La Guerra dei Sei giorni: una storia breve ma perpetua

La “Guerra dei Sei giorni” fu un conflitto che vide come protagonisti Israele da una parte, e Siria, Egitto e Giordania dall’altra. Chiamato così per la sua durata, iniziò il 5 Giugno del 1967, e contribuì con i suoi risvolti a definire, sotto molti aspetti, il Medioriente che oggi conosciamo. Geograficamente, questa zona di mondo non è estranea da conflitti, almeno nell’età contemporanea: la nascita stessa di Israele, nel Maggio del 1948, è stata osteggiata dai Paesi del Vicino Oriente, la zona perlopiù arabofona che va dal Mediterraneo fino all’Iran e all’Arabia Saudita.

La “Guerra dei Sei giorni” è un altro risultato di questo aperto contrasto. La precedente Crisi di Suez del 1956, dovuta al controllo dell’omonimo canale, aveva lasciato un forte clima di tensione, non aiutato dalle forti ambizioni politiche e militari di Gamal Abd-El Nasser, l’allora presidente egiziano, che dopo il fallito tentativo di nazionalizzare il canale di Suez era comunque riuscito a consolidare la sua posizione nel mondo arabo, posizione che impedì agli attriti tra Israele ed Egitto di placarsi.

Nel 1964 una serie di eventi rialzò la tensione: la Palestina rinacque politicamente grazie alla creazione dell’OLP, a Damasco salì al potere il partito Ba’Th, a favore dei guerriglieri armati palestinesi, e Siria e Giordania stipularono un accordo per creare una diga sul fiume Giordano, atto che avrebbe ridotto le risorse idriche di Israele.

I raid israeliani di risposta su Siria e Cisgiordania, tra la fine del 1966 e la primavera del 1967, spinsero l’Egitto a collocare le proprie truppe sul Sinai, ottenendo il ritiro delle forze dell’ONU, e chiudendo gli Stretti di Tiran.  Nasser, con l’appoggio cauto dell’URSS, aveva intanto intensificato la sua propaganda anti-israeliana, e si dichiarava pronto a muovere guerra su Israele. La minaccia verbale dell’allora generale Ariel Sharon di un colpo di stato militare convinse il presidente Eshkol a creare un governo di unione nazionale, mossa che ottenne l’appoggio tacito degli Stati Uniti e diede inizio alla guerra dichiarata.

Già il 5 Giugno, primo giorno di conflitto, i raid aerei israeliani avevano messo in ginocchio le forze aeree di Siria ed Egitto. La Giordania entrò in guerra a fianco dell’Egitto, bombardando con l’artiglieria Gerusalemme Ovest. Questo non fermò minimamente l’avanzata israeliana in Egitto, anzi aprì un fronte anche sulla Giordania che, persi tutti i territori palestinesi e lasciata Gerusalemme, capitolerà già il 7 di Giugno, chiedendo accordi segreti per un cessate il fuoco.

L’8 Giugno vedrà la battaglia più sanguinosa e controversa del conflitto, ai passi di Giddi e Mitla: le brigate egiziane in ritirata vennero bloccate là, e la carneficina che seguì portò alla distruzione della maggior parte dell’esercito egiziano. La presa degli Stretti di Tiran nello stesso giorno e il rischio di una possibile conquista del canale di Suez, convinsero Nasser a dichiarare l’accettazione del cessate il fuoco richiesto dall’ONU; la sua linea politica non sopravvisse a questa sconfitta così clamorosa. La Siria aderirà il 9 Giugno, dopo un fallito tentativo di approfittare del disordine per prendere il territorio del Golan.

A 50 anni esatti di distanza, possiamo notare quanto le successive dispute per la riassegnazione dei territori abbiano contribuito a lasciare acceso un conflitto che si perpetra nel tempo, e che continua a fare notizia.

Marco Cerniglia


 

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