COP26, l’accordo che poteva cambiare il mondo

Si è conclusa la COP26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Glasgow. L’accordo finale è al di sotto delle aspettative. Ma a determinarne il successo o il fallimento sarà ancora una volta l’azione dei governi nazionali.


Si è conclusa nella serata di sabato, dopo due settimane di lavori, la XXVI Conferenza delle Parti (COP26) delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Le negoziazioni degli Stati volte ad “arginare” il cambiamento climatico del pianeta sono continuate – come spesso è accaduto in passato, con le altre COP – oltre la data di conclusione, prevista per venerdì 12 novembre, e hanno condotto alla sottoscrizione di un accordo, il Glasgow Climate Pact, da parte di tutti i 197 Paesi riuniti in Scozia.

Quello di Glasgow è stato sicuramente un appuntamento importante, sia perché è stato il primo dopo l’anno di stallo della pandemia (e il fallimento della COP25 di Madrid, del dicembre 2019), sia perché è corrisposto alla scadenza degli impegni dell’Accordo di Parigi del 2015 – l’accordo sul clima con il quale, per la prima volta, gli Stati si sono impegnati in maniera giuridicamente vincolante a ridurre le emissioni di gas serra, per limitare il riscaldamento globale a 2°C rispetto ai livelli preindustriali e puntare a ridurlo a 1,5°C.

Nel quadro dell’Accordo di Parigi, ciascun Paese si è impegnato a creare un piano nazionale indicante la misura della riduzione delle proprie emissioni, il cosiddetto Nationally Determined Contribution (NDC) o “contributo determinato a livello nazionale”. Gli Stati hanno poi concordato di presentare, ogni cinque anni, un piano aggiornato di riduzione delle proprie emissioni (fissato al 2020, e poi rinviato al 2023).

Sul solco tracciato dall’accordo di Parigi, l’obiettivo della COP26 avrebbe dovuto essere quello di concordare un piano d’azione comune che superasse gli impegni del 2015, nella consapevolezza della loro attuale “insufficienza” a mantenere l’aumento delle temperature a 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali, entro un arco temporale fissato al 2030, ormai dietro l’angolo. 

COP26

Primi passi e grandi assenti: i lavori della prima settimana

I fronti sui quali le parti sono state chiamate a discutere e negoziare, nel corso del vertice di Glasgow, hanno riguardato essenzialmente: la mitigazione, e dunque i piani riduzione delle emissioni di gas serra, per il raggiungimento di un sistema a emissioni zero entro il 2050; l’adattamento e la resilienza per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali; la mobilitazione di finanziamenti per il clima da parte dei Paesi sviluppati a favore di quelli più vulnerabili; e, in generale, la collaborazione e il rafforzamento delle intese tra i governi, le imprese e la società civile.

La prima settimana di negoziazioni (1-5 novembre) è stata segnata dal raggiungimento di due accordi: il primo sulla deforestazione e il secondo sulla riduzione delle emissioni di metano.

L’1 novembre, infatti, più di 100 leader mondiali, tra cui il brasiliano Bolsonaro – responsabile dell’aumento dei tassi di deforestazione, a fronte di una politica di taglio dei fondi destinati a contrastare gli incendi nella foresta amazzonica e di sottrazione della gestione dei confini dei territori alle popolazioni indigene – hanno promesso di fermare l’abbattimento delle loro foreste entro il 2030. 

I fondi stanziati ammontano a circa 16 miliardi di euro, tra fondi pubblici e privati, e sono destinati al ripristino dei terreni danneggiati, al sostegno delle comunità indigene e alla gestione degli incendi boschivi. L’accordo assume particolare rilevanza perché i Paesi firmatari ospitano l’85% delle foreste mondiali.

Il secondo accordo ha avuto ad oggetto il metano, il principale gas serra, responsabile di una percentuale significativa del riscaldamento globale del pianeta causato dalle attività umane. Il 2 novembre, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno annunciato alla COP26 quanto presentato già lo scorso settembre, e cioè l’iniziativa di un partenariato globale (Global Methane Pledge) per ridurre, entro il 2030, le emissioni di metano del 30% rispetto ai livelli del 2020.

La prima settimana della Conferenza si è conclusa con le dichiarazioni dell’India, il terzo emettitore al mondo dopo Cina e Stati Uniti, che ha fatto gridare al flop di COP26 prima ancora che entrasse nel vivo delle negoziazioni. 

Prima di lasciare Glasgow, infatti, il presidente Modi ha annunciato l’obiettivo dell’India di raggiungere emissioni zero entro il 2070, dunque 20 anni dopo la data raccomandata dagli scienziati per la neutralità climatica (2050).

Del resto, già Cina e Russia avevano indicato il 2060 come orizzonte temporale per il raggiungimento delle emissioni zero. E tanto, a ribadire le divergenze e la difficoltà di negoziazione da parte di potenze che dipendono fortemente dal gas e dal petrolio e rivestono un ruolo centrale e determinante nella geopolitica dell’energia (a ulteriore riprova, Xi Jinping e Putin sono stati i due grandi assenti del vertice ONU). 

L’accordo Cina-Usa

Il “colpo di scena” che ha rianimato le speranze e “ripreso” le sorti della Conferenza sul clima è arrivato nella serata del 10 novembre, quasi a conclusione del vertice, con l’annuncio del delegato di Pechino, Xie Zhenhua, e dell’inviato statunitense, l’ex segretario di Stato John Kerry, di un’“iniziativa comune sul clima” da parte di Cina e USA. 

L’annuncio risulta particolarmente significativo sia perché le due potenze sono da sempre restie a collaborare in ambito climatico, sia perché si tratta dei due maggiori emettitori di gas serra a livello mondiale. L’intesa mira all’adozione di misure concrete di attuazione dell’Accordo di Parigi, con l’obiettivo di contenere l’aumento del riscaldamento globale entro il minimo fissato nel 2015 dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, e “fare sforzi” per limitarlo agli 1,5°C fino alla fine del secolo.

Rimangano le distanze su tutte gli altri fronti – non ha mancato di sottolineare Kerry – e, ovviamente, le rispettive strategie globali e regionali, ma almeno sul tavolo del clima i due “nemici” sono decisi a lavorare insieme. 

Sebbene l’intesa annunciata sia qualificabile come un segnale politico forte, il punto nodale rimane comunque quello dell’adozione di politiche nazionali incisive rispetto alla riduzione delle emissioni di gas serra (gli Stati Uniti non sono ancora riuscita ad approvare una legge che renda concreto il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, ad esempio).

L’accordo finale della COP26

L’accordo tra Usa e Cina avrebbe potuto, comunque, fare la differenza e influenzare in maniera pregnante il negoziato finale. Ma così, evidentemente, non è stato.  La dichiarazione conclusiva (cosiddetta cover decision) ricalca la terza bozza di accordo diffusa sabato mattina, ed è decisamente al di sotto delle aspettative. 

Negli ultimi giorni di negoziazioni, infatti, alcuni nodi (cruciali) sono venuti al pettine.  Le questioni si sono arenate essenzialmente su due punti essenziali: l’uso dei combustibili fossili (in particolare del carbone) e il loss and damage, vale a dire il meccanismo di aiuti agli Stati più vulnerabili, che subiscono danni notevoli a causa del cambiamento climatico.

La prima bozza di accordo diffusa a metà della seconda settimana di lavori, aveva accesso delle tiepide speranze sull’abbandono delle fonti fossili, indicando espressamente la necessità di una fuoriuscita dal carbone (phase-out) e lo stop a finanziamenti pubblici agli altri fossili (gas e petrolio). 

Con la seconda bozza diffusa nella mattinata di venerdì, e infine con la terza, la situazione è cambiata non di poco. Si è prevista la chiusura delle centrali che non garantiscono sistemi di recupero della CO2 emessa, mentre per quanto attiene ai sussidi ai fossili saranno eliminati solo quelli “inefficaci” (formula ampia, che apre a diverse interpretazioni). 

Il carbone si è salvato, ma in extremis. A fronte delle pressioni della delegazione indiana, si rischiava di non trovare la quadra sull’uscita dalla fonte fossile in questione. L’India si è impuntata per la sostituzione di una parola. Per cui, agli sgoccioli della Conferenza, per salvaguardare il raggiungimento dell’accordo, il termine phase-out (uscita) ha fatto spazio a phase-down (calo), che ha indebolito non di poco l’incisività dell’impegno. 

COP26

Un “traguardo” si è ottenuto, invece, rispetto ai Nationally Determined Contributions, i piani nazionali di riduzione delle emissioni che devono essere aggiornati e rafforzati entro il 2022 (prima del termine previsto per il 2023) e sulla trasparenza, per cui i governi dovranno riportare i dati relativi alla riduzione di gas serra alla luce di una griglia comune di rendicontazione. Il testo dell’accordo fa, poi, riferimento alla necessità di ridurre l’uso del metano (anche questa, è una piccola vittoria).

Nulla da fare, invece, per il meccanismo di loss and damage proposto per finanziare i Paesi più poveri per i danni e le perdite subite a causa delle alterazioni del clima. Il testo finale non prevede i 100 miliardi che gli Stati sviluppati avevano promesso di trasferire entro il 2023 ai Paesi meno sviluppati. Ancora una volta i Paesi industrializzati non sono riusciti a riconoscere la responsabilità storica per la determinazione della crisi climatica e a includere, nell’accordo, il trasferimento di strumenti tecnici e finanziari nei confronti dei Paesi vulnerabili, sui quali ricadono gli effetti peggiori del cambiamento del clima.

L’obiettivo principale resta comunque quello della riduzione delle emissioni, con l’indicazione (ma non il vincolo), nel testo finale, di mantenere l’aumento delle temperature a 1,5 °C entro il 2030.

La Cop26 è stata un flop?

Di certo, l’accordo che i governi del mondo hanno sottoscritto sabato è debole, al ribasso (come molti hanno rilevato). Ne sono delusi gli attivisti, ma anche gli Stati più impegnati nella lotta contro il clima. I passi in avanti che sono stati compiuti (l’obiettivo stesso di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi, l’accordo sulla deforestazione e quello sul metano) sono essenzialmente dichiarazioni di intenti, e non impegni vincolanti sottoposti a specifici meccanismi sanzionatori.

Questo significa che COP26 è stata un fallimento? No, almeno nella misura in cui ci si renda conto che le Conferenze delle Parti sono un modo, forse l’unico, per organizzare la cooperazione internazionale, per coordinare finanziamenti, strumenti tecnici, meccanismi, ma non possono di certo sostituire l’azione dei governi degli Stati. Tocca a loro concretizzare le misure negoziate, attraverso politiche nazionali ambiziose e incisive. Tocca a loro, e in tempi brevi, non fallire.


Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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