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Covid-19 fra Bolivia e Spagna: due «silenzi» che parlano la stessa lingua

 

Per “Lettera Q“, le testimonianze da un mondo in quarantena per l’emergenza coronavirus, pubblicate da Eco Internazionale ogni domenica.


La Bolivia è uno degli ultimi stati al mondo ad aver preso provvedimenti contro la pandemia di coronavirus. Fino al 15 aprile, a quanto affermano gli ultimi provvedimenti, potrà uscire solo una persona per ogni nucleo familiare per fare la spesa e solo al mattino. Le città si svuotano, il silenzio domina sovrano e i confini restano inevitabilmente chiusi. Il bilancio nazionale è finora di 139 casi di contagio e 10 vittime di Covid-19. Il 25 marzo, la presidente ad interim Jeanine Anez, ha dichiarato lo stato di “emergenza sanitaria” dando il via a un lockdown che scongiuri l’esplosione di focolai incontrollabili. Per strada si vedono solo i checkpoint delle autorità e i veicoli utili al trasporto ospedaliero. Ad uscire di casa per motivi di sola necessità sono i cittadini di età compresa fra i 18 e i 65 anni, coloro che sono stati giudicati meno “a rischio”. Il primo caso sospetto era stato segnalato il 26 febbraio: il quarantenne europeo era stato isolato in un centro medico privato di Santa Cruz ed è stato dimesso il 6 marzo, una volta negativizzato.

Grazie a Dio il virus non è ancora arrivato a Potosì, città nella quale vivo. In Bolivia però stiamo soffrendo gravi problemi politici in relazione alle norme riguardanti il periodo di quarantena che stiamo vivendo. I decreti che vengono approvati dalla nostra Presidente e dal Governo non vengono rispettati a pieno dai Governatori dei vari Dipartimenti della Bolivia. Siamo di fronte a delle gravi disobbedienze nei confronti della massima autorità statale. (Ruth Elias)


Dalla calma (apparente) in Bolivia, da cui arrivano le parole di Ruth da Potosì, città a oltre 4 mila metri d’altitudine, un luogo dove la preoccupazione principale non è il coronavirus, al racconto di Tanya da Barcellona, in Spagna, una nazione dove l’emergenza ha superato da giorni la gravità raggiunta in Cina ormai oltre un mese fa. Le due vite dentro un’emergenza che parla la stessa lingua, lo spagnolo – oltre che quella umana – sono immerse in un caotico silenzio surreale, innaturale e “diverso” da un lato all’altro dell’Atlantico.

In Catalogna i contagi hanno superato i 25 mila casi e sono più di 2.500 i decessi registrati. L’emergenza sempre più preoccupante ha portato il governo spagnolo a espandere il blocco delle attività fino al 26 aprile. Tanya, una nostra lettrice che vive e lavora da quasi un anno a Barcellona, racconta le prime settimane “rosse” catalane in un isolamento sociale arrivato troppo tardi, un lockdown più autoimposto che altro e una lezione di vita che dovremmo apprendere da momenti come questi.

La situazione qui in Spagna è abbastanza triste. La pandemia è stata presa sottogamba sin dall’inizio e le notizie dei focolai scoppiati in Italia e delle misure prese, non sono servite da esempio. Era ancora una “semplice influenza”. Solo il 14 marzo hanno obbligato la chiusura di ristoranti, negozi e servizi non fondamentali, mandando per strada migliaia di lavoratori che sono stati licenziati in tronco senza assicurare un rientro lavorativo post pandemia o il cosiddetto ERTE (cassa integrazione spagnola). Pian piano (in pieno stato di allerta) anche le imprese e aziende di servizio al cliente hanno iniziato a chiudere licenziando il personale neoassunto con una semplice lettera che recitava “Non hai passato il periodo di prova”. Alcune hanno garantito il famoso ERTE e altre stanno ancora tentando di adottare lo smart working, in castigliano «teletrabajo», per non finire in bancarotta.

Gli ospedali stanno crollando; mascherine, guanti, gel per mani, alcool sono un lontano miraggio. Quei poveri fortunati che hanno ancora un lavoro ma non un mezzo proprio devono necessariamente usufruire di metro e bus, in cui si tenta di mantenere le misure di distanza suggerite dalla sanità. Peccato però che i mezzi siano stati ridotti e non ci siano controlli per le strade. Il documento di “auto responsabilità” per lo spostamento, rilasciato dalla mia impresa, lo posseggo ma non è obbligatorio. Ho visto diverse conferenze stampa del presidente Sanchez e dei vari ministri che recitano solo la stessa minestra riscaldata: “State a casa, mantenete la distanza di sicurezza e lavate bene le mani”. Siamo più noi cittadini ad autoimporci la quarantena.

Non si parla ancora di aiuti o sovvenzioni economiche per chi si trova a casa senza un lavoro e deve affrontare affitto e bollette (noi viviamo in tre). Io ho iniziato il teletrabajo solo oggi – dopo una lunga ed estenuante attesa per le licenze e i pc, dato che non hanno mai preparato un piano di contingenza – i miei altri due inquilini sono stati licenziati senza garantire loro l’indennità di disoccupazione.

Ogni giorno che passa, per chi vive lontano dalla famiglia, cresce la malinconia però sappiamo che la distanza dai nostri cari, in questo momento, è il dono più grande che possiamo fare loro. Da questa triste e globale esperienza spero solo che l’uomo impari il rispetto per sé stesso, per il prossimo e in primis per la natura. Non ho mai respirato (paradossalmente) aria così pura in una metropoli e visto così tanti pappagalli ed uccellini volare in piena libertà.


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