Mal di Francia

Di Francesco Puleo – Tra gli eventi che hanno segnato la settimana appena trascorsa, il ritiro dell’ambasciatore francese in Italia è quello che ha suscitato le polemiche e le discussioni più accese. Il 5 febbraio una delegazione dei 5 Stelle ha incontrato alcuni esponenti del movimento dei gilet gialli, giunti ormai al terzo mese di proteste. Il governo francese ha interpretato il gesto come una provocazione inaccettabile e, dopo la reazione del presidente Emmanuel Macron, in molti parlano apertamente di crisi diplomatica.

Il ritiro dell’ambasciatore è indubbiamente un fatto grave e richiama alla mente la risposta della Francia alla dichiarazione di guerra da parte dell’Italia fascista nel lontano giugno del 1940. Tuttavia, non siamo ancora di fronte a una rottura definitiva dei rapporti diplomatici.

Rapporti che dalla nascita del governo gialloverde si sono deteriorati ma che, a dirla tutta, non sono mai stati idilliaci. Oggi il punto d’attrito più forte, accanto alla questione libica, è la politica migratoria: basti ricordare che quando a giugno dell’anno scorso Salvini decise di “chiudere i porti” un rappresentante del governo francese definì la condotta del governo “vomitevole”. In quell’occasione persino il presidente del consiglio Conte si espresse con toni tutt’altro che concilianti.

1539237992880.jpg--sergio_mattarella_incontra_conte__salvini__di_maio_e_savona___fatevi_dare_un_consiglio___come_li_gela_al_coleSe consideriamo che già dai primi mesi del 2019, con le polemiche sul franco CFA e sui problemi irrisolti del passato coloniale della Francia, i rapporti si sono fatti sempre più tesi, l’incontro con i gilet gialli è da considerare la goccia che ha fatto traboccare il vaso. D’altronde sia Conte che il ministro dell’interno Salvini hanno subito provato a gettare acqua sul fuoco, insieme al Presidente della Repubblica Mattarella e al presidente della camera Fico. Non è dunque così difficile immaginare che Macron possa tornare indietro sui suoi passi in seguito ai tentativi di mediazione già in atto, anche e soprattutto in nome dell’interesse nazionale: dopotutto la Francia controlla in Italia quasi duemila imprese in settori che vanno dalla finanza al lusso fino alle telecomunicazioni, con un numero di impiegati che supera le 250mila unità.

D’altro canto il comportamento del ministro Di Maio non va minimizzato. Al di là della violazione di quelle regole non scritte che costituiscono la base di rapporti diplomatici normali (prima fra tutte quella di avvisare il governo del Paese alleato prima di un incontro con degli esponenti politici), la scelta di proporre un’alleanza a una frangia minoritaria di un movimento eterogeneo e privo di leader come quello dei gilet gialli è quantomeno controversa e paradossalmente rischia di acuire le contraddizioni interne al movimento stesso.

Foto al centroL’unico “leader” ad avere accettato di buon grado la visita e la proposta di collaborazione di Di Maio e Di Battista è Christophe Chalençon, noto per la sua islamofobia espressa più o meno quotidianamente sui social, per avere invocato la guerra civile e per avere auspicato l’avvento di un golpe e di una dittatura militare in Francia. Gli altri, in particolare Ingrid Levavasseur (capolista di RIC, la lista nata dalla protesta e pronta a correre alle europee), si sono subito dissociati da Chalençon. Ricordiamo inoltre che un mese fa, Eric Drouet (altro esponente di punta dei gilet gialli) ha rifiutato in modo categorico l’offerta di Di Maio di usare la piattaforma Rousseau per facilitare la deliberazione in rete delle proposte del movimento.

Come se non bastasse, tre giorni fa Di Maio ha pubblicato una lettera sul quotidiano francese Le Monde in cui ha spiegato le ragioni dell’incontro e ha ribadito l’amicizia con il popolo francese, rappresentante a suo dire di una «tradizione democratica millenaria»: un’affermazione che nessuno storico è ancora riuscito a giustificare.

La risoluzione della crisi diplomatica sembra dunque dipendere dalla strategia elettorale dei 5 stelle in vista delle europee e, almeno fino a ora, non sembra che lo scontro con Macron abbia portato dei risultati positivi. È da un eventuale cambio di strategia che dipendono sia il futuro dei rapporti diplomatici con la Francia sia il futuro politico del movimento in Italia e in Europa.


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