«Buongiorno, sono Cucchi Stefano, nato a Roma il primo ottobre 1978»

Di Valentina Spinelli – Presentato alla 75esima edizione della Mostra Internazionale di Venezia lo scorso 12 settembre, il film-documentario Sulla mia pelle con la regia di Alessio Cremonini. Distribuito in diverse sale italiane e dalla piattaforma streaming Netflix, al momento è tra le proiezioni maggiormente discusse. La lunga attesa dell’uscita del film, preannunciata nei mesi scorsi, è stata il prologo di una calorosa accoglienza da parte della critica e di un fatto divenuto un vero e proprio fenomeno sociale.

sulla-mia-pelleLa pellicola ripercorre e ricostruisce gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, la cui storia è attualmente uno dei fatti di cronaca nera che vede come protagonista anche l’Arma dei Carabinieri.

Stefano Cucchi era un geometra romano di trentuno anni. Un ragazzo secondo alcuni problematico e dal passato turbolento, con dei precedenti giudiziari alle spalle. Consumatore di sostanze stupefacenti, era solito anche rivenderne alcune dosi. Fu proprio questa pratica a rappresentare l’inizio di quel calvario che lo avrebbe condotto, da lì a poco, alla sua morte.

Riassumendo i fatti alla luce di un occhio critico e il più possibile obiettivo, il giovane venne fermato e perquisito da alcuni carabinieri, nei pressi del Parco degli Acquedotti, la sera del 15 ottobre 2009. Fu colto cedere una bustina bianca ad un ragazzo, in cambio di soldi. Immediata fu la perquisizione, con cui si appurò essere in possesso di alcuni grammi di droga, ed il successivo stato di fermo.

Nelle prime ore della notte i carabinieri perquisirono anche l’abitazione dei genitori di Stefano, tuttavia non vi trovarono nulla. Malgrado ciò, venne condotto presso la caserma Appio-Claudio, ove secondo il pm dell’inchiesta bis iniziò il pestaggio che determinò, pochi giorni dopo, la morte di Stefano presso il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma.

La pellicola, a volte lenta e dalle immagini spesso cupe, si concentra immediatamente sulle condizioni del giovane, il quale seppure interessato da alcune problematiche fisiche legate al consumo di droga e a epilessia, di certo, non morì per i disturbi in questione ma, al contrario, per le percosse di cui fu vittima nelle ore successive al suo arresto.

Ciò che si mette in evidenza, non è lo stile di vita di Stefano ma, al contrario, l’assurdità per cui quest’ultimo sia morto per mano di coloro i quali, in quegli istanti e per il ruolo che svolgevano, dovevano rappresentare lo Stato italiano. Ciò che si incrimina, in questa particolare circostanza, è la condotta dei carabinieri che hanno picchiato Stefano. E ancora, le falsità in un primo momento emerse dalla lettura dagli atti pubblici e dai referti medici.

Si giunse alla situazione paradossale per cui, secondo le prime ricostruzioni, la morte del geometra romano avvenne per cause estranee alla condotta dei carabinieri prima, e dei medici poi. In realtà, le fotografie scattate dalla famiglia in obitorio mostrarono immediatamente una situazione diversa, con cui si capivano le reali condizioni di malnutrizione, le lesioni e le ecchimosi in diverse parti del giovane corpo. Tutti traumi che necessariamente dovevano essergli stati provocati ed inflitti da terzi.

La morte di Cucchi, dunque, in poco tempo è divenuta motivo di sgomento e di protesta, soprattutto successivamente alla pronuncia della sentenza in primo grado di giudizio da parte della Corte di Assise di Roma, con cui si dispose la condanna alla reclusione per omicidio colposo di alcuni medici dell’ospedale Sandro Pertini, e l’assoluzione degli infermieri e delle guardie penitenziarie. Altrettanto motivo di disapprovazione furono anche le pronunce emesse nei gradi successivi al primo.

ilaria-cucchi-1Questo fu l’inizio di una battaglia legale, tuttora portata avanti dalla famiglia di Stefano. In prima linea vi è la sorella Ilaria, sempre presente alle oltre quaranta udienze svoltesi per l’accertamento della vicenda del fratello. Sono state tante le perizie e le consulenze tecniche svolte, altrettanti sono stati i testimoni ascoltati in aula, tutti tasselli di un puzzle non ancora definitivamente ricomposto.

La morte di Cucchi è divenuta una tra le morti più famose avvenute per mezzo dell’azione errata delle Forze dell’Ordine. Essa ha permesso, dunque, sin dall’inizio del processo di interrogarsi rispetto alle condotte, non sempre lecite, messe in atto per consolidata e tacita prassi da coloro i quali indossano una divisa. In tanti cercarono di ostruire la ricostruzione dei fatti. In tanti cercarono di screditare Stefano, la parte lesa di questa vicenda giudiziaria, attribuendo la sua morte ad eventi estranei a quanto avvenuto durante le ore successive allo stato di fermo in caserma, quali la malnutrizione o il precedente consumo di sostanze stupefacenti da parte del ragazzo, senza in realtà puntare il dito contro i veri fautori della sua scomparsa.

È evidente come i colpevoli debbano identificarsi negli agenti che lo picchiarono, ed in quel personale sanitario, compreso tra medici ed infermieri, che non concessero a Stefano tutte le adeguate cure di cui avrebbe avuto bisogno.

La morte di Cucchi è, di certo, una nota dolente in un sistema in questo caso malsano. La vicenda è, poi, per certi aspetti similare a tante altre. Storie di persone, spesso deboli, decedute per l’eccessiva violenza nei loro confronti. Sono processi molto difficili, i cui teste rimangono spesso in silenzio senza pronunciare un’adeguata deposizione in udienza. In cui l’uno si difende con l’altro, talvolta insabbiando le prove.

Nel film si dà ampio spazio alla figura del giovane, sullo sfondo vi è quello delle Forze dell’Ordine, le quali fungono da mere comparse in un contesto, quello cinematografico, che ovviamente ha come fine quello di raccontare una storia. Ed è quello che è avvenuto con Sulla mia pelle.

È opportuno non cadere nel qualunquismo e nella generalizzazione, nello scredito scontato e forzato di chi incrimina a tutto tondo coloro i quali indossano con orgoglio una divisa e ne portano alto il valore ogni giorno con le proprie azioni.

La morte del giovane è di sicuro un fatto di cronaca di cui si spera si possa vedere presto una fine con la pronuncia di una sentenza di condanna dei colpevoli, ma è altrettanto importante ragionare sempre in maniera critica ed analitica, così da analizzare caso per caso ciò che la spiacevole realtà a volte palesa.


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