Austria al ballottaggio: i rischi della vittoria dell’estrema destra

Ormai da tempo, l’Europa deve far fronte alla “minaccia” elettorale dei partiti dell’estrema destra, le cui istanze nazionaliste, xenofobe ed euroscettiche, nel corso degli ultimi anni si sono senza dubbio moltiplicate, incitate ovviamente dalla crisi economica, dalle politiche d’austerity e dalla questione incontrollata dei migranti.

Una presenza sempre più ingombrante, che è affiorata, però, ad oggi, escludendo le scorse europee, soprattutto nelle tornate amministrative o regionali, come dimostrano i passati exploit del Front National in Francia, della Lega in Italia, e recentemente dell’Afd in Germania. Già, fino ad oggi. Perché, il 22 Maggio, giorno del ballottaggio delle presidenziali austriache, l’ipotesi di un successo della destra nazionalista, ossia dell’FPÖ con Norbert Hofer, sembra essere quantomai concreta. Con tutte le inevitabili conseguenze del caso per l’attuale governo di Vienna, per gli altri paesi confinanti, e ovviamente per l’Unione Europea stessa.

Il 35% delle preferenze per il candidato del partito per le Libertà dell’Austria, a fronte del 21 di Alexander van der Bellen, sostenuto invece dai Verdi, rappresenta un dato sorprendente. Un autentico shock per la coalizione al potere dal 2008, composta dai socialdemocratici della SPÖ e dai popolari democristiani dell’ÖVP, i quali rispettivamente con Rudolf Hundstorfer ed Andreas Khol, (entrambi fermi all’11 per cento) hanno ottenuto un risultato addirittura peggiore rispetto anche a quello dell’indipendente, Irmgard Griss, assestatasi, invece, attorno al 18. La migliore performance di sempre, da parte del partito che fu del contestato Jorg Haider.

Abbiamo scritto la storia, oggi inizia una nuova era politica”, ha dichiarato il leader dell’FPÖ, Heinz-Christian Strache. Un successo, che fin dal giorno dopo la chiusura delle urne sembrava poter segnare la fine del governo guidato dal socialista, Werner Faymann. E così è stato, fra l’8 e il 9 Maggio, dato che inevitabilmente il cancelliere, dopo sette anni, ha deciso di rassegnare le dimissioni, ufficialmente per “mancanza di supporto all’interno del partito”. Questo perchè, come emerge dal Financial Times, in molti tra i socialdemocratici gli imputano di aver erroneamente chiuso al dialogo, sulla questione dei migranti, con la destra. Mostrandosi, al contempo, confusionario sull’eventuale strada da intraprendere: prima di apertura, sulla falsa riga di Berlino, e successivamente, invece, di chiusura con la proposta tanto contestata della costruzione di un muro al confine del Brennero, che tante polemiche ha generato con il governo italiano.

Appare quasi naturale così, leggere il successo dell’FPÖ con il fallimento della coalizione tra socialdemocratici e popolari, e, in generale, con la nota e cronica disaffezione verso i partiti tradizionali, che oramai sembra attraversare ogni paese dell’Europa, per ragioni storicamente legati a congiunture politiche ed economiche. Il voto austriaco impone, gioco forza, una ulteriore riflessione: la preoccupazione per la crisi dei migranti. E l’exploit della destra è lì a dimostrarlo. Come a dire, che l’elettorato sembra esser stata convinto dalla necessità di adottare le misure restrittive e nette, evocate dall’FPÖ. Un segnale talmente forte da paventare, anche in attesa del risultato del ballottaggio del 22 Maggio, il rischio di elezioni politiche anticipate in Austria, al di là delle smentite del leader dei popolari e nuovo cancelliere ad interim, Reinhold Mitterlehner.

Ma, il caso di Vienna rischia di esser un’avvisaglia, non si sa quanto realmente recepita, soprattutto per gli altri paesi europei: la destra nazionalista, xenofoba ed euroscettica è tutt’altro che un fattore locale e regionale, ed è forte anche a livello nazionale. Un campanello d’allarme diventato una pericolosa realtà per i partiti tradizionali europei, i quali, per arrestarne l’ascesa, dovranno necessariamente trovare risposte adeguate, in primis ai temi più scottanti, quello dei migranti incluso.

Mario Montalbano


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