Meccanismo Europeo di Stabilità?

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Di Francesco Paolo Marco Leti – L’Unione Europea segue, a volte, delle strade del tutto incomprensibili. Una di queste è rappresentata dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), più conosciuto nella letteratura internazionale con il suo nome inglese: European Stability Mechanism (ESM). La stranezza di questo fondo verte, innanzitutto, nella sua funzione: esso è, sostanzialmente, il prestatore di ultima istanza per i Paesi della zona euro. L’anomalia dell’attribuzione a un fondo della classica funzione svolta dalla banca centrale è tipica della costruzione comunitaria. Ma vi sono delle ragioni dietro.

La principale si trova nella stessa essenza del MES. Pur essendo, infatti, un fondo a sostegno dei Paesi della zona euro, esso è sostanzialmente esterno rispetto alla struttura europea e strutturato come un’organizzazione internazionale: tale strumento, infatti, è stato posto volontariamente al di fuori probabilmente per eludere la sindacabilità in materia della Corte di Giustizia dell’Ue e contemporaneamente affidare la materia stessa a un gruppo di tecnocrati totalmente svincolati dal giudizio elettorale. La ragione ufficiale è evitare l’azzardo morale da parte dei Paesi membri che, certi dell’intervento di una banca centrale prestatrice di ultima istanza, potrebbero attuare politiche di deficit di bilancio. Nonostante questa buona ragione, utilizzare un fondo come prestatore di ultima istanza è una soluzione inefficiente: quando il MES deve finanziare un paese in crisi, ha necessità di attingere alle sue riserve costituite dalle sottoscrizioni effettuate dai paesi della zona euro (le quote maggiori sono fornite dalla Germania, dalla Francia e dall’Italia che, da sole, rappresentano oltre il 60% dell’intero fondo) in base alla propria popolazione e al Prodotto interno lordo. Qualora queste non dovessero essere sufficienti, il MES finanzia lo Stato richiedente dietro il pagamento di un congruo tasso d’interesse (2%) rispetto al prezzo ottenuto sul mercato medesimo. Come è evidente, se la funzione fosse svolta dalla BCE, non vi sarebbe l’esigenza di una procedura così farraginosa: l’istituzione europea creerebbe la liquidità necessaria al paese in crisi, sovvenzionandolo senza nessun corrispettivo come interesse.

Altro aspetto da non sottovalutare riguarda la circostanza secondo la quale la BCE ha “munizioni illimitate”, essendo in grado di “stampare” moneta; il MES, invece, ha la necessità di ricorrere al mercato per ottenere fondi, qualora quelli presenti fossero carenti. A ciò va aggiunta la criticità legata al costo che il Paese che richiede un finanziamento attraverso il MES deve affrontare. Abbiamo già visto come lo Stato debba corrispondere al Meccanismo un interesse del 2% rispetto al costo di approvvigionamento sul mercato del fondo. Naturalmente, in caso di crisi di debito sovrano di uno dei paesi dell’area dell’euro, vi è da attendersi che i tassi di interesse siano già surriscaldati dalla crisi: è evidente come la soluzione sia inefficiente rispetto all’utilizzo della banca centrale quale prestatore di ultima istanza.

Oltre ai problemi di natura economica, il MES presenta dei forti problemi di carattere politico. Infatti, i Paesi in crisi, per ottenere la liquidità, devono sottostare a una serie di obblighi formali, fra i quali il rispetto dei parametri del Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance nell’unione economica e monetaria (Fiscal Compact) o dimostrare che stiano fattivamente cercando di rientrarvi. Come è ovvio, in una situazione di crisi economica, in presenza di stabilizzatori automatici, è complicato rispettare quanto previsto dal Fiscal Compact e subirne la sua natura pro-ciclica. Per accedere ai finanziamenti previsti, inoltre, è necessario firmare un memorandum di intesa con il fondo e con le Istituzioni europee e l’erogazione dei finanziamenti avverrebbe sostanzialmente sotto stretta condizionalità. Detta in altri termini, sarebbe come armarsi per spararsi su un piede. Questo è il funzionamento attuale del MES.

La riforma con la quale si vorrebbe modificare tale strumento non ne risolverebbe le criticità. Una delle principali modifiche riguarda l’utilizzo del fondo come una sorta di “backstop” per le risoluzioni bancarie (crisi bancarie): esso, cioè, finanzierebbe gli istituti di credito entrati in crisi per degli shock economici, alleggerendo il peso dell’intervento dei Paesi di riferimento; una funzione, questa, necessaria nel quadro di un passaggio a una visione federale dell’Unione. Quello che convince meno è il rafforzamento dell’ipotesi di ristrutturazione del debito – per il paese che necessitasse di avvalersi del fondo – che dovrebbe, peraltro, avvenire in modo preventivo rispetto all’erogazione dei fondi, con grossi rischi per i Paesi ad alto debito. Questa ristrutturazione non avverrebbe in modo automatico – come richiesto dai falchi e, in particolare, dal Presidente della Bundesbank –, ma sarebbe deciso in base a una valutazione nel merito della sostenibilità del debito.

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In sintesi, la versione finale sarebbe la posizione di compromesso fra una posizione ultra-rigorista e una visione più vicina alle tesi dei Paesi ad alto debito. Nonostante questo, i rischi sarebbero comunque enormi: una crisi di liquidità temporanea di un paese, dovuta a situazioni esterne come uno shock economico, con annessa richiesta di finanziamento al Meccanismo potrebbero scatenare il panico sui mercati, con una fuga della liquidità stessa verso i paesi più solidi determinando, alla fine, l’insolvenza dello Stato richiedente. Una situazione molto simile a quella che accadde dopo la famosa conferenza stampa di Deauville, nella quale Nicolas Sárközy e Angela Merkel sostennero il coinvolgimento del settore privato nel caso di ristrutturazione del debito pubblico di un paese; affermazioni, queste, che scatenarono il panico sui mercati nei confronti del debito greco.

Proprio alla luce di questi limiti vanno lette le parole del Presidente della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha dichiarato come «i piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default». Di tenore simile le parole del Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli che riferendosi alla riforma del MES e dell’Unione Bancaria avrebbe dichiarato: «se le condizioni relative al debito pubblico si alterano o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico, non li compreremo più». Altri critiche sono venute dall’economista Giampaolo Galli dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica: «Il punto fondamentale è che nella riforma emerge l’idea che un Paese che chiede aiuto al Mes debba ristrutturare preventivamente il proprio debito, se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso Mes. Si noti che la novità non sta tanto nella possibilità che un debito sovrano venga ristrutturato ma nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione pressoché automatica per ottenere i finanziamenti».

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Molta della strategia adottata dal precedente e dall’attuale Governo – quindi anche da parte di chi oggi appare molto allarmato – per superare i problemi connessi alla riforma del MES è legata alla cosiddetta logica di “pacchetto”. Essa dovrebbe prevedere che la riforma del Meccanismo vada di pari passo con altri importanti riforme europee e, in particolare, quella legata alla creazione dello Strumento di bilancio per la competitività e la convergenza europea (BICC) e l’Unione bancaria con la garanzia dei depositi (Edis). Queste riforme, più utili al sostegno dei paesi ad alto debito, sono però lontane dall’essere delineate del tutto, nonostante dovessero procedere di pari passo con la riforma del MES.

Anche sulla riforma dell’Unione bancaria sono presenti grossi problemi legati alla volontà del Ministro delle finanze tedesco di non considerare più i titoli di Stato come esenti dal rischio, con un aggravio di costo per le banche italiane che hanno le “pance” piene di titoli di Stato nazionali. Come è evidente, una risposta semplice circa i rischi del MES in quanto tale o delle modifiche previste dalla sua riforma non è per nulla semplice: se da un lato tali interventi sembrano non interessare il nostro Paese in questo momento, il rischio di un effetto domino legato all’irrazionalità dei mercati e ai conseguenti effetti gregge potrebbe essere determinante. La soluzione a tutti questi problemi potrebbe essere radicale, riassegnando le funzioni svolte dal MES alla BCE, esattamente come avviene in qualunque Stato del mondo, perseguendo finalmente un’ottica federalistica seria, invece delle continue politiche di piccolo cabotaggio fatte di continui strappi. Ma le condizioni europee attuali non sembrano permettere niente del genere.


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