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Kamala Harris: la nuova “Barack Obama” che vuole sfidare Trump

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Di Gabriele ImperialeKamala Harris, all’anagrafe Kamale Davi Harris, classe 1964, 55 anni, donna e ufficialmente in corsa alle primarie del Partito Democratico. È nata in California, per la precisione nell’ottava città più grande dello stato meridionale, Oakland. Eletta per la prima volta nel 2016, detiene già un record: è la prima donna d’origini indiane ad aver ricoperto il ruolo di Senatore negli Stati Uniti.

Figlia di tre mondi. In lei non scorre solo il sangue degli antenati materni di Chennai, l’antica città di Madras kamalache si affaccia sull’Oceano Indiano e sul Golfo del Bengala. Nella Harris c’è molto di più. C’è un pezzo di storia di una delle più ambite, almeno in era coloniale, isole caraibiche. Grazie al padre, il professore di economia Donald Harris, in lei convivono infatti non due, ma tre anime: quella americana, quella indiana e quella giamaicana, che affonda le proprie radici nel XIX secolo. Il capostipite della famiglia era l’irlandese Hamilton Brown, proprietario di piantagione e schiavi, fondatore di Brown’s Town e membro del parlamento coloniale per oltre 22 anni. Figlia di quelli che furono due dei diamanti più brillanti della corona di uno degli imperi più vasti al mondo, adesso mira a diventare il Presidente di quella che fu la più ribelle tra le ex colonie di sua Maestà.

La candidatura. Laureata in legge ed economica presso l’Howard University e il College of Law di San Francisco, sposata con l’avvocato Douglas Emhoff, è stata già soprannominata dai propri sostenitori la nuova Barack Obama, si dichiara progressista e si è spesa durante la sua carriera a sostegno dei diritti civili e sociali. La sua candidatura, annunciata durante il Martin Luther King’s Day – 21 gennaio -, è arrivata direttamente in casa. Oltre 20.000 persone si sono infatti raccolte nella sua città natale e hanno recepito il suo personalissimo slogan elettorale: “Per la gente”.

“Per la gente”. flags.945510_1920Meno aggressivo di “America first” dello sfidante e attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è il punto di partenza della sua agenda politica e dell’impegno preso da Kamala con gli elettori. Semplice, efficace e diretto, è il meglio che poteva sfornare. Piccolo neo: è meno rumoroso e battagliero del “Fighting for us” coniato da colei che politicamente dovrebbe essere la sua musa ispiratrice, Hillary Clinton. Kamala punta tutto infatti sulla sobrietà del proprio slogan e a giudicare dalle sue prime dichiarazioni, la cinquantacinquenne non sembra voler ripercorrere gli errori di Miss Clinton disseminati durante la corsa verso la Casa Bianca del 2016.

Nessun attacco personale al Presidente avversario, nessun riferimento al carattere “particolare” o alla vita privata del Tycoon. Solo e soltanto bordate alle politiche intraprese dall’esecutivo e la strenua difesa della democrazia. Calma ma al contempo implacabile nei comizi, è stata definita dal “The Washington Post” “una contendente formidabile” e tutti i candidati democratici, quanto il presidente uscente, stanno iniziando a tenere in considerazione la Harris.

I sogni. Il padre e la madre hanno coronato il loro più grande sogno sbarcando negli Stati Uniti d’America e ottenendo per sé e la figlia la cittadinanza americana. Lei invece ne ha solo uno: diventare presidente dello Stato in cui sognare era la regola. «Possiamo realizzare i nostri sogni. Possiamo continuare a credere nel sogno americano. E possiamo tornare ad un’America che affonda le radici nei suoi valori e nella sua storia di uguaglianza e di libertà».


 

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Gabriele Imperiale

Giornalista professionista, appassionato e studioso di storia, mi interesso alla politica nostrana e alla cronaca estera. Non disdegno lo sport a tal punto da essere tifoso sfegatato della Juventus.

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