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Se mi escludi sei un fascista

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Di Daniele Monteleone – Qualche giorno fa veniva cacciata dal Salone del Libro di Torino la casa editrice Altaforte, e ieri sono state chiuse una ventina di pagine su Facebook, giudicate dannose e scorrette in seguito a una richiesta di Avaaz.

Si tratta di due azioni che politicamente possono muovere un dibattito acceso e adeguatamente motivato da entrambe le parti: chi parla di un attacco alla democrazia, di «fascismo dell’antifascismo» e chi invece gioca al tiro al bersaglio per eliminare i brutti anatroccoli che sbucano da dietro la mensolina.

Ma a buttarla in caciara ci vuole poco. Giocare a chi ce l’ha più lunga (la democrazia!) trasforma tutto nel solito tifo da stadio in cui gli Italiani sembrano però sguazzare, e bene. È più difficile vederla cinicamente. Le due questioni, quella di Torino e quella di Facebook, sono molto simili ma trattano semplicemente due piattaforme diverse. Al Salone, l’organizzatore, il privato, decide come gestire i contratti con cui le case editrici partecipanti trovano spazio dentro la manifestazione; sul social network più importante della storia, allo stesso modo, l’amministrazione centrale decide chi può stare dentro, chi deve stare fuori, con quali regole e a volte senza ammettere appelli oppure obiezioni.

Nel dettaglio, a Torino il Salone ha deciso di escludere la casa neofascista Altaforte dopo l’abbandono della manifestazione da parte di alcuni stand dichiaratisi incompatibili con la presenza di sostenitori dell’estrema destra. Il fronte del non ci sto, inaugurato dall’abbandono dello scrittore Christian Raimo dal Comitato d’indirizzo del Salone, era formato da Wu Ming, celebre collettivo bolognese, lo storico Carlo Ginzburg, il fumettista Zerocalcare e la presidente nazionale dell’Anpi (l’associazione nazionale partigiani) Carla Nespolo. Abbandoni clamorosi che sono suonati come sconfitte, per alcuni, o come gesti di protesta necessari, per altri.

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Il vignettista, Michele Rech, in arte Zerocalcare

La scia di collettivi, scrittori e autori che stavano seguendo la mobilitazione contro Altaforte ha indotto gli abitanti del Lingotto a escludere la casa editrice dichiaratamente fascista. E la questione è subito diventata terreno di confronto politico nazionale, per le strade, nei bar, sui giornali, al Governo. Ma al Salone chi è stato escluso ha diritto solo ed esclusivamente a un risarcimento e nulla più.

Nessun atto di dittatura, nessuna questione di censura. La censura è un’altra cosa: la soppressione della libertà di stampare quanti e quali libri si vogliano – e venderli – non è mai stata messa in discussione anche perché impossibile nella Repubblica democratica italiana post 1946. Per ritrovare eventi di soppressione grave possiamo tornare indietro di oltre settant’anni. Senza confondere due termini importanti, quali esclusione e censura, l’azione del Salone del Libro di Torino resta dentro una cornice puramente privata e commerciale, legata all’immagine della manifestazione e alle conseguenze negative dirette che un’organizzazione simile deve poter prevenire per tutelare la propria esistenza.

Il Salone di Torino non è il governo, non è un organo eletto che rappresenta gli interessi nazionali e non è decisivo in nessun modo per discutere di libertà di stampa e di libera circolazione delle idee. Resta un’esposizione, con le sue regole, con le sue decisioni che, per quanto possano essere giudicate poco eleganti (anche pagare fior di quattrini per parteciparvi sembra una soglia elitaria, ma pare non sia importante parlarne!) fanno parte della gestione privata di un evento.

E delle pagine di Facebook censurate? Ecco qua, stesso discorso. Le segnalazioni di Avaaz – che non è un soggetto controllato da Soros per controllare le sorti della politica europea per farci diventare tutti islamici – sono state sottoposte a Facebook che ne ha accettate alcune e bocciate altre, agendo di conseguenza. Sono infatti tantissime altre le pagine italiane (e non solo) segnalate come “dannose” dal comitato di esperti e giornalisti di Avaaz che si è posto l’obbiettivo di migliorare l’informazione e danneggiare la diffusione di fake news in Europa. Un’azione, quella della segnalazione ufficiale, che è possibile praticamente su gran parte delle piattaforme di condivisione di contenuti (social network, siti di video sharing, ecc), da chiunque.

Anche qui, un privato, un’organizzazione (un’azienda!) con le sue regole e la sua condotta – discutibile e contraddittoria, sempre al centro del dibattito sul web – ha agito unilateralmente, perché voleva e poteva farlo. Un sonoro «a casa mia comando io», un ritornello carissimo alle tantissime pagine coinvolte nell’operazione di cancellazione (quasi tutte a sostegno del Movimento 5 stelle e della Lega), che può sembrare duro da accettare, un “attacco dei poteri forti” per influenzare l’opinione pubblica europea, come lo definirebbero le vittime della cancellazione.

Una questione che ancor prima che politica è culturale: la cattiva informazione è dannosa per tutti. Esempio: la condivisione e diffusione spaventosamente grande di un video che ritrae un uomo di colore distruggere un mezzo dei Carabinieri (palesemente parte di un film), spacciato per reale, è un veicolo di odio, razzismo e disinformazione molto più forte di qualunque discussione sui giornali o in televisione sul disagio sociale, sulla povertà, sull’immigrazione. Ma soprattutto è un mezzo di pubblicità e guadagno per personaggi che a tutto sono interessati tranne che alla politica, men che meno alla formazione di un’opinione pubblica consapevole.

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Striscioni di contestazione a Catanzaro

In tanti hanno accusato tali decisioni, dal Salone a Facebook, come azioni di soppressione alla libertà di pensiero. Ma fare il broncio quando le regole non vanno bene, a maggior ragione se riguardano soggetti privati che gestiscono come meglio credono le proprie piattaforme di intervento, siano esse uno spazio di esposizione editoriale o un social network, non serve a nulla. È un capriccio. Esporre degli striscioni di protesta – questi però leciti e tutelati, soprattutto se sul proprio balcone di casa – oggetto di rimozione da parte delle autorità, come accaduto in diverse località italiane meta di comizi elettorali del ministro dell’Interno Matteo Salvini, pare però scandalizzare di meno l’opinione pubblica, dal web alle piazze. Sarà il fascismo dell’anti-antifascismo del fascismo.


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