Tempo di lettura: 1 minuti

Giulia Tofana, bella da morire

Amare da morire o morire per amore? Probabilmente era questa la domanda che si ponevano le mogli del Seicento. Davanti a situazioni ingestibili, caratterizzate da mariti violenti, le mogli si trovavano davanti a un bivio. Scegliere di destinarsi a morire o uccidere il marito, risolvendo così il problema di fondo. Per farlo era necessario cercare di far meno rumore possibile, agire in riservatezza e in maniera silenziosa ma efficace.

Per le donne quindi trovare una difesa contro la violenza domestica era impensabile. Per questo Giulia Tofana, nata a Palermo fra il Cinquecento e il Seicento, può essere considerata una paladina della giustizia. In mancanza di alternative, le mogli che subivano violenze ricorrevano al suo aiuto. Giulia era una speranza, una risposta a queste grida d’aiuto disperate. Sebbene fosse sbagliato, uccidere era a volte l’unica via percorribile verso la libertà. In cosa consisteva l’aiuto di Giulia? Per scoprirlo occorre ripercorrere brevemente i motivi che la spinsero verso questa scelta.

Giulia Tofana non aveva un’istruzione. Proveniente da una famiglia povera, residente in un quartiere di Palermo in degrado, sfruttò la sua bellezza per trarre guadagno attraverso la prostituzione. Era forte in lei la voglia di cambiare e di riscattarsi.

Astuta e intelligente, imparò a produrre acqua tofana, una soluzione mortale composta da arsenico, piombo e bella donna, perfezionando la pozione utilizzata in precedenza dalla madre (probabilmente Thofania d’Adamo) per avvelenare il padre. Per ottenere l’esito sperato era necessario somministrare il veleno in piccole dosi per più giorni, fino a cagionare la morte dell’uomo in questione, senza destare sospetto alcuno. Questa attività si rivelò subito redditizia, fino a quando una moglie un po’ superficiale o un po’ frettolosa non decise di dare tutto il veleno al marito. Quest’ultimo sopravvisse e, una volta scoperto l’inganno, decise di denunciare quanto accaduto. Nel tentativo di salvarsi, Giulia fuggì a Roma grazie all’aiuto di un amante, noto come frate Girolamo.

Roma per Giulia fu la svolta, la possibilità di diventare una persona migliore. Lì imparò presto a scrivere e a vestire bene. Questa pace però durò poco. Successivamente un’amica si lamentò dei maltrattamenti subiti in casa dal marito e lei decise di intervenire. L’amante le procurò quanto necessario per produrre il veleno: fu così che Giulia riprese i suoi traffici.

La sua attività fu ancora una volta interrotta da una cliente incauta che decise di somministrare tutto il veleno al marito, facendolo morire improvvisamente. I parenti del defunto, insospettiti, riuscirono a ottenere la verità dalla moglie, la quale face il nome di Giulia.

Fu così subito arrestata e si difese dicendo che quanto da lei prodotto serviva per la cura della pelle. Non la riguardava se tutte quelle donne ne avessero fatto un altro cattivo utilizzo. Vivendo negli anni duri dell’Inquisizione, fu processata e condannata a morte a Campo de’ Fiori nel 1659. Le sue clienti, si stima più di seicento, furono murate vive nel palazzo dell’Inquisizione a Porta Cavalleggeri; altre donne ricche invece la fecero franca corrompendo i giudici. Nonostante la sua morte, la produzione di acqua tofana continuò nel tempo.


error: Content is protected !!