Reddito di inclusione: misura di contrasto alla povertà?

La povertà è uno stato in cui sempre più singole persone e famiglie si ritrovano a vivere in seguito alla crisi economica, che ha messo in ginocchio buona parte della popolazione italiana.

Essa è un male da debellare e compito dello Stato è garantire una tutela al cittadino con difficoltà economiche, non costringendolo a gesti estremi. A riguardo, lo Stato è intervenuto dapprima con il Sostegno per l’inclusione attiva (SIA) in vigore dal 2016, successivamente sostituito dal 2017 con il Reddito di Inclusione (REI).

Infatti è con la circolare 22 novembre 2017, n. 172 pubblicata sul portale dell’Inps che vengono indicati i requisiti nonché le modalità per poter beneficiare della misura volta a contrastare la povertà. Questa è stata introdotta dal D. Lgs. n. 147 del 15 settembre 2017 recante Disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà ovvero Reddito di Inclusione.

Si tratta di uno strumento di lotta alla povertà e di inclusione sociale che avrà decorrenza dal 1° gennaio 2018. Il REI viene definito dal decreto come una “misura a carattere universale”, volta ad aiutare le famiglie che vivono in condizione di povertà. L’agevolazione consiste, più precisamente, in un beneficio di tipo economico e in una serie di servizi alla persona, in relazione al bisogno del nucleo familiare.

Affinché si possa accedere al beneficio è necessario che l’ISEE non sia superiore a 6.000 euro all’anno. Non vi rientrano la casa di abitazione e un ulteriore patrimonio immobiliare entro 20.000 euro. Tra i requisiti è necessario che il richiedente sia congiuntamente cittadino dell’Unione o un suo familiare sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; che sia residente in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento in cui si presenta la domanda.

All’interno del nucleo familiare deve essere presente almeno un minore, o una persona con disabilità o un suo genitore o un suo tutore; oppure una donna in stato di gravidanza, o un componente over 50 in possesso dei requisiti di disoccupazione.

Il beneficio, che è possibile richiedere già dal 1 dicembre 2017 presso il Comune di residenza o altri punti di accesso indicati dai Comuni, verrà erogato mediante una carta prepagata e l’entità del sussidio ammonterà a circa 190 euro per una persona e fino 490 euro per le famiglie costituite da più di cinque componenti.

Si evidenzia la non cumulabilità della misura con altre misure di sostegno al reddito, bensì questa è  compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa e quindi cumulabile con redditi da lavoro. Per quanto riguarda il periodo massimo di cui si può usufruire del beneficio, questo è di 18 mesi, con periodi di sospensione di 6 mesi prima di richiederlo nuovamente.

Nonostante questo intervento statale sia doveroso e utile per contrastare il disagio economico e sociale che vivono alcune famiglie, non è sufficiente a far sparire del tutto la povertà, ma nel breve periodo comporta un miglioramento delle condizioni di vita.

Dal punto di vista politico il REI è stato criticato dal Movimento 5 Stelle, più precisamente da Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge sul reddito di cittadinanza. Il portavoce del M5S ha sostenuto che sia necessario il reddito di cittadinanza in quanto misura più completa e in grado di includere più famiglie, ritenendo così non sufficiente quello di inclusione. Resteranno quindi senza alcun aiuto giovani, famiglie senza minori a carico e anziani.

Giuseppa Granà


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4 pensieri riguardo “Reddito di inclusione: misura di contrasto alla povertà?

  1. Vero lo scritto, per quanto riguarda il Rei, come il Sia, o l’assegno di disoccupazione, o tutte gli altri sostegni che lo stato vuole dare ai propri cittadini.
    Per quello che ho potuto verificare, questi sistemi ogni anno sono sempre più ridotti, oltretutto, coprono solo una piccola percentuale degli indigenti, creando disuguaglianze, e lotte tra poveri. Purtroppo, non credo questo serva, anche perchè la durata è di 12/18 mesi, poi cosa si farà? Abbiamo costruito in questi dieci anni il nulla e nel nulla andremo avanti. Chiediamo il perchè ai governi che lo hanno fatto!?…e che vorrebbero proseguire nell’aumentare il nulla. L’Italia sarà a breve un paese ove gli Italiani saranno dei profughi, nella propria patria. Se veramente volessimo migliorare le condizioni del nostro paese, dovremmo iniziare a riportare le fabbriche che sono andate ad investire all’estero in Italia, abbassando la tassazione a chi lo fa. Creare un lavoro basato su una formazione che non sia quella in cui i giovani, devono ritrovarsi ad essere confusi e non soggetti utili ed in formazione. Investire non come si è fatto con il Jobs Act, ma sovvenzionando solo le aziende, che hanno interesse, a costruire il paese e non le proprie tasche, sfruttando le persone.
    Oggi i giovani che futuro hanno? Lavorano mese per mese. Chiediamocelo tutti. Se effettivamente ci interessa la nostra Nazione. Dove ormai i principi Costituzionali fondanti sono stati calpestati, dalla lotta al voto.

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    1. Mi scuso per il ritardo con il quale sto rispondendo al suo commento. Il Rei, a mio avviso, non è una misura volta a contrastare la povertà nel lungo periodo ma ciò appare agli occhi dei più bisognosi come un ”meglio di niente”. Mi trova d’accordo nella parte in cui afferma la sua non utilità. Per quanto riguarda l’elevata tassazione in Italia, gli imprenditori preferiscono produrre in quei paesi in cui non solo è bassa la tassazione ma anche il costo della manodopera e non posso biasimarli. Ma è chiaro che questo vada contro gli interessi dell’operaio italiano.

      Giusy Granà

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