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Usa e Iran: la guerra dà i numeri

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Per migliaia di anni, ogni guerra è stata caratterizzata da alcuni elementi fondamentali, cinque comuni denominatori che lo scontro ha sempre portato con sé sul campo di battaglia: armi, sangue, eroi, vinti e vincitori. Con il tempo le armi si sono evolute, anche i gruppi meno organizzati hanno iniziato ad usare tattiche e strategie, il sangue si è mischiato alle droghe da battaglia oltre che agli psicofarmaci, gli eroi senza macchia si sono mostrati spesso nella loro brutalità, vinti e vincitori hanno ballato fra loro in giochi di alleanze e tradimenti.

Dalla terra si è passati al mare, dal mare ai cieli, si è sognato lo spazio e come in tutti i sogni è arrivata la sorpresa, un campo di battaglia inaspettato, creato dai militari per i militari: Internet.

Internet è l’evoluzione naturale del più ancestrale bisogno dell’uomo di comunicare e ordinare alla velocità dei suoi pensieri, per questo l’abbiamo spinta dove arrivano i nostri bisogni.

La rete ha cambiato tutto nelle nostre vite, anche le regole di quel gioco, l’arte della guerra, vecchio e nuovo allo stesso tempo, particolarmente doloroso per alcuni e remunerativo per altri. La guerra è approdata alla sua quarta dimensione, arrivando in ogni momento ovunque, in tutti i più piccoli oggetti del nostro quotidiano, nel modo più radicale e invasivo possibile.

Quando parliamo di guerra cibernetica non dobbiamo pensare esclusivamente a realtà incredibilmente complesse, fatte di grandi sale piene di schermi, computer sofisticatissimi, menti geniali ed eroi futuristici con abilità o attrezzature di cui non conosciamo l’esistenza. La guerra su internet si combatte da casa, dentro le nostre tasche, spesso attraverso vecchi computer rubati dotati dello stretto necessario in termini tecnologici. Al centro ci sono i numeri, un’arma antica duemila anni.

La guerra su internet si combatte sempre, costantemente senza tregue, anche fra stati alleati: Usa e Iran sono i top player di questo campo di battaglia. Lo scontro è fra strategie completamente differenti, finissime intelligence provenienti da scuole lontane ma dotate degli stessi identici strumenti tecnici.

La vera differenza fra i due schieramenti risiede nelle modalità di combattimento e di utilizzo di software e hardware. L’obiettivo principale di questa e di tante altre guerre tecnologiche è l’acquisizione di informazioni e, solo in un secondo momento, anche la disattivazione di servizi pubblici essenziali.

Gli Stati Uniti sono famosi per le incursioni chirurgiche nei sistemi di tutto il mondo, l’incredibile gerarchizzazione e l’ossessivo controllo dei team di hacker nazionali, l’uso delle nuove tecnologie per lo spionaggio capillare di leader internazionali e della società civile, la capacità di persuadere i produttori di computer, prese smart e telefoni a creare le c.d. backdoor, porte di servizio che potranno servire ad aprire facilmente tali dispositivi per utilizzarli da remoto nonché accedere alle informazioni contenute al loro interno.

L’Iran possiamo definirlo invece come “l’esercito della porta accanto”. Indubbiamente dotato di un apparato solido e personale altamente specializzato e temuto a livello globale, questo stato si contraddistingue però per lo sfruttamento massiccio di tecniche di guerriglia semplici, poco “pulite ed eleganti” ma estremamente efficaci. L’intelligence di Teheran fa uso massiccio di cellule indipendenti, non governative come la famigerata APT33, e di un capillare quanto disorganizzato gruppo di utenti spontanei, della porta accanto appunto, che mettono al servizio del governo le loro conoscenze informatiche o più semplicemente i loro pc per, ad esempio, attacchi DDoS.

Nella guerra tradizionale, vince chi uccide; in quella cibernetica, chi sa nascondere e nascondersi.

Mentre gli americani preferiscono camuffare le loro tracce con abili travestimenti digitali e puntare ad azioni mirate con sforzi strettamente necessari all’obiettivo del momento, gli iraniani sollevano molta polvere, creano caos e si nascondono fra la folla, in mezzo a centinaia di migliaia di dati, numeri e indirizzi.

Graffiti sui muri di Teheran (Atta Kenare, Getty Images)

Scoprire le impronte lasciate da Washington è molto difficile ma, una volta trovato un pezzo del filo, risalire ad obiettivi e mandanti non è troppo difficile. Scoprire le “molliche di pane” lasciate dai secondi è invece più facile – banalmente, per quanto incontrollate, le folle di patrioti digitali vanno aizzate e, in minima parte, indirizzate con movimenti che lasciano più tracce – ma per comprendere i loro reali intenti è necessario un certosino lavoro di ricostruzione che dura mesi e mesi di analisi.

Le vittime di questa guerra sono raramente esseri umani, almeno in via diretta. Stiamo parlando di una guerra di supporto, che raccoglie informazioni per chi sparerà sul campo, una guerra che nella vita di tutti i giorni può però avere effetti devastanti per tutti noi. Perché quando un governo decide di passare dalla raccolta di informazioni alla fase due, l’azione vera e propria, cadono improvvisamente servizi considerati ormai essenziali per l’individuo. Gli obiettivi diventano i sistemi di pagamento ed intrattenimento che usiamo tutti i giorni, che sono nelle nostre tasche o in casa – come PayPal e Spotify nel 2016 – ma anche l’intera rete elettrica nazionale, come emerso pochi giorni fa.

Moltissimi di questi attacchi sfruttano proprio il nostro computer, il nostro telefono, le prese smart della tua stanza, la tv, i sistemi di allarme, quello che riteniamo più amichevole e sicuro. Probabilmente ne saremo per sempre ignari ma loro sono lì, capaci di cose per noi inimmaginabili, come spegnere la luce e allo stesso tempo aiutare qualcuno dall’altra parte del pianeta ad oscurare un sito del governo.

Questi attacchi, così vicini a noi, sono fatti per destabilizzare la comunità, per creare un senso di paura, instabilità e insicurezza. I nostri governi poi ne approfittano, come dal giorno successivo all’undici settembre, per farci credere che maggiori restrizioni alla libertà personale siano sinonimo di sicurezza (illuminanti, sul tema, sono le letture dei testi della Prof.ssa Tecla Mazzarese). Così oggi accettiamo sistemi di intercettazione capillari e domani la videosorveglianza massiva con riconoscimento facciale, in un circolo vizioso senza fine.

La verità è che abbiamo una sola possibilità per vincere questa guerra della quarta dimensione, con un gesto tanto semplice quanto costoso: disconnettere il wifi, il 4G, spegnere il più possibile Internet nella nostra vita. Utopia? Probabilmente si, ormai sugli smartphone abbiamo parte di noi stessi, con tutti i sentimenti, ma non possiamo dimenticare che i nostri nonni hanno fatto a meno dei post su Facebook e di video di galline che suonano il piano.

Due cose alla fine sono certe per chi scrive: le informazioni, i numeri, la conoscenza costituiscono la nostra unica speranza per comprendere quanto accade e come difenderci in questa guerra che dà i numeri ma, soprattutto, è sempre necessario ricordarsi che Internet è uno strumento potente che bisogna utilizzare in modo appropriato, come quando guidiamo una macchina. A tenere i 100 km/h su una Ferrari, ad occhi bendati, ci si può solo fare del male.

Ignazio Morici


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Ignazio Morici

Advisor in strategie di comunicazione, sono specializzato in brand awareness e marketing CX. Attivista di Amnesty International, scrivo di attualità. (www.morici.eu)

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