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Vitruvio sì, Vitruvio no… Vitruvio è di tutti

Di Virginia Monteleone – I primi di ottobre il Tar del Veneto accoglieva il ricorso dell’associazione culturale Italia Nostra contro il prestito del famoso Uomo Vitruviano di Leonardo al Louvre, che sarebbe stato esposto insieme ad altri famosi capolavori pittorici del maestro per la grande mostra dei 500 anni dalla sua morte.

L’Uomo Vitruviano è una delle opere di Leonardo, assieme alla Gioconda, più famose del mondo: si tratta di un disegno su carta di piccole dimensioni (34 cm per 24) che «detta» i canoni delle proporzioni del corpo umano in pittura. La figura infatti sta inscritta in un cerchio e in un quadrato. Il disegno venne realizzato presumibilmente attorno al 1490.

Le motivazioni che inizialmente avevano ostacolato il prestito vertevano sulle cattive condizioni di salute dell’opera e quindi della sua impossibilità a trasferimenti ed esposizioni. Peccato che tutte queste preoccupazioni non siano state sostenute dagli esperti  dell’Istituto centrale del Restauro che interpellati avrebbero addirittura dato l’ok per il prestito ai cugini francesi.

Ma dietro cosa c’è? Ovviamente ci sono degli accordi tra Roma e Parigi. A fronte delle celebrazioni nel 2020 di Raffaello, il Louvre darà all’Italia due capolavori assoluti, di importanza pari all’Uomo vitruviano: il ritratto di Baldassarre Castiglione e l’Autoritratto con un amico, ovviamente in cambio dell’uomo Vitruviano per le celebrazioni di Leonardo.

La sentenza del 16 ottobre ha infine respinto il ricorso di Italia Nostra ( tra l’altro sostenuta dalla Lega che vede l’opera come simbolo di italianità), e quindi adesso il tesoro nazionale è serenamente esposto in massima sicurezza e stabilità tra le pareti del Louvre.

Ma la domanda sorge spontanea: nonostante l’ok di moltissimi esperti, perché opporsi ad un gesto di condivisione tra l’altro supportato con scambi equi? L’eccessiva premura con cui dopo l’ultima sentenza ci si era augurati la massima accortezza nel gestire la custodia dell’opera è quanto meno imbarazzante. Come se si aspettassero che l’opera sarebbe stata spedita avvolta nella carta di giornale in qualche cargo battente bandiera liberiana e gettata davanti la porta d’ingresso del Louvre.

Ovviamente questo eccesso di nazionalismo e possessività culturale potrebbero ricordare la tragica macchia all’onore riportata dalla presenza della famosissima (e sopravvalutata) Gioconda nelle terre francesi. Come se l’opera ci fosse stata rubata miseramente – fu Leonardo stesso nel 1516 a portarla con se in Francia, e probabilmente venduta da lui insieme ad altre opere.

Ma fino ad ora, l’uomo Vitruviano dov’era? Era rintanato negli archivi dell’accademia di Venezia, dove nessuno poteva vederlo. Era uscito allo scoperto per un brevissimo periodo alle Gallerie dell’Accademia nella mostra “Leonardo da Vinci. L’uomo modello del mondo” (Venezia, dal 17 aprile al 14 luglio 2019). A fronte di questa doppia esposizione si riterrebbe poi necessario tenere per molti anni al buio l’opera, dove era in effetti stata fino ad ora.

Dunque solo questioni sterili legate a delle scelte politiche nazionaliste? Possibile. L’unica certezza è che l’arte intesa come patrimonio dell’umanità è appunto dell’umanità. Se qualcosa di buono è potuta uscire da questo strano ricorso di Italia Nostra è l’aver messo in evidenza i problemi della tutela e valorizzazione degli archivi e la fruizione dei disegni o documenti in essi conservati. Abbiamo un patrimonio inestimabile abbandonato all’incuria o all’ingerenza di amministrazioni che non riescono a valorizzare questo grande tesoro che sono le testimonianze del nostro passato.

Il patrimonio culturale va conservato e assicurato sempre per le generazioni che verranno. È giusto salvaguardarlo ma è altrettanto giusto condividerlo con la generazione di oggi, possibilmente senza confini.


Virginia Monteleone

Virginia Monteleone

Responsabile "Eco Culturale". Credo che l’arte sia una scelta di vita, e che la si sceglie in varie modi: la si fa, la si spiega, la si vende o la si compra. Io la svelo nella sua semplicità.

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