Il branco agisce, Palermo subisce

Di Ester Di Bona – 17 novembre 2018, Piazza VerdiPasseggio serenamente per le strade della mia città, dove si respira a pieni polmoni la frizzantezza del sabato sera. Mi sento sicura in mezzo a così tante persone, ognuno occupa uno spazio preciso nella piazza e risulta complicato perfino il semplice passaggio da un lato all’altro della strada. È impossibile non sfiorarci a vicenda. 

Le mie risate e quelle della gente presente ed inconsapevole creano un sottofondo facilitatore per un mood leggero e spensierato. D’improvviso un tonfo, un rumore sordo e violento, come quello che senti nei film e a cui non riesci immediatamente ad affiancare una fonte. Cala un silenzio disarmante nella piazza, le persone si immobilizzano, passano una manciata di secondi che sembrano disperdersi nell’aria. Qualcuno dietro di me suggerisce con un filo di voce «un attentato!».

Davanti a me il tappeto di persone comincia ad indietreggiare spaventata, aprendo un varco all’entrata di via Spinuzza e rivelando una “bancarella” presa d’assalto da una baby gang, unica fonte di movimento in quello scenario piatto, un movimento violento e prepotente. 

In quel banchetto pieno di accessori per cellulari e merce elettronica di vario tipo, un ragazzo prende un treppiedi, lo rompe in più parti e lo scaglia sul venditore bangladese. Accanto a loro una sedia in legno spezzata, tirata poco prima. Il volto dell’uomo intanto gronda di sangue. 

Il vasto pubblico è ancora compatto e immobile, un po’ curioso e un po’ spaventato, ma pur sempre immobile. I ragazzini, dopo un breve schiamazzo e diverse risate, decidono di scappare verso via Maqueda, non serve farsi spazio tra la folla che si apre al loro passaggio automaticamente, spianando loro la strada. Si dileguano in una frazione di secondo. 

La movida palermitana riprende coscienza e si avvicina all’uomo aggredito davanti ai loro occhi. È ferito, non riesce a parlare, non sa come reagire. Pochi minuti dopo arrivano due militari (nonostante il camioncino sostasse a pochi metri dal posto), chiedendo delucidazioni e solo una decina di minuti più avanti, arriva la polizia. Un uomo tra la folla suggerisce «dobbiamo difenderci da soli, sta diventando uno schifo», «quando succedono queste cose bisogna unirsi e fermarli». Il momento finisce, tutto ritorna alla normalità. 

Ultimamente l’immagine del branco per le vie della città che va in giro indisturbata creando disagi prendendosi quei 15 minuti di fama è chiara e presente, diventando quasi parte della quotidianità. Il punto più inquietante della questione è che sono i cittadini stessi a permetterlo, con passività. Non si nasconde il problema, ma non si fa nulla per cambiarlo, perché non è un “problema nostro”. Allo stesso modo se le forze dell’ordine non soddisfano il bisogno di protezione, non si cerca un’alternativa.

Quella sera, a Piazza Verdi, c’erano veramente tante persone. Nessuno ha osato far nulla, o dire qualcosa, mentre quell’uomo veniva aggredito brutalmente con la sua stessa merce. Né i passanti, né gli altri venditori della zona. Non se n’è più parlato. 

Il branco di ragazzini è più forte di una intera piazza strapiena di persone. E lo è perché glielo si permette. Viviamo in una bolla egoistica distante anni luce da ciò che c’è intorno, nulla ci riguarda personalmente e si aspetta che gli altri muovano un passo verso la nostra direzione, o in nostro soccorso. Non ci aiutiamo più e non ci fidiamo più gli uni degli altri. Abbiamo solo paura che il nostro quotidiano venga disturbato, e si sta in una costante preghiera affinché non si finisca nei panni dell’altro. 

Non è un problema di manifestazioni, rivoluzioni o scioperi per far sentire la propria voce. Il bisogno principale è quello di ritrovare il contatto umano e rendere il luogo in cui si vive un posto sereno e magari sicuro. Lo stato può e deve aiutare, ma il cambiamento principale deve partire dai cittadini, che vivono la città in prima persona. Altrimenti sbarriamo le porte e “chi si è visto si è visto”.


In copertina la fotografia di Maria Tumminia

 

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