Iran, rapper si schierano contro il regime dell’oppressione

Il mondo si raccoglie intorno alla tragica notizia della condanna a morte in Iran del rapper Saman Yasin, che ha appoggiato le proteste contro la morte di Mahsa Amini.


Il mondo si sta raccogliendo intorno alla tragica notizia della confermata condanna a morte del rapper Saman Yasin, che ha appoggiato le proteste nei confronti di quanto accaduto qualche mese fa a Mahsa Amini, 22 anni, morta misteriosamente il 16 settembre 2022 dopo essere stata arrestata dalle autorità del regime iraniano per non aver indossato correttamente il velo.

Le manifestazioni contro il regime 

Il 26 ottobre 2022, esattamente dopo 40 giorni di lutto (tradizionalmente celebrato in Iran), una folla di oltre 100 mila persone si è radunata intorno alla tomba della giovane, al cimitero Aichin di Saqqez, per esprimere vicinanza e dolore per la sua dipartita. 

Questo avvenimento, non isolato per altro, ha sollevato, oltre alle diverse proteste in Iran, anche  manifestazioni a livello mondiale. Più di 150 città in tutto il mondo hanno manifestato il loro dolore per la morte della ragazza esprimendo, spesso attraverso l’arte, il loro dissenso contro il governo iraniano e con azioni simboliche come il taglio di ciocche di capelli.

Iconica la street art di protesta dell’attivista e creative artist AleXsandro Palombo, che ha realizzato davanti al consolato dell’Iran a Milano un murale con Marge Simpson che si taglia i capelli. Il pezzo, poi rimosso, voleva celebrare Mahsa Amini e il coraggio delle donne iraniane.

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L’Hip Hop in Iran, le reazioni

Non sono mancate le reazioni del mondo Hip Hop. Si è immediatamente fatto sentire, dal Canada, l’artista Dillin Hoox che ha pubblicato a fine settembre il brano-tributo dal nome Mahsa Amini. Il rapper curdo nato in Iran è scappato dal regime da bambino con la sua famiglia e da sempre ama trattare nei suoi brani temi di natura sociale e legati ai diritti umani.

Il pezzo, in supporto a quanto accaduto e in pieno stile antagonista nei confronti degli ayatollah (i dottori di scienze religiose e giuridiche che esercitano un profondo e forte ruolo politico all’interno dell’Iran), ha riscosso un discreto successo sulle piattaforme digitali.

Meno fortunati i colleghi in Iran che – come il rapper Toomaj Salehi, già arrestato nel 2021 per la propaganda contro il regime – si sono schierati a discapito della loro libertà. Da sempre attento alle tematiche anti-repressione, il rapper iraniano ha pubblicato, proprio a fine ottobre, il singolo Faal in cui appaiono le liriche:

 «Someone’s crime was that her hair was flowing in the wind. Someone’s crime was that he or she was brave and were outspoken» (Il crimine di qualcuno era che i suoi capelli scorrevano al vento. Il crimine di qualcuno era che lui o lei era coraggiosa e schietta).

Queste rime gli sono costate caro, tanto da essere arrestato poco dopo dalle forze dell’ordine. 

Dopo l’arresto è apparso bendato in un breve video diffuso dall’agenzia di stampa sostenuta dallo Stato, il Young Journalists Club (YJC). In questo video, chiaramente sotto tortura, Salehi si pente di alcune affermazioni fatte sui social media. Confessioni rubate e divulgate con scopi politici, che però non hanno portato al rilascio dell’artista. 

La condanna a morte di Saman Yasin

Come gli altri suoi colleghi, Saman Yasin ha attivamente preso una posizione contro il regime e a sostegno delle manifestazioni. Dopo essere intervenuto a favore dei cortei, il rapper curdo è stato arrestato a inizio ottobre in casa sua ed è stato condannato a morte pochi giorni fa con l’accusa di aver scatenato “una guerra contro Dio”.

Secondo il Codice penale iraniano qualunque atto di “ribellione”, incluso il supporto di tutto ciò che «causa gravi disordini nell’ordine pubblico dello Stato e insicurezza», è considerato reato e chi è ritenuto colpevole viene considerato «corrotto in terra» e deve essere condannato alla pena capitale.

Secondo l’Hengaw Organization for Human Rights, un’organizzazione curda per i diritti umani, il rapper, che nei suoi testi parla spesso di disuguaglianza e oppressione, avrebbe subito torture fisiche e psicologiche in attesa del processo. Del caso Saman Yasin si è interessato anche l’ONU, che ha lanciato un appello per salvarlo dalla condanna di morte chiedendo un’azione internazionale.

Perché non si può fare rap in Iran? 

A inizio novembre, l’ambasciatore iraniano Amir Saeid Jalil aveva invitato l’ONU a non intromettersi in questioni interne, ribadendo che l’Iran incoraggia i diritti umani, appoggia la libertà di espressione e la libertà di riunirsi pacificamente.

Secondo queste premesse, nonostante molti rapper siano contrari al regime iraniano, avrebbero comunque garantito il loro diritto di pubblicare pezzi politici schierati e di esprimere le loro opinioni tramite i loro social network. 

Eppure, sempre a inizio novembre, contemporaneamente alla sentenza di morte per Saman Yasin, oltre 227 legislatori iraniani hanno esortato la magistratura ad applicare pene esemplari per tutti gli autori di crimini e per i rivoltosi, comprendendo fra questi tutti gli artisti e i rapper che, in qualche modo, con la loro musica fanno propaganda contro il governo Iraniano.

Questo, oltre a  preoccupare la comunità internazionale, che teme un’ondata di esecuzioni ed ergastoli, deve far riflettere sulle parole di Amir Saeid Jalil sulla libertà di espressione.

Secondo l’ONU, si stima che almeno 14 mila persone, tra cui anche bambini, siano state arrestate e messe in carcere dal regime dall’inizio delle proteste. Non si parla solo di manifestanti, ma anche di artisti come Yasin e Salehi, blogger, giornalisti e persone comuni che in qualche modo hanno, anche attraverso i social, manifestato il loro malcontento per la dittatura iraniana tramite l’arte.

Considerando le parole di Amir Saeid Jalil viene difficile pensare che il rap, da sempre schierato contro le ingiustizie, contro la politica, contro i soprusi, possa trovare spazio in un Paese come l’Iran e rientrare nei parametri di libertà di espressione approvati da questo Stato.

In Iran, in effetti, ci si può ritrovare pacificamente ed esprimersi solo se si appoggia il regime dell’oppressione e – mentre lo si fa – ci si inchina alla dittatura, stando attenti a non far uscire un ciuffo di capelli dal velo.


Articolo di Selene Grandi

Immagine in copertina di Instagram @samanyasinorg

Redazione

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