Tra proclami e fatti: Trump face to face con il pubblico americano

Di Marco Cerniglia – «Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli». Quando Oscar Wilde scrisse queste parole (o almeno, la loro versione non tradotta e intatta), probabilmente non avrebbe mai immaginato l’effetto sul futuro. Eppure, oggi, questa frase è diventata quasi un modello per molte sfaccettature della nostra vita.

La politica non ne è immune: un tempo eretta ad arte, vissuta affidando ai sottoposti la propria attività mentre si andava nella polis a discutere di politica con gli altri cittadini; oggi sempre più piena di affermazioni controverse, spesso col solo scopo di far parlare di sé. Figura lampante di questi tempi non può essere altri che il presidente degli USA, Donald Trump.

La sua figura è nota non solo per il ruolo da lui ricoperto, ma per le numerose polemiche accese con i suoi “cinguettii” attraverso il suo account Twitter personale, che conta quasi 50 milioni di followers. Un numero esorbitante, che chiaramente non coincide effettivamente col numero di persone che si trovano in accordo con lui, ma indica anche molti contestatori, che ne seguono il profilo apposta per criticarne le affermazioni, politiche e personali.

L’opinione pubblica ha sempre mostrato discordia sul presidente e sul suo operato: al momento della sua ascesa al potere, molti pensavano – e alcuni speravano – che si sarebbe abbattuta una vera tempesta impetuosa sugli Stati Uniti e nell’intero globo, con grandi cambiamenti e grandi promesse mantenute, ma così non è stato.

La costruzione di rapporti migliori con la Russia, per esempio, non è avvenuta del tutto, per le pressioni negative provenienti dai politici e dagli esponenti militari che girano attorno alla poltrona del presidente, parte del cosiddetto “deep state”, senza considerare lo scandalo sull’influenza russa sulle elezioni, conosciuto come “Russiagate“; tuttavia, la situazione rimane molto più distesa, e i due sono in rapporti ben diversi da quelli tra Obama e Putin.

Su un altro fronte, la guerra economica contro la Cina non si è concretizzata, seppure le politiche economiche protezioniste e una grande riforma fiscale abbiano effettivamente portato un miglioramento concreto sul PIL.

Sparito anche il tentativo di liquidare la NATO, ormai ritenuta obsoleta, come dichiarato più volte dal tycoon, e molto più distanti sotto molti aspetti i rapporti con gli stati dell’Ue; vi era stato un avvicinamento con la Gran Bretagna post Brexit, in quanto il presidente degli Stati Uniti simpatizzava con i movimenti anti-europeisti (note le accuse rivolte alla Germania, colpevole di abbassare il valore dell’euro per favorire le esportazioni), ma il riavvicinamento all’Europa da parte del Regno Unito chiuderà questo contatto.

La continua ambivalenza di Trump è evidente: da un lato segue la linea dei più guerrafondai del suo partito, come evidenziato con gli atteggiamenti nei confronti del presidente nordcoreano, portati da un estremo all’altro, dall’altro passa dagli insulti reciproci a parole di possibile riconciliazione. Possiamo anche notare i suoi tentativi di seguire la sua strada politica trattando con Putin, per poi spingere per il Muslim ban, che vieta l’ingresso in America a chi proviene da paesi a rischio terrorismo. Due facce di una stessa medaglia, quindi: il Trump dei proclami, e il Trump della politica. Ma quale dei due prevarrà sull’altro?


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