Nuova Zelanda, congedo parentale esteso ai casi di aborto spontaneo

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La Nuova Zelanda è il primo paese al mondo in cui il congedo parentale viene esteso alle coppie che hanno vissuto un aborto spontaneo in qualunque momento della gravidanza.


Un bellissimo primato per la Nuova Zelanda che il mese scorso è diventata il primo Paese al mondo a prevedere tre giorni di congedo dal lavoro pagato per le coppie che hanno vissuto un aborto spontaneo. Il 24 marzo 2021, infatti, è stato approvato un disegno di legge che prevede un congedo pagato di tre giorni nel caso di aborto spontaneo o di figli nati morti, a prescindere dal numero di settimane della gravidanza: la normativa esistente prevedeva come requisito quello di aver superato le 20 settimane, prima delle quali non si sarebbe potuto beneficiare di tale congedo; il nuovo disegno di legge ha fatto venir meno questo limite.

Ginny Andersen, la parlamentare laburista che ha proposto la legge, ha dichiarato che la Nuova Zelanda diventa così il primo Paese a estendere questa forma di tutela anche alle prime settimane di gravidanza (peraltro sia alla donna che al proprio partner). Tra i casi di applicazione della nuova normativa non rientrano le interruzioni volontarie di gravidanza.

Le recenti riforme nel Paese in tema di aborto

Ma non è la prima volta che questa materia subisce delle riforme importanti: esattamente l’anno scorso, a fine marzo 2020, è stata infatti varata una legge che liberalizza l’aborto, non considerandolo più come reato.

Attualmente, quindi, in Nuova Zelanda è concesso abortire senza alcun tipo di restrizione nella prima metà della gravidanza; pochissime, inoltre, le restrizioni per effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza anche nella seconda metà della stessa. A ben vedere, sembrerebbe che, dal linguaggio utilizzato, non ci sia alcun tipo di limitazione alla pratica fino al momento della nascita.

Questa legge, entrata in vigore il 24 marzo 2020, ha abolito quella del 1977, che era molto stringente in quanto consentiva l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) solo ed esclusivamente nel caso di grave rischio per la salute fisica e/o mentale della donna. L’iter era peraltro molto complesso perché era necessario il consenso di due medici all’igv, e spesso le donne erano costrette a consultare un gran numero di professionisti. 

Al di fuori di questi casi l’aborto era considerato un crimine, anche se effettuato nella prima metà della gravidanza, e molte donne si trovavano costrette a mentire fingendo di avere problemi mentali, pur di ottenere l’autorizzazione all’ivg, oppure procedevano all’aborto clandestinamente con tutti i rischi connessi.

Con la legge dell’anno scorso, l’aborto è stato eliminato dal codice penale e non sono previste pene nel caso di violazione della norma; ovviamente resta reato praticare l’aborto se si è persona non qualificata. Con la depenalizzazione dell’aborto è stata correlativamente abrogata la pena a sette anni di reclusione per chiunque avesse fornito illegalmente i mezzi per procurare un aborto e per chiunque avesse abortito illegalmente dopo la ventesima settimana di gravidanza.

Ad oggi, dunque, è consentita totale libertà di scelta entro le prime 20 settimane. Dopo questo periodo occorrerà che un medico qualificato abbia “un ragionevole motivo di ritenere che l’aborto sia appropriato avendo riguardo della salute fisica e mentale, nonché del benessere, della donna incinta”.

È interessante notare come la legge non definisca i contorni del termine “appropriato”, lasciando di fatto libero il medico di tenere conto di “tutti i rilevanti standard legali, professionali ed etici” e l’età embrionale del feto.

Una conquista di civiltà e sensibilità

Tornando al congedo pagato, la deputata laburista Ginny Andersen ha dichiarato che la nuova legge «permetterà alle donne e ai partner che hanno subito un trauma simile di non dover far finta di niente e tornare a lavorare subito dopo. Fino a questo momento si doveva dimostrare di essere sempre stoici e andare avanti, questa legislazione invece riconosce il diritto di fermarsi un momento dopo un dolore simile, prendere tempo, e recuperare dal punto di vista psicologico ed emotivo. Così tuteliamo la dignità delle donne».

La svolta della legge in questione riguarda il fatto che il congedo di tre giorni, già previsto dalla normativa precedente, non veniva applicato se superate le 20 settimane: adesso, come stabilito dal governo di Jacinda Ardern e dal suo partito, si applicherà invece a ogni momento della gravidanza e per entrambi i genitori.

Anche altri Paesi prevedono il congedo parentale retribuito in caso di aborto spontaneo: per esempio in Australia questi giorni di assenza retribuiti si applicano dalla dodicesima settimana, nel Regno Unito dalla 24esima. «Siamo la prima nazione ad applicarla in ogni momento prima del parto» ha sottolineato la Andersen, che in Parlamento ha aggiunto: «spero che saremo tra i primi ma non tra gli ultimi, e che altri Paesi cominceranno a legiferare per un sistema di congedi più umano ed equo, che riconosca le sofferenze e il dolore successivi ad aborti spontanei e morte alla nascita».

Dopo il triste primato di essere tra quei pochi Paesi che ancora consideravano l’aborto reato (depenalizzato solo lo scorso anno), oggi la Nuova Zelanda si fa pioniera di un enorme passo avanti a livello sociale con questa nuova normativa, sperando di dar vita presto a una virtuosa reazione a catena in altre nazioni.

Foto in Copertina – Hagen Hopkins (Getty Images)


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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