Cosa resta di quel muro

Di Alice Antonacci – Oggi 9 Novembre 2019 è una data che, anche a leggersi, soprattutto in italiano, sembra non portare con se molto più di una sequenza di nove. Invece insieme al nove, si porta dietro anche un multiplo di tre, qual è il 30. Trenta come gli anni che sono trascorsi da una data quasi mitica, il 9 novembre 1989.

Si potrebbe, a ben volere, fare della retorica ma non sarebbe questa la sede più appropriata. Quel che è certo è che il muro, o un muro, ha sempre diviso. Sia che si parlasse degli assetti geopolitici della storia terrestre di una certa parte di mondo, sia che si parli, o si provi a parlare, di arte.

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Il muro in questione è il tristemente noto Muro di Berlino, costruito quando alla fine di un momento storico singolare l’Europa si trovò messa, per l’appunto, di fronte ad un muro. Era necessario fare una scelta e decidere come comportarsi con quella che era stata la capitale di un regime ma che aveva al contempo portato con sé molto, molto altro. Berlino, città infamata da certa politica, che con la sua Porta di Brandeburgo, singolare monumento, ha provato, vestita di cicatrici, a portare avanti e su di sé un fardello difficilissimo da reggere. Dopo il regime, anche l’onta della divisione più odiosa, forse di tutte: quella interna, fra persone, fra affetti cari, fra dinamiche politiche che forse non sono state all’altezza della situazione.

Così è sorto il muro, dalla necessità di operare una divisione, come tra le forze geopolitiche così nelle vite delle persone, unici veri agnelli sacrificali, ancora una volta, della noncuranza. Divisorio in vita e, metaforicamente, anche in morte. Cosa s’è fatto oltre quel muro, gioiosamente abbattuto, anche a colpi di martello, di mani, di unghie? Il popolo, come ogni uomo dopo essere stato rinchiuso, desiderava semplici azioni: espirare, mangiare, ridere ed abbracciare.

“The fall of the Berlin Wall – November 1989” by gavinandrewstewart (CC BY 2.0 )

Oggi, come un arcobaleno nel cielo di Berlino, non fluttuano le coscienze delle persone ma 30 mila messaggi, annotati su pezzi di tela colorata e sorretti da un’immensa rete da pesca, che sventolano davanti alla Porta di Brandeburgo. Si tratta della poetica installazione artistica Visions in motion dell’artista Patrick Shearn, che ha anticipato, come riportato anche da altre testate, le celebrazioni per i trent’anni dalla caduta del muro, di cui oggi ricorrono i festeggiamenti.

Foto: Paul Zinken/dpa | Verwendung weltweit Berlin.de

I discorsi sui muri, si sa, mettono sempre davanti ad una scelta, talvolta forzata. E le scelte spesso, se non sono dolorose, portano con loro dei problemi. Così, una volta appianatesi le divergenze e dopo avere deciso di abbassare le difese e abbattere il muro, possiamo dire che oggi è uno di quei giorni in cui si festeggia, sì, ma con l’amaro in bocca. Se per caso vi capitasse, come in un noto film di Polansky, di mangiare un ultimo pezzo di dolce, con la vostra famiglia riunita e magari senza sapere se e quando potrete rifarlo, gioireste del sapore zuccheroso che vi si scioglie in bocca, ma resterebbe l’amaro. Così è stato ed è, se vi pare, il gusto di questa ricorrenza. Una città spaccata, o una nazione, un mondo forse, dove ancora una volta si deve scegliere da che parte stare.

Ci si trova spesso a interrogarsi su quale sia la più vera, la più giusta o la più sensata rilevanza da dare ai resti di un muro come quello. Un muro che non ha sorretto case ma è stato luogo di molte sconfitte per gli uomini che su quel rudimentale giaciglio hanno voluto sacrificare molto, talvolta anche l’umanità. Ci si è chiesti “come trattarlo allora?”, come restituirlo alla gente che nulla o poco sa di quelle barbarie, di quelle difficoltà, di quella tensione, di quella cortina che non molto tempo fa ha diviso non solo una città ma anche tante famiglie. Luogo di tragedia da debellare e rimuovere oppure elemento segnante?

Probabilmente abbiamo la memoria corta, probabilmente siamo stati distratti, probabilmente lo smartphone non ci funzionava bene o non siamo stati in grado di cogliere uno, due, tre segnali. L’amore sta quasi sempre al di là della paura, e ci sono cose che – sembra strano a dirsi – stanno, molto spesso, anche al di là dell’amore e dei muri. Sembrerà sciocco oppure potrà forse ravvisarsi in queste parole una volontà, non meramente provocatoria. Da muro a muro, passano anni, persone, cose, pianeti. Poi ci sono cose che restano sempre le stesse, sebbene gli abitanti del mondo siano, in parte, cambiati. Viene da chiedersi, sentendo parlare di altri muri, che cosa si sia mai potuto imparare dalla storia, se poi è così facile scordarsene.


Foto in copertina “Berlin Wall 5” by skyanth (CC BY-NC 2.0)

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