Wilders vuole il governo ma serve una coalizione

Geert Wilders, un personaggio che da mesi sta suscitando clamore nell’Unione Europea che vuole arginare i casi di “ammutinamento”, sta cavalcando quella crescente ondata di populismo antieuropeista che nei Paesi Bassi – di cui si parla poco – rappresenta una delle correnti più forti del Paese e ne fa uno dei paesi più euroscettici dell’intero continente. Wilders, segretario del Partito per la Libertà (PVV) sembra sulla buona strada per vincere le elezioni che si terranno a marzo, e a sostenerlo è la prevalenza dei sondaggi nazionali che giudicano prevedibile una vittoria del partito di estrema destra. Wilders è infatti posizionato oltre il 20% delle preferenze dei cittadini olandesi. Un ottimo risultato in un sistema divenuto tripolare.

La sua elezione significherebbe molto per tutti coloro – piccoli e grandi movimenti e partiti anti-euro – che hanno già applaudito gli ultimi eventi più eclatanti, senza dubbio sul versante mediatico, in favore degli anti-establishment: dalla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, e andando indietro, al voto Brexit nel Regno Unito, attualmente decisione più forte che mai – anche se in realtà non si sa davvero cosa succederà, nonostante le mille dissertazioni in merito a questa epica azione di allontanamento basato sul voto popolare. L’est-Europa ha già detto no all’Unione dell’accoglienza e a Putin, e basti osservare il tenore delle recenti vittorie in Bulgaria e Moldavia.

Quali le premesse e le promesse a proposito di Wilders primo ministro?

Considerato che l’eventualità è certamente possibile, bisogna tenere conto che dalle parole da segretario del PVV a quelle di un leader di una coalizione di governo la differenza si sentirà. Eccome. La maggioranza dei seggi sarebbe impossibile, e la battaglia con i liberali del Partito per la Libertà e la Democrazia (VVD) attualmente al potere con Mark Rutte, risulta decisiva per chi potrà dettare le regole nel gioco politico dopo la consultazione elettorale. Qui il compromesso è d’obbligo, vista anche la forza del Partito del Lavoro (PVdA) principale alleato dell’attuale governo, attestato appena sotto il 20%. Si punta forte sulla crescita di consensi e sull’ascesa elettorale autonoma, quanto meno nei numeri percentuale da confermare, se realmente più che raddoppiati (visto che fino al 2012 il partito di Wilders aveva ottenuto circa il 10%).

Passando alle promesse, in tempi di campagna elettorale infuocata si è parlato e si parla di misure atte all’isolamento dei Paesi Bassi: il segretario del partito cosiddetto “xenofobo” dalla stampa internazionale, si è impegnato a fare di tutto per chiudere le frontiere dei Paesi Bassi, oltre che esprimere un forte – eufemisticamente – scetticismo nei confronti degli islamici in territorio nazionale agendo per la chiusura delle moschee, viste da Wilders come possibile rifugio per terroristi. Tutto quanto condito da un programma di fuga dalla moneta unica europea e dall’UE. 

Gli ostacoli a questo governo di estrema destra nel cuore dell’Europa vengono soprattutto dagli altri partiti. Il motivo per cui parte della stampa olandese auspica che Wilders non diventerà primo ministro, è rintracciabile nell’ostilità dei partiti olandesi nei confronti del PVV. Questi non sono disposti a formare una coalizione, in sostanza a scendere a patti con Wilders. Esclusa è la coalizione tra i due partiti forti di destra, appunto il PVV e il VVD di Rutte, visti i recenti trascorsi che li hanno visti separarsi bruscamente causando la crisi parlamentare del 2012 – e le nuove elezioni che hanno riconfermato il centro-destra al governo.

Il fascino che Wilders suscita nell’elettorato olandese, seppur con strumenti di critica anti-Islam e con una forte retorica euroscettica insistente sulle grandi questioni europee dell’immigrazione e sulle politiche di austerity, è stato registrato come in netta crescita, soprattutto a causa della crisi dei migranti, affrontata male all’inizio e peggio a seguire (ma in questo caso a seconda del fronte da cui proviene la critica, “male” può avere accezioni molto differenti) e con l’onnipresente minaccia terroristica in Europa, motivo di ulteriore panico. 

Daniele Monteleone


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