Tiro alla fune per il copyright: gli utenti restano in secondo piano

Di Daniele Monteleone – Il 12 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva per aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea. Dopo il fallito tentativo di luglio che ha visto la bocciatura della direttiva nella votazione della sua prima versione, il testo è stato oggetto di numerose modifiche che vanno maggiormente “incontro” ai detrattori dell’intera operazione di riforma.

Lo scopo principale della direttiva – tuttora in una fase di discussione sulle modalità di applicazione nei paesi membri – è armonizzare le regole in materia in tutta Europa, ferme dal 2001, e fare in modo che i colossi dell’editoria e della discografia stringano maggiormente il controllo sui diritti d’autore, a discapito di quelle piattaforme online che trattano anch’esse contenuti scritti, video o musicali (come Google, Wikipedia, Youtube, Facebook, ecc). Come sempre, non siamo davanti a una sfida tra buoni e cattivi, e la questione è abbastanza complessa.

CatturaAttualmente siamo in una fase di applicazione di stato in stato in Europa. Contemporaneamente Youtube ha iniziato una campagna di contrattacco che sembrerebbe a difesa dei suoi utenti, #saveyourinternet ma che risulta soprattutto a tutela dei suoi interessi. In ogni caso, siamo davanti a un vero e proprio strangolamento del web? C’è molto su cui lavorare e le modalità pratiche di applicazione della direttiva non sono ancora del tutto chiare.

Gli articoli al centro dell’attenzione. Lo scontro sull’approvazione della direttiva si è concentrato soprattutto su due articoli, l’11 e il 13, quelli che, secondo i contrari alla riforma, sarebbero i più dannosi per la libera circolazione dei contenuti sul web. Per quanto riguarda il primo, quello che riguarda la “Link tax”, si vuole regolare diversamente il rapporto tra le piattaforme online e gli editori, i quali lamentano di subire uno sfruttamento dei loro contenuti senza un equo e adeguato compenso. In sintesi, si chiede che ogni stato membro si assicuri che gli editori ottengano questi compensi dalle piattaforme online, le aziende di internet che forniscono “servizi di informazione” – in particolare Google News, principale bersaglio della direttiva, è sotto accusa per la sua gestione di titoli e contenuti.

Google-News-1-620x330Per quanto riguarda il secondo, quello che tratta il cosiddetto “Upload Filter”, si vuole che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo su ciò che viene caricato dai loro utenti, per escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto. In pratica siamo davanti una richiesta di responsabilità diretta delle piattaforme davanti le possibili violazioni del diritto d’autore. L’obiettivo è fare in modo che i servizi web si dotino di una licenza apposita che consente di ospitare contenuti protetti da copyright. Questo tipo di licenze, sistemi come quello di Youtube (basato su Content ID) sono molto costosi – parliamo di milioni di dollari – e in più non consentono una corretta selezione dei contenuti protetti, causando censure immotivate e immeritate. Questo, appunto, uno degli articoli che ha destato maggiore preoccupazione e che ha ulteriormente acceso la polemica contro le istituzioni europee.

Cosa sta facendo Youtube nelle ultime settimane? Il colosso tecnologico ha deciso di dire nuovamente la propria con forza e proteggere i diritti degli utenti. Così, prima di moltissimi contenuti, appare l’appello agli utenti affinché si informino a proposito del contestatissimo articolo 13. In più, lo spot su Instagram pubblicato proprio da Youtube chiarisce ulteriormente il motivo del contendere: tanta creatività, tanti contenuti, ma un sistema fallace di controllo dell’utilizzo proprio o improprio di produzioni protette da diritto d’autore.

Fin qui youtuber e utenti di vario genere sul web condividono la stessa linea: c’è modo e modo di utilizzare frammenti o contenuti altrui. Ma che soluzione propone Youtube nella sua campagna di sensibilizzazione a favore della “libertà su internet”? Semplicemente un richiamo alla collaborazione da parte dei detentori di diritti. Si legge infatti sulle FAQ di Youtube che «gli aventi diritto dovrebbero collaborare con le piattaforme per identificare i contenuti di loro proprietà, in modo che le piattaforme sappiano cosa è protetto dal diritto d’autore e possono consentire ai titolari dei diritti la possibilità di bloccare i contenuti se lo desiderano» aggiungendo che «le piattaforme devono essere ritenute responsabili solo per i contenuti a loro identificati utilizzando strumenti come Content ID o tramite notifica e rimozione».

9e78630f-7243-4d11-bad9-c6284b3d0578Dietro questo richiamo del popolo youtuber, il comportamento del “mostro mangiavideo” è esattamente l’opposto: ci sarebbero infatti pressioni da parte della stessa dirigenza di Youtube in favore della direttiva. Quel richiamo alla «collaborazione» invece non sarebbe altro che un tentativo di allargamento del proprio servizio di Content ID fino alla possibilità di proporlo ad altre piattaforme. Una questione puramente economica, piuttosto lontana dalla tutela della creatività e del bene degli utenti.

Nel frattempo Bruxelles – anch’essa ben consapevole del lobbying da parte di Youtube – ha risposto alla campagna di “difesa della libertà” promossa dal Colosso video contro la normativa europea sul copyright. Un botta e risposta che ha davvero del ridicolo e che continua a tenere da parte la soluzione al problema della censura (tutto tranne che) smart: i filtri automatici per il controllo dei contenuti, vera piaga della creatività ma soprattutto della satira, della critica e della discussione nella sua interezza nel web.


 

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