesi dagli ospedali. In ospedale infatti i reparti sono chiusi, i test bloccati per far fronte e gestire la pandemia in corso. 

Vivo in un paese di circa 8 mila abitanti e, secondo le ordinanze in corso, solo nel paese di residenza sono garantite (sempre a discrezione del medico che può anche rifiutare) le visite ecografiche o le analisi cliniche. Per tutte le future mamme avere il supporto di un ginecologo e avere la possibilità di fare gli esami di routine, oltre ad un diritto imprescindibile, dovrebbe essere una garanzia a tutela della salute e del benessere del bambino. Qui il problema è che, a differenza dei grandi centri o delle città, non in tutti i paesi ci sono ospedali o medici specializzati. Spesso nei piccoli paesi c’è solo un ginecologo che deve decidere se offrire il suo supporto alle donne in gravidanza. Quindi ci si ritrova, oltre che isolate in casa, senza la possibilità di sapere come stiamo e come stanno i nostri figli. 

Il quadro clinico materno è importantissimo come quello del bambino che portiamo in grembo. Mi sento fortunata in questo momento, in quanto a Gioiosa Marea, il mio paese, posso fare alcuni esami. Per il resto, l’ospedale di Patti è blindato mentre quello di Sant’Agata limitato (a causa dei ricoveri da covid). 

Con altre donne abbiamo creato un gruppo WhatsApp del corso preparto e cerchiamo di fare il corso su Skype. Ma anche l’ufficio ticket è chiuso, e bisogna recarsi in tabacchino per pagare il ticket e pochi offrono questo servizio. È un caos. Alla nascita il futuro papà non potrà assistere e anche dopo, durante il ricovero, nessuno potrà venire a trovarmi in ospedale. Lo capisco, vista la situazione è una forma di tutela. Ma c’è una grande confusione e ci sentiamo smarrite. A livello psicologico un sostegno di base è un supporto che dovrebbe essere garantito e offerto a tutte le donne in gravidanza e alle mamme di bambini piccoli. 

Esistono realtà che fanno paura sotto questo punto di vista: in paesini molto piccoli dove non c’è neanche un medico specializzato o un laboratorio di analisi, bisogna per forza spostarsi in altri comuni diversi da quello di residenza. 

Il governo ha disposto blocchi e divieti: come il divieto a tutti di trasferirsi da un comune all’altro, sia con mezzi pubblici che privati. Siamo obbligati a fare le autocertificazioni per non essere fermati e multati. Il principio è: “dove siamo restiamo”.

Trovo che i sacrifici fatti da molti risultino infine vani con l’esodo da Nord a Sud che c’è stato. C’è molta confusione e a mio avviso la gente ha paura e non si sente tutelata. È terribile che gli ospedali abbiano chiuso alcuni reparti e bloccato test, esami e visite. Gli anziani e i bambini sono le persone più vulnerabili e la salute è un diritto che deve essere garantito dallo Stato. 

Lo Stato italiano, come repubblica democratica dovrebbe avere a cuore il proprio futuro, garantendo a priori tutti gli esami e le visite alle future mamme e donando il migliore dei “retaggi” ai nuovi nati: la salute e la vita come principio di rigenerazione. E allora noi mamme con la vita dentro ci attacchiamo alla vita.. La vita che genera vita ma senza l’hashtag che recita “andrà tutto bene”  perché, ahimè, a noi non è dato saperlo in questo momento particolare. (Arianna Giardina)


 

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