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La Turchia mette sotto scacco l’Unione Europea

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La lunga ed estenuante guerra in Siria non fa che aumentare le condizioni di precarietà di milioni di civili siriani che pagano il prezzo dei giochi di potere di una guerra, il cui epilogo è ancora tutto in divenire. Colpevoli e carnefici di una conflitto che sembra non avere fine sono i governi di Damasco, Mosca e Ankara, protagonisti di un conflitto armato, i cui risvolti cambiano continuamente, mettendo in gioco anche nuovi attori.

Nella giornata di venerdì 28 febbraio, il governo turco ha dichiarato l’apertura dei confini verso l’Europa per 72 ore, per tutti i rifugiati siriani che vogliono lasciare il Paese in cerca di salvezza e rifugio. La decisione del Consiglio di Sicurezza straordinario presieduto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan sembra esser ben lontana da una scelta dettata da semplice spirito umanitario e benevolo nei confronti dei siriani. Questa improvvisa apertura di un canale umanitario, infatti, lascia spazio ad un’interpretazione univoca della strategia turca di coinvolgere l’Europa all’interno della questione. Il peso di questa scelta sta ricadendo sulla vicina Grecia che condivide con la Turchia un confine terrestre di 120 chilometri e il fiume Evros. Al confine nord-est con il territorio greco, infatti, si sono registrati 13 mila migranti provenienti dalla Siria. I numeri, però, non sono ancora del tutto certi e si teme che la situazione possa peggiorare.

La risposta della Grecia, ovviamente, non è tardata ad arrivare e il governo ha disposto la chiusura delle frontiere greche a tutti i migranti siriani provenienti dalla Turchia. La chiusura dei confini nazionali greci non è stata l’unica risposta: agenti di polizia in tenuta antisommossa, gas lacrimogeni ed esplosioni di granate sono stati i mezzi utilizzati dal governo per respingere a tutti i costi ogni uomo, donna e bambini siriani.

La Grecia, che ricordiamo essere già in una condizione di alta precarietà interna dovuta all’ingente numero di rifugiati, concentrati in particolare nella città di Lesbo e Moria, non riesce a gestire la situazione. Il sovraffollamento e le condizioni di vita instabili e inumane dei rifugiati nei campi profughi greci sono il risultato di scelte politiche europee che possono essere facilmente discutibili e criticabili. L’Unione Europea, sulla questione dei migranti in Grecia e in generale nel resto d’Europa, ha preferito voltarsi dall’altra parte. Ciò è evidente dall’accordo stabilito nel 2016 con la Turchia sulla gestione, nell’area al confine con la Grecia, dei flussi migratori di rifugiati provenienti dai Balcani e dalla Siria. L’accordo prevedeva il finanziamento da parte dell’Unione Europea di 6 miliardi di euro alla Turchia entro il 2019, al fine di gestire e limitare le ondate migratorie verso i territori europei. Tale compromesso, seppur con molte difficoltà e contraddizioni, era stato mantenuto. I recenti avvenimenti, tuttavia, hanno messo in discussione la questione.

Il presidente turco, infatti, accusa da tempo l’Unione Europea di essersi tirata fuori dal conflitto in Siria e di non aver fornito il necessario supporto politico-militare. La scelta, dunque, di aprire improvvisamente un canale umanitario per i siriani verso l’Europa, ridicolmente camuffata da grande slancio umanitario nei confronti del martoriato popolo, altro non è che una mossa strategica per mettere sotto scacco l’Unione Europea. A pagare le conseguenze di questo gioco di potere sono i profughi siriani che, attraversando il confine greco sia via mare sia via terra, sono respinti e attaccati dalle autorità locali.

Gli avvenimenti più recenti hanno mostrato come alcuni rifugiati siriani che cercavano di raggiungere via mare la Grecia, attraverso un gommone, venivano colpiti con bastoni e allontanati dalla guardia costiera locale. Questa è solo una delle tante traversate che stanno avendo luogo a largo delle coste greche, dove qualche giorno fa un bambino siriano ha perso la vita, annegando, nel tentativo di sbarco a Lesbo.

L’attraversamento delle frontiere greche via terra, a Kastanies, invece, è stato segnato dall’uso indiscriminato di gas lacrimogeni contro intere famiglie siriane che cercavano di varcare il confine territoriale nella speranza di trovare rifugio e salvezza dalla guerra. I gas lacrimogeni hanno allontanato immediatamente i siriani dalla zona, causando irritazioni agli occhi e alle vie respiratorie a tutte le persone colpite. Attualmente, i rifugiati siriani al confine greco vivono in una sorta di limbo e non si sa ancora quale sarà il loro destino.

In questa precaria situazione, equamente colpevoli sono Turchia e Grecia: da una parte, la Turchia che sfrutta, chiaramente, la crisi umanitaria siriana per raggiungere i propri obiettivi strategico-politici; dall’altra, la Grecia che sta violando apertamente il diritto internazionale e i diritti umani. La decisione, in seguito alla riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale della Grecia, di sospendere le richieste di asilo è una misura disumana e inaccettabile. Il respingimento dei rifugiati, infatti, viola il principio di non-refoulement, sancito nell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sul diritto del Rifugiato del 1951, che la Grecia ha ratificato e a cui è vincolata.

Quello che sta accadendo alle porte del territorio europeo è un disastro umanitario vero e proprio e Eve Geddie, direttore dell’ufficio europeo delle istituzioni di Amnesty International, si è espressa al riguardo: «Le misure imprudenti adottate dalle autorità greche sono una palese violazione del diritto internazionale e dell’UE che metterà a rischio la vita. Le persone richiedenti asilo sono ancora una volta utilizzate come merce di scambio in un gioco politico insensibile». La realtà che si prospetta ai nostri occhi è cruda: una sfida vile e meschina viene giocata sulla pelle dei siriani per determinare chi è il più forte, mentre parallelamente, la partita sui diritti umani e sul rispetto della vita come diritto inalienabile è già stata persa.


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Federica Gargano

Completati gli studi di International Relations, scrivo sui diritti umani e sulle violazioni di questi nel mondo, perché “un diritto violato in un punto della terra è avvertito in tutti i punti” (Kant).

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