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Occupazione giovanile italiana sotto la media europea, aumenta la disuguaglianza di genere

 
 

I dati forniti dalla Commissione europea mostrano un’Italia con il più alto tasso di disoccupazione giovanile, dove la disparità di genere continua ad essere protagonista.


La Commissione europea ha reso noti i primi dati sull’impatto dei cambiamenti demografici negli Stati membri dell’UE. Tra i risultati più interessanti per il nostro Paese emerge sicuramente quello della disparità di genere, che si innesta su livelli già preoccupanti di disoccupazione giovanile, ben noti anche prima della diffusione epidemiologica.      

Una condizione che emerge con maggior forza, soprattutto dall’analisi delle relazioni tra le nuove generazioni e il mercato del lavoro. Secondo i dati forniti dalla Commissione, infatti, l’Italia registra il più alto tasso di disoccupazione in assoluto nel range dei giovani al di sotto dei 25 anni, con un altrettanto elevato tasso di disparità di genere che vede disoccupate il 31% delle giovani tra i 15 e 24 anni, contro il 27,8% dei rispettivi coetanei maschi.

Commissione Europea, “The Impact of Demographic Change”Italia

Se si raffrontano, al contrario, i tassi di occupazione, l’analisi mostra dati altrettanto preoccupanti. Tra gli under 25, solo il 27% delle donne ha un’occupazione in Italia, a fronte di un 38% degli uomini, con un livello di disparità che si mantiene costante per tutte le fasce d’età e che, complessivamente, registra solo il 54% delle donne italiane tra i 20 e 64 anni occupate, contro il 74% degli uomini.

Malgrado l’analisi condotta negli altri Stati membri abbia fornito, in alcuni casi, risultati ben più positivi, il gender gap nel mercato del lavoro rimane una costante: nell’Unione europea l’occupazione femminile nel 2019, infatti, è risultata essere inferiore di ben 7 punti rispetto a quella maschile.

Commissione Europea – “The Impact of Demographic Change”

Lo scorso 29 giugno, il Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS) ha reso pubbliche le 15 decisioni adottate il 5 e 6 dicembre 2019 in materia di violazioni del diritto alla parità di retribuzione e del diritto alle pari opportunità sul luogo di lavoro, per 14 dei 15 Paesi chiamati a rispondere al reclamo avanzato dall’University Women of Europe, i quali hanno accettato di applicare la procedura dei reclami collettivi della Carta sociale europea, ossia Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica Ceca e Slovenia.

Di questi, solo la situazione della Svezia è stata riconosciuta conforme alle disposizioni della Carta. Il CEDS riconosce che il divario retributivo di genere non è più unicamente il risultato di una discriminazione, ma costituisce una caratteristica ormai intrinseca del mercato del lavoro, che pertanto obbliga gli Stati ad adottare soluzioni adeguate. Secondo Strasburgo, infatti, 14 dei Paesi valutati hanno violato i diritti delle donne, in quanto i progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità sono insufficienti, soprattutto per quanto concerne la pari retribuzione.

Ogni anno il World Economic Forum elabora il Global Gender Gap Index. Introdotto nel 2006 al fine di valutare la diffusione delle disparità di genere a livello globale, costituisce un’analisi statistica per Stato, basata sui sistemi economici, normativi, educativi, politici e sanitari dei singoli Paesi che ne prestano il consenso, fornendo indici statistici e confronti efficaci tra regioni e gruppi di reddito. Le classifiche sono progettate per aumentare la consapevolezza globale delle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create, riducendole. La metodologia e l’analisi alla base della ricerca assurgono a fonti preparatorie per la progettazione di misure normative efficaci.

Nel 2020, il Global Gender Gap score, basato sulla popolazione media ponderata, si attesta al 68,6%. Ciò significa che, in media, il divario attuale è circa pari al 31,4%. Dei 153 Paesi analizzati quest’anno dal World Economic Forum, però, nessuno ha ancora raggiunto la piena parità di genere: i primi 5 classificati si attestano ad uno score pari circa all’80%, mentre l’Islanda è  primatista con un attuale 87%. L’Italia scende al settantaseiesimo posto, in coda a molti dei Paesi dell’Est Europa.

World Economic Forum -The global gender gap index ranking, 2020

Fin qui, si tratta di dati che non considerano ancora la condizione epidemiologica cui è esposta la società mondiale. Non servono probabilmente statistiche certe per poter già affermare che la crisi avrà gravi ripercussioni anche sulla disparità di genere. Se si considera, infatti, il ruolo della donna nella società a livello globale è facile aspettarsi che, nella fase della ripartenza post Covid-19, a queste verrà chiesto uno sforzo superiore in ambito familiare e lavorativo, chiudendo un occhio sulle discriminazioni, a fronte delle questioni maggiori della crisi sanitaria ed economica, una crisi che, a ben vedere, voleva solo ricordarci la superiorità del principio di uguaglianza.  


 
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