Schiavi in Libia. Quando la morte in mare è il minore dei mali

“La nostra preoccupazione non è morire in acqua, ma tornare nella prigione dove continueremmo a essere oppressi e torturati dalle guardie”, queste le parole di uno delle migliaia di migranti ridotti a schiavi in Libia.


Oggi ci sono più schiavi nel mondo che in qualsiasi altro momento nella storia dell’uomo. Li pensavamo relegati tra le pagine dei libri, gli uomini e le donne ridotti in schiavitù, invece  sono oltre 50 milioni le persone coinvolte.

Ciò di cui parliamo si definisce “schiavitù moderna” e coinvolge tutto il mondo, con un 52% del lavoro forzato e il 25% dei matrimoni forzati che si concentrano in Paesi a reddito medio-alto e alto. Dove non immaginavamo di dovercene preoccupare, dove l’uomo crede di essere libero, ma in realtà non conosce abbastanza della sua stessa realtà.

Conosciamo la violenza, l’abuso, conosciamo tutto il peggio dell’umanità, eppure la schiavitù sembra qualcosa di troppo lontano da noi. Sembra impossibile che, a pochi passi dalle nostre case, altri esseri umani possano essere comprati e venduti, che possano non essere più padroni di loro stessi, diventare proprietà qualcun altro.

Questa è stata la realtà per oltre 200 mila persone che, tra il 2017 e il 2021, sono partite da diversi Paesi del continente africano alla ricerca di un futuro migliore, ma sono rimaste impigliate in una rete miliardaria di trafficanti di schiavi il Libia. Questa è la realtà per ancora tantissime persone che da quella prigione non sono riuscite a fuggire.

Un rapporto delle Nazioni Unite, reso pubblico lo scorso marzo e frutto di un lavoro iniziato nel 2016, ha denunciato una spaventosa quantità di crimini contro l’umanità commessi in Libia dalle forze di sicurezza statali e non nei confronti sia di cittadini libici che di migranti. 

Omicidi, stupri, sparizioni forzate fino alla riduzione in schiavitù di un numero indefinito di civili, la maggior parte dei quali non ha mai denunciato le violenze subite per paura di rappresaglie. 

Il rapporto ONU è frutto di interviste fatte ai migranti che, essendo obbligati ad attraversare la Libia per trovare il passaggio verso l’Europa, sono stati sistematicamente torturati.

Ognuno degli intervistati ha raccontato di aver subito violenza sia all’arrivo in Libia che nei centri di detenzione, ufficiali e non, tra cui Bani Walid e Sabratah, dai quali arrivano numerose testimonianze di schiavitù sessuale.

Altre notizie di schiavitù vengono riportate dal lavoro di Mirjam van Reisen professoressa di Relazioni Internazionali all’Università di Tilburg (Olanda), con la quale hanno collaborato Munyaradzi Mawere dell’Università sudafricana di Unisa, e le due ricercatrici Klara Smits e Morgane Wirtzè. 

«La nostra ricerca stima che tra il 2017 e il 2021, anni presi in esame, oltre 200 mila eritrei, etiopi e somali siano stati portati in Libia sulla rotta che parte dal Corno d’Africa e ridotti in schiavitù. 

Ma potrebbero essere molti di più. Non è possibile sapere invece quanti tra uomini, donne e bambini siano morti nei centri di detenzione o lungo la rotta orientale africana, ma certamente molte persone hanno perso la vita», afferma la professoressa van Reisen in un’intervista all’Avvenire

Il lavoro “Enslaved” racconta di metodi e caratteristiche del traffico di esseri umani che colpisce i migranti che partono dal Corno d’Africa per dirigersi verso l’Europa. 

Un traffico disumano che fa muovere milioni di dollari:  «Facendo stime prudenziali, in base ai pagamenti effettuati ai trafficanti per le varie tappe sulla rotta del Corno d’Africa e poi all’imbarco in Libia, ogni persona paga circa 10 mila dollari. Ma l’attività di Frontex e i respingimenti della guardia costiera libica hanno fatto lievitare i prezzi. Probabilmente il totale ammonta a un miliardo di dollari», spiega Reisen.

In che modo queste attività sono collegate alla nostra realtà? Le parole di denuncia arrivano direttamente dal rapporto della missione indipendente Onu per la Libia, che evidenziano come, seppur indirettamente, l’Unione Europea, così come i suoi stati membri, abbiano facilitato la perpetrazione di alcuni di questi crimini. Esempi ne sono il supporto monetario, tecnico, di attrezzature e imbarcazioni alla Guardia Costiera Libica, utilizzati nella detenzione dei migranti.

Inutile sottolineare che l’Europa non è l’aguzzino in questa situazione disumana, eppure la storia più volte ci ha insegnato che se non sei contro il male allora sei complice. 

I numeri relativi alla schiavitù moderna sono di gran lunga superiori a quelli raccontati dalla storia dei migranti in Libia, ma non possono essere ignorati né tanto meno coadiuvati da aiuti superficiali ed egoisti, come quelli che mirano al contenimento della migrazione ad ogni costo.

«La nostra preoccupazione non è morire in acqua, ma tornare nella prigione dove continueremmo a essere oppressi e torturati dalle guardie», racconta una sola persona su centinaia di migliaia che passano attraverso quei campi. 

A poche centinaia di chilometri dal sogno europeo esistono luoghi in cui l’umanità perde se stessa per denaro. In cui uomini e donne vengono privati della dignità e diventano schiavi, tenuti in vita dalla sola speranza di un futuro oltre il mare.

Esiste un punto in cui si arriva a pensare che morire inghiottiti dalle onde del Mediterraneo non sia poi così spaventoso. Il punto cui l’umanità cessa di esistere e la morte diventa un rimedio alla vita. Questo punto, geograficamente, si chiama Libia, e tra il 2017 e il 2022 l’Unione Europea ha stanziato oltre 57 milioni di euro per sostenerne le attività.

Non è abbastanza per sentirci colpevoli?


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Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.