Achille Lauro, che Dio lo benedica

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Cinque serate. Cinque quadri. Cinque momenti di arte e poesia con Achille Lauro in seguito sporcati, come sempre, dalle solite critiche da parte dei soliti personaggi, politici e non. Noi invece preferiamo “sporcarci di libertà”.


Nel momento in cui si parla di Sanremo o di Festival della canzone italiana, vien da sé un normale rimando a ciò che è classicità, tradizione. Esibizioni lineari, canzoni perlopiù orecchiabili, mise da palcoscenico sfoggiate con fierezza ma con un occhio alla quasi infinita e insidiosa scalinata, nemica di tacchi e strascichi. Una kermesse elegante, dal sapore quasi retrò. 

Tuttavia, il tanto atteso Festival di Sanremo, altro non è che un fenomeno culturale, specchio riflesso di una società in continua evoluzione e rivoluzione: la musica, difatti, è qui protagonista e come atavica forma d’arte che si rispetti narra e mostra, tra note e costumi, il cambiamento.

Cambiamento, una parola controversa se ben pensate. Molti lo cercano, altri invece lo demonizzano, visto come sovversione di una comfort zone o di un ordine costituito. Motivo per il quale, in sua presenza, è quasi scontata una faziosa divisione: da una parte c’è sempre chi ne è piacevolmente sorpreso, dall’altra chi punta il dito con fare (iper)critico al limite di immotivate offese.

Ricordando Sanremo 2020 e il caso Achille Lauro

Il Teatro Ariston è stato, alla 70esima edizione del Festival della canzone italiana, palcoscenico di questo cambiamento che nei fatti porta un nome e un cognome: Achille Lauro. Il cantante, in gara lo scorso anno con la canzone “Me ne frego”, decide di stupire attirando l’attenzione non tanto per la sua prestazione canora quanto per le sue performance, e basta. Difatti, la canzone – motivo per cui si gareggia a Sanremo – sembra venir “surclassata” dalla presentazione dei suoi alter ego, sempre diversi sera dopo sera.

Chi sarà oggi? Questa era la domanda consueta al momento dell’entrata in scena di Achille Lauro. A percorrere la famosa scalinata, quella prima sera di Sanremo 2020 è San Francesco, ripreso dalla rappresentazione iconografica di Giotto, avvolto da una cappa in velluto nero, ricamato a mano con paillettes oro.

Questo il simbolo di opulenza di cui Achille Lauro, una volta sul palco, si spoglierà, mostrando una tuta nude attillata in strass firmata Gucci. Un omaggio al Santo e al tema della rinuncia dei beni materiali a cui la famosa casa di moda ha aderito con entusiasmo nel pieno rispetto della religione, realizzando inoltre tutti i costumi che Achille Lauro ha sfoggiato durante l’intera kermesse. 

Poi è stato il turno di David Bowie, o per meglio dire del suo alter ego Ziggy Stardust, seguito dalla Marchesa Luisa Casati Stampa e il suo grosso cappello piumato. Infine, aveva terminato il suo viaggio stilistico nei panni di Elisabetta I Tudor con tanto di gorgiera.

L’abito non fa (quasi mai) il monaco

«Uno, nessuno, centomila»: il tema del doppio diventa fulcro nelle performance di Achille Lauro destando – diciamolo chiaramente – anche una certa sorpresa come se il suo aspetto, la sua musica e il suo passato fossero il biglietto da visita per un mondo in cui tutto doveva essere crudele, cattivo, rude. 

Più che mai Achille Lauro ha dimostrato, in barba a chi giudica il libro dalla copertina, che il passato non può definire chi sei ma che, soprattutto, l’abito non fa quasi mai il monaco. Anzi, proprio gli abiti ci hanno fatto conoscere l’eclettico cantante, sottolineandone una cultura non indifferente: riferimenti colti e cercati, voluti e magistralmente interpretati.

Si esibisce in nome della libertà, libero da ogni genere, da ogni etichetta, da ogni catalogazione o classificazione sessista. Il suo corpo grida, tra trucco, smalto, abiti sontuosi «questo sono io, che posso esser altro diverso da me: uomo, donna, niente». Il suo corpo, diventa opera d’arte mobile alla stregua di un performer che si mostra alla mercé di un pubblico, alle volte non tanto clemente e non pronto a far quel salto che lo porterebbe altrove, dove non esiste giudizio, dove si è liberi di essere.

Ma d’altro canto, l’intento è far musica in questo modo stupendo, rompere gli schemi dettati dalla tradizione dando vita a uno spettacolo, dove più forme d’arte trovano il loro punto di congiunzione ed esplicazione.

Sanremo 2021 e il viaggio nella musica nei “cinque quadri”

«Le mie benedizioni sono in realtà un invito a vivere la vita con il senso che ognuno desidera. Realizzare i propri sogni, nella totale libertà. È un viaggio che capirete davvero solo alla fine. Davanti a Dio siamo tutti uguali».

Nonostante le critiche di chi lo ha tacciato di blasfemia o di essere “una copia mal riuscita di Renato Zero” e David Bowie, Achille Lauro funziona perché non fa spettacolo: è lui lo spettacolo. Se da una parte vi è chi gli rema contro, dall’altro vi è chi lo sostiene e riconosce in lui un “portatore d’arte” intravedendo quella famosa ventata di cambiamento, motivo per il quale il Teatro Ariston lo ha visto protagonista per la 71esima edizione di Sanremo

Non come cantante in gara ma come ospite fisso, Achille Lauro si è ritenuto «graziato da Amadeus» per l’opportunità avuta e aveva promesso di stupire parlando di se stesso, sì, ma raccontando anche la storia di tutti noi aprendo la sua prima esibizione con una Lettera al mondo all’umanità trafitta. E aveva ragione. «Sono qui ferito dai tuoi errori, trafitto nei tuoi preconcetti. Aiutami, perché ne ho bisogno, come si ha bisogno dell’amore di una madre. Il puro bisogno di essere amati».

Il palcoscenico si trasforma in una galleria dove Achille Lauro, alla stregua di un mutaforma, ogni sera porta un quadro diverso illuminato dalla luce vibrante dei riflettori. Ed è magia, perché ci vuole questa per incantare: ci sono i colori e gli effetti speciali; ci sono i poetici monologhi e c’è la musica, che sembra quasi passare, ancora una volta, in secondo piano ma che è il coronamento perfetto di quel quadro perfetto, che non è altro che il cantante stesso che si fa Tableau Vivant.

Achille Lauro diventa artista e arte, riuscendo ad abbattere la “quarta parete”, quell’invisibile muro che separa il palco dal pubblico, la finzione dalla realtà: così ci coinvolge, ci emoziona, ci stupisce ma, altresì, fa discutere.

Uno straordinario viaggio di cinque serate

Ci ha accompagnato in un viaggio, durato cinque serate, attraverso i generi musicali che hanno fatto la storia: ne estrapola l’essenza, la fa divenire materia. Da astratto a concreto, il glam rock diventa un uomo dai capelli blu in armatura di paillettes, tacchi e collo di piume rosa dai cui occhi sgorgano lacrime di sangue, romanticamente sublimate tanto da divenire bellezza che sgomenta. 

«Sono un volto coperto dal trucco. La lacrima che lo rovina. Il velo di mistero sulla vita. Sono la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico. Sessualmente tutto. Genericamente niente».

Il rock and roll è Mina, leggera e sensuale con la sua lunga, lunghissima treccia rossa e il pesante ombretto sugli occhi, tributo alla foto a lei scattata da Mauro Balletti nel 1984.

«Carne che chiede carne. Uragano nei desideri sessuali, scossa nel perbenismo familiare, promessa di piacere. Il sacro vincolo del godimento. Godere è un obbligo».

Monica Guerritore ed Emma Marrone contribuiscono alla realizzazione del terzo quadro, dedicato al genere pop, il genere più incompreso, e a Penelope: il palco si trasforma in un luogo ameno classicheggiante ove si erge lui, Achille Lauro, statua argentea in carne e ossa che delicatamente si muove.

«Imprigionato in una storia scritta da qualcun altro. Una persona costruita sopra la tua persona. Divento banale, mi riducono ad un’idea.[…] Il pregiudizio è una prigione. Il giudizio è la condanna».

Prendendo spunto dal quadro romantico di Eugene Delacroix La Libertà che guida il popolo, la quarta sera Lauro scende le scale impersonando in tutto e per tutto la protagonista della tela a fianco del fidato Boss Doms per poi “stupire” con un lungo bacio sulla bocca e con un inaspettato duetto insieme a Fiorello, con in testa una tanto criticata corona di spine: è il momento del punk rock.

«Sono un bambino con la cresta, un uomo con le calze a rete, una donna che si lava del perbenismo e si sporca di libertà. Sono l’estetica del rifiuto, il rifiuto dell’appartenenza ad ogni ideologia».

L’ultima sera l’artista rende omaggio a Rodolfo Valentino: in completo rosa e camicia bianca renderà visibile il petto sanguinante, trafitto da rose rosse che simboleggiano gli insulti, le parole che lo hanno ferito come lame. Dopo ogni esibizione un monologo, una benedizione che altro non è che un invito a vivere la vita nella maniera che più ci è congeniale.

«Tutti insieme sulla stessa strada di stelle di fronte alle porte del Paradiso. Tutti con la stessa carne debole. La stessa rosa che ci trafigge il petto. Insieme, inginocchiati davanti al sipario della vita».

Tra benedizioni e critiche

Chi si è sentito travolto e lo ha definito “arte pura”, chi si è sentito offeso: tante le critiche in relazione principalmente alla prima e all’ultima esibizione, in cui vi erano evidenti richiami all’iconografia religiosa. 

L’uso di certi simboli (come il cuore sacro, la corona di spine) e la messa in scena di coreografie (come le lacrime di sangue che ricordano la Madonna di Civitavecchia o San Gennaro), e probabilmente il nome di Dio ripetuto invano durante i monologhi dell’artista, sono stati tacciati di blasfemia tanto da “scomodare” l’Associazione Nazionale degli Esorcisti che ha denunciato Sanremo di aver leso gravemente i fedeli di tutto il mondo. 

Inoltre, alcuni atteggiamenti sono stati tacciati come “amorali” da parte di alcuni politici come Pillon e Adinolfi, che hanno ribattezzato Sanremo «Gaypride 2021» dove a far da cornice non erano «arte e musica ma ammiccamenti LGBT». Ma, in fondo, sappiamo come il fastidio nasca da una discutibile quanto inaccettabile omofobia e, dato che non è necessaria l’accettazione di nessuno per vivere come si vuole, destiniamo il siparietto all’oblio che meriterebbe.

Sanremo come sempre divide e difficilmente, in sua rappresentanza, vi saranno canzoni “leggere” immuni alle critiche. Ma quando quella fetta di generazione passata, di cui ancora vi è qualche traccia, sparirà, lasciando la scena a una nuova generazione dalle nuove cifre stilistiche, che cosa succederà? L’arte sarà mai davvero libera? Che Dio benedica tutti gli artisti (futuri, soprattutto).


Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

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