Storia di un regista: Roberto Mannelli e la sua “Igea”

Di Beatrice Raffagnino e Daniele Monteleone – Un ragazzo, un regista, un sognatore, un osservatore: chi è Roberto Mannelli? A vedere i suoi cortometraggi si faticherebbe a dire di “conoscerlo”: sempre a lavoro su progetti diversi, spaziando dalla satira all’umorismo, dall’impegnato all’autobiografico, i lavori di Mannelli sorprendono ogni volta. Quel che emerge è che si tratti semplicemente di una bella storia.

Due anni fa, il regista palermitano ha ripreso a scrivere con continuità, dopo una sosta – una sorta di “pausa” artistica – durata oltre cinque anni, e non ha più smesso. Ritorna dietro la camera nel 2016 con L’attesa, un corto dal retrogusto amaro dove due ragazze aspettano il “momento giusto” per agire. Il successivo cortometraggio risulta interessante nella cura dei dettagli e nel modo di fare satira: per Meteo, come dice lo stesso autore «c’è voluto tantissimo lavoro di ricerca e sincronizzazione» ed è il gioco acustico e visivo, stretto in un indissolubile legame tra gesti e audio “di sottofondo” (che secondario non è!) che muove l’opera.

Seguiranno poi l’umoristico The Good Foot, frutto di un pensiero già maturato anni prima, e il corto (questo realizzato insieme a Chiara Pipitone) Fimmina dove si parla di violenza sulle donne senza scadere in nessuna scena propriamente violenta, ma dove si legano le storie di donne comuni unite da un retroscena carico di sofferenza.

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Il regista Roberto Mannelli con i due attori Mario Gioè e Arianna Scuteri

L’ultima opera di Mannelli (con Arianna Scuteri, Mario Gioè ed Elena Buccheri) è un omaggio e un’occasione per condividersi e condividere con tutti un ricordo, una situazione in cui molti di noi si sono trovati o si trovano in famiglia. Igea non fa sconti e non è scontato. Come dice lo stesso Roberto, “Igea” è il suo «corto preferito» perché oltre ad avere un profondo legame con la propria storia personale, è un messaggio per tanti di noi, un abbraccio, la comprensione di una disgrazia.

Dentro il corto “Igea”. All’inizio pensi si tratti di una giovane coppia di innamorati. La scena iniziale in effetti è quella tipica. Lui la va a trovare, le luci sono soffuse, le parole sussurrate, l’atmosfera quasi onirica. Gli unici dettagli un po’ fuori posto sono l’acconciatura di lei, in perfetto stile anni Quaranta, e lo sguardo assente ed enigmatico di chi è, contemporaneamente, lì e in un altro luogo, forse troppo lontano.

36572328_178769309663049_3421132448459653120_nParlano di viaggi, di piccole gioie condivise, ascoltano le loro canzoni. O meglio lui parla. Lei è impegnata. Sta cercando nelle pieghe della sua mente i preziosi ricordi di cui sente parlare. Sa che sono ancora li dentro, da qualche parte, ma, nonostante gli sforzi, sembra non riuscire nel suo intento.

Alla fine lui la saluta. Per te che stai guardando risulta difficile comprendere il perché di tanta malinconia in questa scena. Avverti dentro di te un’inspiegabile, improvvisa, rabbia e ti chiedi perché se lui sembra così innamorato lei si debba ostinare a non rispondere. A non riconoscere i suoi sentimenti.

Mentre sei li, confuso, come in un’altra dimensione, senti provenire la battuta d’uscita: «Ciao nonna». Nonna? Ma come? E poi ecco che – quasi non hai il tempo di riprenderti dallo shock – la ragazza scompare. Al suo posto, seduta sulla stessa poltrona, un’anziana signora regge fra le mani, solcate dalle rughe, il ritratto della giovane: la se stessa del passato.

Titoli di coda. Si accendono le luci e tu guardi lo schermo senza vederlo. Improvvisamente ti senti svuotato o magari sei così traboccante di emozioni da non riuscire più a pensare.

Forse perché, in fondo, in Igea Chinnici, protagonista di questo splendido corto (nonché il nome della nonna del regista) hai rivisto i tuoi nonni. Hai ripensato a quel tipo di amore, assolutamente incondizionato e puro, di chi dà tutto se stesso senza mai chiedere nulla. Amare nonostante i difetti; amare nonostante il tempo che inesorabilmente ci divide; amare nonostante il rischio che tu non ti ricordi più di me.

Solitamente sono i nipoti che, presi dalla propria vita impegnata e caotica, dimenticano di chiamare i nonni o di andarli a trovare. O magari se lo ricordano ma poi posticipano l’incombenza, la mettono in fondo alla pila di faccende da sbrigare, certi come sono, in modo un po’ egoistico, che saranno amati ugualmente sempre e comunque. Solitamente.

Qui, invece, la prospettiva si ribalta. La realtà feroce è quella di una malattia, l’Alzheimer, che, in un crudele scambio di ruoli, fa si che, stavolta, siano i nonni a non ricordare, a non riconoscere coloro i quali tanto intensamente hanno amato. L’ultimo lavoro di Roberto Mannelli è una cura per la nostra memoria. I malati, infatti, spesso siamo noi che andiamo troppo di fretta e non ci rendiamo conto dell’importanza di dedicare agli altri il nostro prezioso tempo. Ci dimentichiamo che la forma più profonda di amore è l’attenzione, ricordarsi di chi ci sta accanto, per costruire poi quel meraviglioso puzzle di vita che è la memoria.


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