Accoglienza e incontro: l’asilo che fu, l’asilo di oggi

In un periodo di così forti tensioni sulla gestione del fenomeno migratorio – su tutti quello che investe l’Europa – necessario è soffermarsi sul significato di alcune parole, talvolta abusate, altre volte dimenticate. Una riflessione sulla storia del diritto d’asilo può essere utile a comprendere la direzione – o l’arrivo – di questa umanità migrante.

Il diritto d’asilo contiene nella sua forma originale una connotazione sacrale. Esiste un trasferimento di questo carattere dal luogo – che sia il tempio o la chiesa – al soggetto. Partendo da molto lontano, nel mondo ebraico, alcune categorie di rei, colpevoli di reati particolari (l’omicidio non volontario, ad esempio) potevano usufruire di una sorta di grazia temporanea, l’istituto dell’asilo e sfuggire così alla tradizionale legge del taglione, punizione tipica che prevedeva la morte di un assassino. Esiste anche un’opposizione sacro/profano che separa nettamente intere località da delimitati luoghi di asilo, rifugio dalla legge, in mano alla divinità e alla sua misericordia.

Nell’Antica Grecia la concessione di asilo, di immunità, era possibile per altre categorie come gli atleti durante le Olimpiadi, gli ambasciatori, che per diversi motivi calpestavano metaforicamente un luogo sacro, chi il terreno sportivo e chi il terreno diplomatico. E’ certo però come queste straordinarie concessioni di immunità dalla punizione abituale minacciavano la stabilità collettiva.

Stabilità che fu trovata nell’Impero Romano: qui l’evoluzione del diritto – ma soprattutto la sua invenzione – non è solo pragmatica ma è anche culto della legge. L’asilo rappresenta qui un limite all’assolutezza dell’azione delle leggi e ciò, nella Roma portatrice di rigore giuridico, non poteva essere del tutto tollerato. Pochissime eccezioni vengono fuori e sempre più limitati sono i luoghi di fuga e di asilo: nel I secolo d.C. l’imperatore Tiberio concede l’asilo in luoghi particolari dove era possibile accedere a un’immunità basata sulla prova tradizionale e storica della sacralità del luogo in questione. L’immunità diventa poi temporanea, ovvero di nove giorni, negli immediati pressi della statua dell’imperatore. Qui sta il primo vero collegamento con l’autorità politica, sempre di impronta pragmatica, mirato a ridurre le fughe dalla legge ma soprattutto a comunicare la nuova dimensione sacra: l’imperatore è la divinità dispensatrice di misericordia.

Il Cristianesimo segna il ritorno alla dimensione religiosa ma, paradossalmente, desacralizzando l’asilo: la Chiesa difende la propria autonomia, storicamente in contrasto con il potere temporale dell’Impero. Oltre che a reputare il luogo sacro una competenza propria, e una sfida amministrativa tra autorità (quella che poi sarà chiamata la Lotta delle Investiture), la Chiesa mira alla riconversione dei rei al fine di reintegrarli nella società e diminuire la devianza e l’instabilità sociale. O ancora, in Inghilterra era possibile trovare rifugio, asilo, in una chiesa e confessarsi, ottenendo così l’esilio e sfuggendo alla legge, tutto a favore della stabilità sociale. La Chiesa esercitò allora una pratica di carità e libertà, ma soprattutto una rivendicazione di autonomia dal potere secolare.

Nello Stato Moderno, in particolare nella sua prima affermazione della sovranità assoluta tanto acclamata da Bodin, si pretende l’assenza di luoghi sacri che sfuggono al controllo della legge, un po’ ritornando al culto dello stato dei Romani. Più tardi anche Beccaria in “Dei delitti e delle pene” sosterrà l’abolizione del diritto d’asilo. Solo arrivando alla Rivoluzione Francese si ritornerà al valore del diritto di asilo come corretto atto di immunità per chi fugge dalla tirannia ed è a questo punto che si presenta la nuova opposizione: libertà/tirannia. Il diritto d’asilo diverrà nella Quarta Repubblica Francese un diritto soggettivo, personale, e un nuovo valore di libertà dalle violenze dei luoghi di provenienza.

Il rapporto con l’alterità, storicamente conflittuale, è invece, in qualche modo, rappresentato già nell’Antico Testamento come basato su un’apertura totale verso ciò che rappresenta un mondo nuovo: Abramo, uno dei padri dell’Ebraismo, e sua moglie Sara avvistano tre stranieri avvicinarsi alla loro abitazione. In Abramo cresce la diffidenza e soprattutto la paura per l’impossibilità di difendere sua moglie. Improvvisamente decide di uscire, andare incontro ai tre (a seconda delle interpretazioni, che si tratti di migranti o angeli) e accoglierli nella propria casa, invitandoli a restare a cena. I tre, a seguito della cena, al momento di lasciare l’abitazione, annunciano ad Abramo l’imminente gravidanza della moglie, metaforicamente l’arrivo del mondo nuovo, la costruzione di una nuova identità.

Gesù stesso rappresenta l’alterità, l’apertura incondizionata – vedi il principio “ama il prossimo tuo come te stesso” – soprattutto nei confronti degli esclusi, degli emarginati, dei secondi, piuttosto che verso i pari. Lo stesso Maometto si apre alla presenza estranea nella grotta in cui ebbe l’incontro con quello che si rivelò essere l’Arcangelo Gabriele che gli dettò i precetti del Corano.

L’atteggiamento di apertura si presenta però sotto un duplice aspetto: uno religioso/culturale indirizzato a una conoscenza costruttiva, e uno utilitaristico di matrice evidentemente economica. Attualmente la dimensione conflittuale è molto più vasta e preponderante su quella pacifica, in particolare perché il Capitalismo domina le logiche e gran parte degli atteggiamenti dell’uomo odierno. Gli immigrati sono principalmente considerati dal punto di vista economico del possibile profitto, distanziando e di molto la visione che denota prima di tutto accoglienza ed ospitalità, dimensione sacra che abbiamo detto essere l’origine stessa dell’asilo (precisamente, dal greco asylon, a-sylao = luogo inviolabile, rifugio da saccheggi). Il migrare è movimento e, socialmente, comprende i due momenti dello spostamento: il superare dei confini, certo, ma anche il rapporto tra chi riceve e chi ha lasciato alle spalle situazioni difficili o estreme. La riduzione della migrazione a fenomeno economico nasconde la tendenza alla libertà e all’emancipazione che la contraddistingue.

L’allarme umanitario, inoltre, non è risolvibile appoggiandosi a visioni razziste e scorrette. Pensare all’immigrato come oggetto destabilizzante o come un elemento da poter sfruttare a proprio e unico vantaggio nel mondo lavorativo, è il percorso perverso che impedisce di costruire una nuova e migliore identità.

Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, schiuma della terra” così Hannah Arendt definiva gli immigrati tra i due Conflitti Mondiali, e già coglieva la consistenza numerica e la situazione drammatica delle minoranze nazionali che venivano espulse. Era necessario in qualche modo riconoscerle e proteggerle con speciali trattati sulle minoranze, intendendosi per minoranze quei popoli “troppo piccoli e troppo sparsi per avere diritto alla dignità nazionale”.

Ad ogni modo, proprio perché a dare luogo al diritto di cittadinanza e alla protezione giuridica era l’appartenenza alla nazione sovrana, per i gruppi minoritari non c’era altra soluzione che essere assimilati o liquidati, in presenza di sole leggi a carattere esclusivo e di eccezionalità in materia. Stesso discorso vale per la “cittadinanza europea”, grande concetto che però non riassume niente, in sostanza, poiché si tratta solo di una somma delle cittadinanze o che al massimo riesce a estendersi al concetto di “libera circolazione di persone, merci e capitali”. Si tratta di una riproposizione degli schemi nazionali, delle stesse frontiere una volta meno ampie, dello stesso atteggiamento di esclusione delle minoranze e della figura dello straniero.

L’attenzione verso le condizioni di vita degli immigrati, siano essi rifugiati politici o migranti economici – termine per persone in fuga dalla povertà – è drasticamente calata all’aumentare delle difficoltà economiche dei paesi del primo mondo, ultima speranza per molti.

Daniele Monteleone


 

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