Il rigore sbagliato di Faruk: simbolo della dissoluzione di un’intera nazione

Firenze, 30 giugno 1990. Allo stadio Artemio Franchi va in scena il quarto di finale di “Italia’90”. Di fronte, Jugoslavia e i campioni uscenti dell’Argentina. Da una parte, i Plavi considerati i sudamericani d’Europa, con i vari talenti Stojković, Sušić, e futuri italiani come Savićević. Dall’altra, invece, una selezione che ha nel solo Maradona il proprio punto di riferimento, tecnico, ma anche e soprattutto carismatico.

120 minuti non sono bastati alle due squadre per conquistarsi l’accesso alle semifinali. Il destino calcistico di Jugoslavia e l’Argentina deve passare per la lotteria dei rigori. E lì, si sa, le variabili diventano tante, troppe. Almeno pari al senso di delusione e frustrazione che deriverebbe da un’eventuale sconfitta. Ancora di più se a quella sportiva potrebbe sommarsi il destino del popolo che si ha l’onore di rappresentare.

E’ il caso dei calciatori jugoslavi che quel Mondiale lo hanno vissuto sospesi in aria, con la tensione di chi non sa a breve termine di quale nazionalità poter esser orgogliosi. Bosniaci, croati, serbi, sloveni e macedoni. Quella nazionale è lo specchio della multietnicità, che però dal 4 maggio 1980, giorno della morte del comandante-presidente Josip Broz Tito, da semplice peculiarità sopita è divenuta presto materiale esplosivo in mano ai nazionalismi regionali.

Eppure quella nazionale, dopo la batosta iniziale con la Germania, era a un passo dalla semifinale e crederci diventava un obiettivo che travalicava il senso meramente sportivo. In ballo c’era altro. Lo sapeva pure Faruk Hadžibegić, difensore e capitano della squadra, designato a tirare il quinto rigore di quella lotteria che, a dimostrazione della sua imprevedibilità, aveva persino visto l’errore di uno specialista come Maradona. Faruk a discapito del ruolo, è un rigorista, viene da un errore contro la Colombia risultato alla fine indolore. È bosniaco, un fedelissimo del tecnico Osim, e tutto ciò che succede nella sua terra lo ferisce, lo fa star male. Non solo da bosniaco, ma soprattutto da jugoslavo. È consapevole dell’importanza dell’occasione.

Conta i passi, e parte. Sergio Goycochea, portiere argentino, vola e respinge la sfera. È finita. L’errore questa volta fa male. La Jugoslavia è eliminata. Due anni dopo terminerà di esistere, travolta dalle guerre d’indipendenza. L’esecuzione dal dischetto di Faruk passerà alla storia come l’ultimo rigore in competizione ufficiali per la Jugoslavia unita. Agli amanti dello sport piace fantasticare: “se Faruk avesse segnato, il senso d’appartenenza alla nazione esistente sarebbe risorto e, di conseguenza, i nazionalismi avrebbero dovuto porre le armi”. Se lo sarà chiesto anche lo stesso Faruk, ne siamo certi. Ma, più semplicemente il destino della Jugoslavia era già stato scritto negli anni, venendo fuori con tutta la sua esplosività con la morte di Tito. Un’evidenza storica e sociale, contro cui lo sport e il calcio non hanno potuto fare niente.

Mario Montalbano


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