Non è più la guerra di trincea. Caporetto: le ragioni della disfatta

Di Salvatore Gabriele Imperiale – Due ore e più di tiro a gas, due di quiete e altre due di bombardamento di distruzione. Cominciò così la battaglia di Caporetto: era il 24 ottobre 1917, un giorno che nella memoria comune rimarrà per sempre macchiato dall’onta della sconfitta. Ma come si era passati dalla “vittoriosa” XI battaglia sull’Isonzo al totale sfaldamento del robusto fronte italiano e alla ritirata dell’esercito fino al Piave? Come si arrivò ad avere, solo il primo giorno, oltre 40.000 tra vittime e prigionieri?

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Ragioni di una sconfitta. Il fronte italiano si estendeva dalla zona di Montefalcone e Gorizia, seguiva le Alpi Carniche passando per la testa di ponte di Tolmino e Caporetto e infine ridiscendeva fino al Trentino, dove si allungava fino al Passo del Tonale e Bormio, ai confini con la Svizzera. Lungo questa linea stavano assiepate la III Armata – tra Udine e Gorizia – la II Armata – sulla zona di Cividale, Caporetto, Plezzo e Tolmino – , la IV e la I Armata. Al momento dell’assalto nemico, lungo tutto il fronte, c’erano, sulla carta, 856 battaglioni di fanteria (ciascuno formato da 3 compagnie di 175 uomini) di cui 120 in riserva sulla pianura friulana. Una forza che avrebbe potuto reggere all’urto degli attaccanti, forti di 574 battaglioni di fanteria (ciascuno composto da 4 compagnie di 150 uomini). 1.844.000 italiani contro 1.353.000 tra austriaci, ungheresi, tedeschi, cechi e bosniaci. Unico scompenso numerico riguardava l’artiglieria. In quel momento infatti il Regno d’Italia, che a differenza degli austroungarici aveva ricevuto pochi rinforzi dagli alleati e reggeva il peso del fronte con la sola industria nazionale, sembrava avere la meglio: 6918 pezzi di artiglieria (di cui 3828 di piccolo calibro, 2869 di medio calibro e 221 di grosso calibro) più 2500 bombarde. Dall’altro lato del fronte, 5255 pezzi complessivi assistiti dalle leggendarie “Gastruppe” tedesche, che grazie agli innovatici mortai multipli a comando elettrico, nella conca di Plezzo, sperimentarono durante l’attacco i nuovi agenti chimici “Cloroarsina” e “Difosgèn”, capaci di alzare nuvole di gas alte 4 o 5 metri e, in poco meno di 30 secondi, di saturare una zona di oltre 120.000 metri quadrati. Quello quindi che fece la differenza, soprattutto nel luogo dello sfondamento austriaco, fu la tattica militare e le decisioni prese dai generali.

L’esercito italiano, prima di Caporetto, era stato spinto troppo in avanti e lasciato in posizioni prettamente offensive – questo era il risultato delle battaglie sull’Isonzo e della volontà di Cadorna di dare, a ogni costo, continue spallate al nemico per arrivare a Trieste. Questa spinta, senza curarsi troppo dell’effettiva tenuta della seconda linea (la cosiddetta “linea di resistenza ad oltranza”), portò ad avere lungo il fronte di Caporetto-Plezzo-Tolmino un fucile ogni 3 metri; troppo poco per fermare la più innovativa e performante onda austro-tedesca. La qualità dei rinforzi e degli uomini schierati fece quindi notevoli danni: le sanguinose battaglie sull’Isonzo avevano aperto grossi buchi nell’esercito italiano – solo l’XI costò a Cadorna 160.000 uomini tra morti, feriti, prigionieri e dispersi per un’avanzata complessiva di 8 chilometri – e nessuno o quasi, aveva pensato al rimpiazzo delle perdite.

All’inizio della Grande Guerra, un battaglione dell’esercito italiano era formato da 1000 uomini; questo numero si era rapidamente ridotto a 500 e in molti, troppi casi, anche al di sotto questa quota. Capitolo a parte va dedicato alla nostra artiglieria. Seppur godeva di una discreta superiorità rispose poco e niente all’attacco nemico. Le bocche attive infatti vennero zittite dopo pochi tiri per espressa volontà dell’alto comando. Fatto questo che fece pensare agli austro-tedeschi a un’efficacia pressoché totale del loro bombardamento. In verità, con l’interruzione dei collegamenti e la veloce manovra nemica, gli artiglieri italiani furono i primi che, non ricevendo più ordini e vedendosi il nemico alle calcagna, pensarono unicamente ad affollare le strade su cui si correva già in ritirata.

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Non è più la guerra di trincea. Come abbiamo detto, le posizioni italiane su Tolmino e Caporetto vennero attaccate durante la notte del 24 ottobre con un devastante bombardamento che durò appena 4 ore e mezza. Una tattica “poco convenzionale” visto che durante la prima guerra mondiale i bombardamenti “preparatori” potevano protrarsi per giorni. Basti pensare che i generali inglesi, prima di sferrare l’offensiva sulla Somme, martellarono le difese del Kaiser per oltre 6 giorni, sparando oltre un milione e mezzo di colpi. Attacco devastante naturalmente per i difensori, ma anche per l’economia dell’attaccante.

Secondo il racconto dell’aiutante del re Vittorio Emanuele, il Conte Azzoni Avogadro, e quello di un ufficiale della brigata Caltanissetta – riportato magistralmente da Alessandro Barbero nel suo “Caporetto” – ogni colpo sparato del nemico costava dalle tre alle quattro mila lire, mentre il valore anatomico di un fante oscillava sulla quindicina di lire. Tanto rumore per nulla. E i tedeschi, che come gli austriaci subivano un embargo pressoché totale dagli anglo-francesi, capirono presto che bisognava fare di necessità virtù. Per “economizzare” – la mancata risposta della nostra artiglieria incredibilmente rispondeva anche a questa logica – i generali del Kaiser iniziarono a sperimentare una nuova forma di bombardamento e la testarono con successo con l’assedio e la rapida conquista di Riga nel settembre del 1917.

Ma come funzionava questa nuova arte della guerra? Il primo diktat imposto dagli alti comandi tedeschi – tra loro il massimo esperto di artiglieria Georg Bruchmüller – era: limitare l’uso dell’artiglieria ad attacchi massicci ma brevi. Bisognava sparare il maggior numero di proiettili in poche ore per far spazio alla fanteria. Secondo diktat: gli obiettivi da colpire erano, oltre alle prime linee di trincea, i collegamenti telefonici, i luoghi di osservazione, le linee più arretrate e i luoghi di raccolta delle masserizie. Terzo diktat: mentre il fuoco si abbatteva sul nemico, piccole squadre d’assalto, gli “Sturmpatrouillen” dovevano rapidamente occupare più terreno possibile ed intervenire subito dopo la fine o contemporaneamente al bombardamento. Inoltre compagnie di telefonisti seguivano l’avanzata per stendere i primi cavi in attesa del grosso delle divisioni e per meglio coordinarsi con il tiro dell’artiglieria, cercando di evitare inutile fuoco amico. Ma non solo: “l’aggiramento” doveva diventare la regola dominante. Non aveva senso spedire a morte migliaia di uomini diritti contro le postazioni nemiche. Bastava aggirare il grosso dei nemici e colpirli ai fianchi e, quando possibile, alle spalle. E in più, qualsiasi cosa fosse accaduta, avanzare senza mai fermarsi, facendosi scudo a delle volte persino con i prigionieri nemici rastrellati.

Sul Monte Mrzli accadde che una compagnia della brigata “Caltanissetta”, il 147° battaglione fanteria, dopo aver assistito al bombardamento nemico all’interno delle caverne, si trovò sorprendentemente il nemico alle porte già alle prime ore del mattino. Dopo aver tentato di respingere le forze austro-tedesche con le poche mitragliatrici disponibili, videro spuntare alle imboccature delle gallerie compatrioti caduti prigionieri che facevano da scudo agli attaccanti. Gettarono la spugna dopo pochi istanti di esitazione. La disfatta era servita.


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