The Act of Killing, la mise en scene di un eccidio impunito

Di Sofia CalderoneThe Act of Killing (2012) non si limita a narrare un mero fatto storico, né a far recitare a non-attori il ruolo di sé stessi. Se fosse così, la Critica di tutto il mondo non sarebbe tanto sconvolta. Sarebbe un documentario già visto, precisamente il primo della storia, Nanuk l’eschimese (1922). Invece non è così, tanto che uno dei più grandi documentaristi esistenti, Werner Herzog, afferma di non aver «mai visto niente di più potente né di più reale di The Act of Killing.»

act of killing 1Perché vedere eventi criminosi realmente accaduti in passato e successivamente recitati dagli esecutori degli stessi, devasta. Per questo motivo The Act of Killing è un documentario che va oltre. Oltre le regole gerarchiche del cinema, oltre l’umano e il disumano.

Facciamo un passo indietro nella storia. Siamo nel 1965 e i Pancasila, gruppo paramilitare indonesiano, rovescia il governo indonesiano per instaurare una dittatura militare. Ogni dissidente viene accusato di essere comunista, quindi ucciso. Due milioni di persone – membri del sindacato, intellettuali, contadini, presunti comunisti e cittadini comuni – vengono assassinati. Si tratta di un eccidio cruento, avvenuto nel pieno silenzio internazionale.

Quarantacinque anni dopo, nel 2010, il documentarista statunitense Joshua Oppenheimer va in Indonesia e propone ai vertici dei Pancasila ancora in vita, barbaramente impuniti, di fare un docu-film che narri il loro passato criminale. E loro accettano senza riserva. Verrebbe spontaneo chiedersi perché dei gangster impuniti non si auto-censurino, piuttosto che accettare di fare un film su sé stessi. E invece no. Dopo quarantacinque anni loro ricercano la fama, e quale migliore occasione per ottenerla, se non con un film?

«Così in futuro la gente si ricorderà di quella parte di storia che abbiamo scritto in gioventù» afferma Anwar Congo, ex capo dei Pancasila e protagonista del documentario. Così inizia la produzione del docu-film, che va oltre le regole gerarchiche del cinema, dicevamo. Perché Oppenheimer passa le redini della regia agli attori, i veri criminali, i quali non solo recitano la parte di sé stessi, ma diventano anche i registi del proprio passato, atroce e inglorioso, mettendo in scena l’atto di uccidere.

act-of-killingRipropongono quindi la pratica del ferro filato intorno al collo, metodo silenzioso e con minimo spargimento di sangue, utilizzato nel ’65 per strangolare i comunisti, i presunti tali e la gente che rifiutava di pagare il “pizzo”. Sì, perché The Act of Killing è anche una storia di mafia e soprusi nei confronti dei commercianti o delle minoranze cinesi, costretti a scegliere tra la vita o i soldi, perché, come ricorda lo squadrista, «non possono avere entrambi.»

Il protagonista, Anwar Congo, sadico assassino da giovane, in The Act of Killing è un docile signore anziano, inizialmente esaltato da quest’esperienza cinematografica. Tuttavia, si ritrova a fare i conti con sé stesso. Durante la produzione del film, il suo sonno viene disturbato ogni notte: sente i fantasmi, le anime comuniste che lo maledicono. E non è il solo, anche un altro attore-gangster sente delle presenze e vorrebbe chiedere scusa ai comunisti, pur di dormire in pace.The_Act_of_Killing_-Trailer

Secondo Anwar, invece, è il governo instaurato dopo il golpe che dovrebbe chiedere scusa. Alla fine, mai nessuno chiederà perdono, né tantomeno gli esponenti di quel governo, molti dei quali, tutt’oggi impuniti, ricoprono ancora le loro cariche.

Infatti, il governo indonesiano auto-costituitosi dopo il golpe del 1965 era lo stesso che finanziava i Pancasila, le squadre della morte, tre milioni di paramilitari «fuori dal sistema, ma necessari alla sua sopravvivenza», afferma il vicepresidente dell’Indonesia davanti alla telecamera. Allo stesso modo, il governatore del Sumatra (provincia indonesiana), sostiene che, sebbene negli ultimi anni i figli dei comunisti rivendichino con orgoglio la loro discendenza, il comunismo non verrà mai accettato perché «per fortuna ci sono troppi gangster.»

E la politica internazionale? Era il 1965, piena guerra fredda, e l’Occidente taceva, in chiave anti-comunista. «I crimini di guerra sono definiti dai vincitori» ammonisce Anwar. Ed è proprio l’assenza duratura di una condanna nei loro confronti, per oltre cinquant’anni anni, a disgustare lo spettatore.

E la stampa del tempo? L’editore di regime intervistato ammette che il suo lavoro consisteva nell’istillare un odio anti-comunista nell’opinione pubblica, aggiungendo che fosse sua abitudine stilare le liste della morte in cui segnalava ai Pancasila le persone da uccidere. Come ogni burocrazia del terrore che si rispetti, lui «non voleva sporcarsi le mani.»

E il cinema di regìme? Nel documentario si cita spesso un film di propaganda che veniva fatto vedere ai bambini indonesiani – nonostante le scene splatter esasperanti e violente – per educarli all’odio contro i comunisti. Solo dopo 50 anni i gangster ammetteranno che il film era interamente costruito su menzogne, come il fatto che le donne comuniste ballassero nude.

Ma, al di là di questi fatti, il potere crudo di questo documentario risiede nel fatto che mostra il reale. Reali le loro storie, reali i loro sentimenti. Si può definire un meta-documentario, un film che compie l’atto di narrare sé stesso, mostrando i propri attori-registi che, dopo aver fatto le riprese, guardano in tv le loro esibizioni del male. Eppure, c’è qualcosa di più in The Act of Killing.

C’è il compimento della catarsi tra i personaggi. Nonostante nessuno li abbia mai condannati, ci pensa il documentario stesso, il quale, non solo dà la prova della follia umana e del suo delirio di onnipotenza, ma documenta le conseguenze che esso comporta. Da tentativo di narrare le gesta sanguinarie dei gangster, il film che stanno recitando farà vivere loro un risvolto morale, un peso sulla coscienza così immane, di cui mai si potranno liberare.

Infine, se, da una parte, l’atto di uccidere è ri-vissuto dagli squadristi della morte come un rito pieno di pathos, sacralità ed eccitazione – come si nota nella scena in cui descrivono minuziosamente un altro act of killing: schiacciare, con il piede del tavolo, la gola della vittima distesa a terra, godendo dello spargimento di sangue sul pavimento – d’altra parte, dopo aver abbandonato la prospettiva del boia, per recitare la parte delle vittime assassinate, i Pancasila comprendono, solo dopo 45 anni, il carico di disumanità che si celava dietro le loro gesta. E non riusciranno mai più a dormirci su.


 

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