UE-Turchia, una relazione destinata a rimanere sul piano intergovernativo?

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L’ammissione della Turchia all’UE sembra essere sempre più utopica per via delle persistenti violazioni dei diritti umani che mettono a rischio il dialogo con l’Europa.


La Turchia riveste da sempre un’importanza fondamentale nel contesto europeo. Sin dalle sue origini, il progetto comunitario si era proposto di creare un modello economico e politico antagonista a quello sovietico e, in questo contesto, la posizione geografica della Turchia ha assunto una rilevanza strategica. 

Nella contrapposizione tra le due sfere di influenza, che ha caratterizzato tutto il periodo della Guerra Fredda, la Turchia ha scelto di schierarsi a fianco dell’Europa occidentale, proponendo, già nel luglio del 1959, di stipulare un accordo di associazione con la CEE. Tale accordo era destinato a collocarsi nell’ambito di una consolidata partecipazione della Turchia alle organizzazioni internazionali: essa, infatti, è stata tra i Paesi fondatori delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell’OECE, per poi essere ammessa, nel 1952, all’interno della NATO.

Le relazioni amichevoli che legavano la Turchia ad alcuni dei Paesi fondatori della CEE, tra cui l’Italia e la Germania, hanno incentivato ancor di più un avvicinamento del Paese alla Comunità. La presenza, però, di un differente sistema economico, che contrapponeva la produzione turca, ancorata ad una struttura ancora prevalentemente agricola, a quella europea, tendente ad un sistema di libera concorrenza, ha suscitato la reticenza di alcuni Stati membri che, sin da questa fase, hanno manifestato la loro opposizione ad una piena adesione della Turchia alla CEE. 

La negoziazione si è conclusa nel settembre del 1963, con la stipula dell’Accordo di Ankara, volto alla progressiva formazione di un’unione doganale: già in tale contesto è emerso chiaramente come lo scopo finale di tale accordo fosse rappresentato dall’adesione della Turchia alla Comunità. Le relazioni tra Turchia e CEE sono state successivamente rilanciate nel 1970, attraverso la stipula del Protocollo aggiuntivo all’Accordo di Ankara, che ha delineato dettagliatamente le modalità attraverso cui applicare in concreto l’unione doganale, specificando le scadenze entro le quali abolire i dazi imposti alle merci oggetto di scambio tra la Comunità e la Turchia. Il progetto di unione doganale ha condotto la Turchia a ristrutturare il suo sistema economico, riducendo le restrizioni poste alle imprese e tentando di avviare un regime di libera concorrenza. Tale processo di trasformazione aveva il chiaro intento di creare le condizioni per la futura ammissione alla Comunità. 

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, tuttavia, il processo di adesione ha subito un rallentamento, che deve essere attribuito sia al complesso rapporto intercorrente tra la Turchia e Cipro, sia alla forte instabilità politica del Paese, in seguito al golpe avvenuto nel settembre del 1980. In riferimento al colpo di stato, la presa di potere del generale Kenan Evren ha comportato una notevole regressione per la stabilità democratica delle Istituzioni politiche del Paese: l’introduzione di una nuova Costituzione, che ha concentrato il potere nelle mani del Presidente e abolito il Senato, nonché l’instaurazione del Consiglio Nazionale di Sicurezza, hanno determinato la formazione di un sistema autoritario, fondato su un unico partito nazionale.

Il Parlamento europeo, nel 1980, ha approvato una Risoluzione sulla situazione in Turchia, in cui ha espresso la necessità di ristabilire la democrazia all’interno del Paese; una seconda Risoluzione, nel 1982, in cui ha condannato il processo di accentramento del potere che ha caratterizzato la Turchia in quel periodo; e un’ulteriore Risoluzione è stata approvata nel 1984, specificatamente dedicata alla necessità di tutelare i diritti umani nel Paese. In questo periodo, dunque, cominciano anche ad emergere le divergenze sul piano politico e valoriale, che sin da allora hanno contrapposto la Turchia alla Comunità. 

Si deve aggiungere che, pochi anni prima, si era acuita la situazione cipriota, che ha condotto, nel luglio del 1974, ad un colpo di stato ad opera dei greci ciprioti, al quale è seguita un’immediata invasione da parte dell’esercito di Ankara, a tutela dei turchi ciprioti. Durante questo periodo, l’esercito turco ha militarmente occupato circa un terzo del territorio dell’isola, ancora oggi divisa da quello che è stato definito “l’ultimo muro d’Europa”, che separa, per l’appunto, la Repubblica di Cipro, riconosciuta dalla comunità internazionale e membro dell’Unione dal 2004, dalla Repubblica turca di Cipro del Nord, formalmente riconosciuta solo dalla Turchia. Dal 1986, si è assistito alla progressiva rinascita, in Turchia, di un sistema democratico, caratterizzato dal rafforzamento di una forma di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e da una graduale nuova espansione della sfera dei diritti e libertà, ristretta a seguito del golpe: questo mutamento ha condotto il Consiglio di Associazione CEE-Turchia a riavviare un processo di avvicinamento.

Nel tentativo di ricongiungersi alla CEE, nell’aprile del 1987, la Turchia ha formalmente presentato la sua richiesta di adesione alla Comunità mentre, parallelamente, il Consiglio ha portato avanti il processo di integrazione con Spagna, Portogallo – membri effettivi da un anno – e con la Grecia. La negoziazione con la Turchia si è conclusa, nel marzo del 1995, con la stipula dell’Accordo di Associazione Unione Europea-Turchia, seguita dalla Decisione n. 1/95 del Consiglio di Associazione CE-Turchia, relativa all’attuazione della fase finale dell’unione doganale. 

La prima dichiarazione formale inerente alla possibilità di avviare una negoziazione con la Turchia, in vista dell’ammissione all’Unione Europea, è da attribuire al Consiglio europeo di Lussemburgo del 1997 che tuttavia, nelle sue Conclusioni, se al punto 31 ha dichiarato «l’ammissibilità della Turchia all’adesione all’Unione Europea», al punto 27 delle stesse Conclusioni ha deciso di non includerla tra i Paesi con cui avviare i negoziati di adesione. Nel settembre del 1999, il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione sulle relazioni UE-Turchia, all’interno della quale ha evidenziato i progressi fatti dalla Turchia per potenziare il rispetto dei criteri politici e ha ribadito che la possibilità di adesione di tale Paese all’UE «rappresenta un contributo importante al futuro sviluppo dell’Unione Europea, nonché alla pace e alla sicurezza in Europa». 

Alle questioni relative alle divergenze politiche, che avevano comunque frenato i negoziati di adesione, si è affiancata, inoltre, l’ostilità di alcuni Stati membri: la Francia, ad esempio, a seguito dell’ammissione di Bulgaria e Romania, ha approvato un emendamento che ha sottoposto a referendum la ratifica di ogni Trattato di adesione; i Paesi Bassi, invece, hanno approvato un emendamento che ha richiesto la maggioranza qualificata in Parlamento – rispetto alla maggioranza semplice prevista in passato – per l’approvazione dei Trattati di adesione; la Germania, invece, ha mostrato una certa diffidenza per il peso politico che avrebbe potuto rivestire la Turchia nell’UE, ponendo la questione principalmente sul piano del rispetto dell’equilibrio istituzionale; l’Austria, parallelamente, ha continuato a proporre una forma di cooperazione con la Turchia che non comportasse una piena adesione, quanto piuttosto l’acquisizione di una partnership “privilegiata”. 

Le prime elezioni a suffragio universale diretto del Presidente della Repubblica, nel 2014, hanno sancito la vittoria di Erdogan, già Primo Ministro dal 2003. Sotto la Presidenza di Erdoğan, si è assistito ad un progressivo processo di trasformazione dello Stato. Il 15 luglio 2016, la Turchia ha subito un tentato colpo di stato, attribuito al movimento Gülen. In seguito a questo evento, il 20 luglio 2016, la Turchia ha dichiarato lo stato di emergenza e ha notificato al Consiglio d’Europa un avviso di deroga all’obbligo di garantire alcuni diritti fondamentali sanciti all’interno della CEDU, in conformità con la previsione di cui all’art. 15 della stessa Convenzione. 

In questo clima, nell’aprile 2017, si è svolto un referendum nel territorio turco, a seguito del quale sono stati apportati alcuni emendamenti alla Costituzione, allo scopo di introdurre un sistema presidenziale nell’ambito di un processo che vedeva già un graduale accentramento di potere in capo al Presidente Erdoğan. In seguito al progressivo restringimento dei diritti e delle libertà fondamentali, nel 2018, il Parlamento europeo ha invitato gli Stati membri a porre fine, definitivamente e senza indugio, ai negoziati per l’adesione della Turchia all’UE.

Il progetto di ammissione della Turchia nell’Unione Europea sembra essere, oggi, sempre più utopico. Le reiterate e persistenti violazioni dei diritti umani mettono a rischio lo stesso dialogo con la Turchia. Eppure, l’UE costituisce il più grande mercato per le esportazioni della Turchia (42,4% nel 2019), mentre la Turchia è il quinto partner commerciale dell’Unione per importazioni ed esportazioni. Se a questo si aggiungono altri interessi in gioco, come il rinnovato intento della Turchia di sfruttare i giacimenti nel Mediterraneo, il ruolo strategico per il transito dei flussi energetici provenienti dalla Russia e, non da ultimo, l’accordo sul contenimento del flussi migratori stipulato nel 2016, appare evidente come sia necessario mantenere un dialogo con lo Stato di Erdoğan. Troppa, forse, “la carne al fuoco”, per condannare con fermezza le violazioni della democrazia, dei diritti umani e dei principi del diritto internazionale che si imputano al nostro vicino orientale?


Adriana Brusca

Laureata in Giurisprudenza, vorrei intraprendere la carriera diplomatica, al fine di contribuire all’instaurazione di un sistema di relazioni internazionali improntato sulla collaborazione pacifica tra Stati.

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