Miriam Makeba, una voce contro l’apartheid

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La cantante sudafricana Miriam Makeba è uno dei simboli della lotta contro le discriminazioni dei neri. Nei suoi canti si legge il riscatto degli oppressi.


Nel Black History Month non potevamo non raccontare la storia di una delle voci soul del Sudafrica che, insieme ad altri, rivendicò i diritti dei popoli africani. Nata da una famiglia povera appartenente al popolo degli xhosa, nel quartiere ghetto vicino a Johannesburg, Miriam Makeba cresce tra le ingiustizie e le oppressioni in uno dei periodi più bui della storia del Sudafrica: l’apartheid, la politica segregazionista che nel 1948 fu applicata ai neri dal governo di estrema destra nazionalista in Sudafrica, con la quale la popolazione autoctona perse i propri diritti civili. 

Orfana di padre dall’età di cinque anni, Miriam infatti è costretta a lavorare nelle case dei ricchi bianchi, per poter contribuire alle spese familiari. Scopre la passione per il canto grazie al coinvolgimento nel coro parrocchiale, un luogo che la fa sentire protetta dalle ingiustizie che sin da piccola è costretta a subire. È proprio lì che Miriam impara a fare del canto lo strumento con cui portare avanti le sue lotte contro il white power, con cui poteva raccontare le sofferenze inflitte al suo popolo per via prima della colonizzazione e poi delle leggi razziali, stabilite nei confronti di chi veniva trattato alla stregua di un animale. «I bianchi non vogliono trattarci come esseri umani perché è più facile tenerci sotto controllo se pensano che siamo come degli animali», si legge all’interno del suo libro autobiografico pubblicato nel 1989.

Dopo il parto del suo primo figlio, all’età di diciassette anni, suo cugino la invita a esibirsi nella band chiamata Cuban Brothers, la prima importante occasione che le consentirà di percorrere l’ascesa verso il successo, inizialmente ottenuto in Sudafrica. Il soul, il jazz, lo swing e il gospel saranno i generi che caratterizzano la sua musica. Le prime sterline guadagnate, attraverso le sue esibizioni nei quartieri più malfamati, le consentono di incidere il suo primo album Lakutshuna Ilangu da un canto xhosa, venduto anche negli Stati Uniti in lingua inglese. 

Negli anni ’50 è invece solista del gruppo composto da sole donne The Skylarks, grazie al quale riuscirà a partecipare a importanti festival canori e programmi di varietà nazionali. Sarà infatti scelta durante l’African Jazz Variety dal regista americano Lionel Rogosin per partecipare al documentario Come back Africa, un’importante testimonianza sulla vita dei neri in Sudafrica, rimasta però censurata per molto tempo. Solo nel 1960 il docufilm viene accettato al Festival del cinema di Venezia, anno in cui Miriam rischia di perdere la vita a causa della sua gravidanza extra uterina. Trasferita all’ospedale dei neri a chilometri di distanza anziché all’ospedale più vicino, subisce un aborto spontaneo. Nonostante questo spiacevole evento, Miriam trova la forza di recarsi a Venezia per rappresentare il suo Paese, riuscendo a ottenere il premio della critica. 

Da questo momento il successo per l’anima soul del Sudafrica è assicurato anche negli Stati Uniti, dove si trasferirà a vivere, poiché le viene consentito di esibirsi in club e show televisivi di nota importanza. Le proporranno contratti con la William Morris Agency e trattative con la Rca per l’incisione del suo quarto album, che intitola Miriam Makeba. Le testate giornaliste del New York Times e il Newsweek la descrivono come il talento più travolgente apparso sulla scena musicale negli ultimi tempi. 

Vivere negli Stati Uniti, però, non è tanto diverso dal vivere in Sudafrica: se a Pretoria i neri vengono confinati in townships, i neri nello Stato della Georgia non vengono trattati diversamente, poiché allo stesso modo confinati in ghetti. Negli Stati Uniti, infatti, la legittimità della segregazione dei neri risale alla sentenza del 1896 della Corte Suprema degli Stati Uniti, al caso Plessy contro Ferguson, con la quale la Corte riconobbe allo Stato della Louisiana uno statuto per le compagnie ferroviarie che prevedesse vagoni separati per bianchi e per neri. Una sentenza storica che permise l’estensione e il riconoscimento della segregazione razziale in tutti gli Stati Uniti. Miriam Makeba comincia a essere considerata in modo particolare una minaccia a partire da quando entrerà a far parte della militanza nera Black Panther Party for Self Defense. Questa decisione le costerà la sua carriera, mettendo a rischio la sua stessa vita, solo per il fatto di essere considerata una “rivoluzionaria”. 

Una data molto importante e carica di responsabilità per la cantante del cuore nero dell’Africa sarà il 6 novembre 1962, quando la Commissione speciale per i problemi dell’apartheid presso le Nazioni Unite decide di convocarla per testimoniare contro l’apartheid. Una data emblematica, d’altro canto, per tutti i neri vittime da secoli dell’egemonia dell’uomo bianco, ricco e prevaricatore. «Rivolgo un appello alle Nazioni Unite, affinché usino la loro influenza per aprire le porte di tutte le prigioni e di tutti i campi di concentramento che ci sono in Sudafrica, nei quali migliaia di uomini, donne, bambini sono attualmente detenuti» dichiarerà davanti agli undici membri della Commissione. 

Grazie alla risoluzione ufficiale delle Nazioni Unite, alla quale Miriam partecipa come testimone, verranno ufficialmente condannate le politiche razziste dell’apartheid da parte del governo sudafricano. L’impegno nei confronti del suo Paese non termina qui. Nel 1966 pubblicherà il brano Khawuleza, per il quale riceverà il Grammy per il miglior brano folk, all’interno del quale denuncia esplicitamente le violenze commesse dalle autorità poliziesche del governo verso i neri proprio nelle aree in cui sono emarginati. 

Il governo sudafricano, in sua difesa, deciderà dunque di condannare all’esilio Miriam, poiché ritenuta una criminale e pertanto, considerata anche la sua voce pericolosa per la stabilità governativa, verranno banditi tutti i suoi dischi. Dopo la condanna, e soprattutto a causa della difficile sopravvivenza negli Usa, decide di rifugiarsi in Guinea insieme al marito attivista Stokely Carmichae. Mama Africa, l’appellativo datogli dai suoi connazionali che la sostengono seppure a chilometri di distanza, farà ritorno alla sua terra solamente trent’anni dopo. Nelson Mandela, liberato dopo 27 anni di prigionia, metterà fine alle leggi razziali in Sudafrica nel 1990 e, nel ruolo di Presidente della Repubblica, la inviterà solennemente a rimpatriare nel 1994. 

La cantante Sudafricana, diventata celebre grazie al suo attivismo politico per i diritti civili dei neri grazie al suo canto rivoluzionario, decide di portare in giro per il mondo la sua musica in tour a partire dal 2005. È per questo che nel 2008 la vita la porta anche in Italia, a Castel Volturno, in provincia di Napoli, a esibirsi in un concerto organizzato per commemorare la morte di sei migranti provenienti dal Ghana, Costa d’Avorio e dalla Repubblica del Togo, uccisi per mano della Camorra.

Ma dopo il concerto, un malore improvviso le toglie la vita. Miriam Makeba muore per arresto cardiaco il 9 novembre del 2008, avvolta dal calore di un pubblico che conosceva bene cosa fosse il razzismo e la lotta contro gli oppressori, e per questo l’amava. Miriam Makeba viene ricordata ancora oggi perché in grado di trasformare le battaglie dei neri in un canto dedicato ai popoli a lei cari, martoriati da anni di ingiustizie, e per questo da liberare con la forza della sua voce.


Immagine di copertina di Anefo – Miriam Makeba | Nationaal Archief

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