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Covid-19 e la quarantena degli ultimi

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Sono giorni bui ai quali pare ci si debba ormai abituare, i giorni della quarantena. Chi aveva mai provato sulla propria pelle gli effetti della quarantena? Quanti di noi avevano considerato, prima d’ora, quanto difficile potesse essere vedere ridotta al minimo la propria libertà di movimento senza aver di fatto commesso alcun reato per meritarlo? Da diversi giorni, chi prima e chi dopo nel mondo, stiamo sperimentando la stessa condizione di reclusione tra le mura domestiche per affrontare il medesimo nemico invisibile, il coronavirus.

Al di là delle privazioni che questa condizione porta con sé, molti di noi possono comunque considerarsi fortunati. Attraversiamo un’epoca che facilita la comunicazione a distanza e nessuno, o quasi, può dirsi veramente solo, basta una videochiamata a rincuorarci un po’ e un giro sui social per connetterci col mondo.

“Restiamo a casa” è lo slogan diventato hashtag del momento. Siamo pronti a ricordare continuamente quanto siamo fortunati rispetto a un obbligo tanto confortevole. “Ai nostri nonni fu chiesto di andare in guerra come sacrificio” oppure “Anna Frank trascorse 25 mesi da sola senza alcun agio a differenza nostra”, sono alcune delle frasi che circolano sui social contro chi continua a lamentarsi del divieto di lasciare la propria casa. Ma davvero la quarantena, così come altri effetti del coronavirus, è uguale per tutti? Davvero questo tipo di sacrificio rimanda alla riscoperta di noi stessi, della comodità dello smart working, della lettura o della cucina o, ancora, del dolce far nulla? E se è così, lo è per tutti o solo per i più fortunati?

Non tutti traiamo benefici da questa permanenza forzata a casa e non per tutti la casa è il posto più sicuro, fermo restando che una casa bisogna anche avercela per potersi sentire al sicuro al suo interno. Per renderci conto della difficoltà che molti stanno attraversando, basti pensare a chi una casa non ce l’ha, a chi invece deve condividerla con il proprio aguzzino o a chi una “casa” la abita con troppe persone, senza le giuste condizioni igienico-sanitarie. Chi un tetto non ce l’ha si è visto chiudere i dormitori e le mense, si ritrova sempre più solo tra le strade deserte della città che lo ospita e all’oscuro della piega che la situazione prende giorno dopo giorno. E, laddove i centri resistono, non è certo semplice rispettare l’obbligo di non assembramento e mantenere la distanza di sicurezza gli uni dagli altri.

A Palermo, per iniziativa del centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS, diverse associazioni e singoli cittadini hanno sottoscritto un documento volto a dimostrare le criticità che durante l’emergenza attuale colpiscono gli stranieri, i richiedenti asilo, i senza fissa dimora e i lavoratori ammassati negli insediamenti rurali. Il documento chiede l’intervento del legislatore affinché, in un momento delicato come questo, vengano trovate soluzioni concrete per garantire a tutti le stesse tutele volte a evitare il contagio.

Ad Atlanta, l’associazione “Love beyond walls” insieme al rapper Lecrae ha installato 15 lavandini per la città al fine di permettere anche ai senzatetto il rispetto delle norme igieniche volte a scongiurare il contagio del coronavirus, assicurando in ognuna di queste postazioni rifornimenti di cibo e bevande per gli “invisibili della società”.

Durante questa pandemia emerge ulteriormente la vulnerabilità di coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Secondo l’Unhcr sono 70 milioni i migranti nel mondo e di questi quasi un terzo sono richiedenti asilo. In questo momento non si può trascurare che la maggior parte di essi è accolta da Paesi i cui sistemi di assistenza medica, approvvigionamento idrico e servizio igienico-sanitario sono meno efficienti e pare sempre più evidente che la risposta al coronavirus deve riguardare anche loro. L’Europa non può ignorare le migliaia di famiglie che affollano gli hotspot delle isole greche.

Medici senza frontiere, attraverso la voce del Coordinatore medico in Grecia Hilde Vochten, ha fatto sapere che il diffondersi del virus all’interno degli stessi avrebbe esiti disastrosi e il pericolo che questo accada è elevatissimo considerato che in alcuni campi c’è un solo rubinetto per 1300 persone e famiglie di 5/6 persone vivono in capanne di 3 metri quadrati circa. Non vi è dunque alcuna possibilità di rispettare le misure per prevenire la diffusione del virus tra i 42.000 richiedenti asilo che vivono nelle isole greche e la diffusione del virus al loro interno avrebbe conseguenze catastrofiche che i governi europei e le coscienze di tutti noi non dovrebbero permettere.

Eppure ogni governo in questo momento sta agendo pensando ai propri cittadini come un insieme coeso, tutti apparentemente tutelabili con l’imposizione di semplici regole da rispettare. E quando queste regole non bastano, anche l’apparenza finisce per venir meno e alcuni Stati non fanno mistero sui criteri guida ai quali rifarsi per la salvezza dei propri cittadini, una scala di priorità di cui tener conto che finisce per escludere ancora una volta i più vulnerabili.

È il caso di diversi Stati statunitensi, come riporta Avvenire, che hanno escluso i soggetti affetti da malattie polmonari e scompensi cardiaci, o ancora i disabili psichici, dal diritto a un respiratore in caso di contagio. «I medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva in generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita», è questo quanto emerge dalle disposizioni statali contro le quali diverse associazioni stanno sollevando polemiche.

Non sappiamo ancora in che modo si evolverà la situazione in tutto il mondo, ma i presupposti e i fatti non lasciano ben sperare. Ancora una volta ci saranno fortunati e sfortunati, o semplicemente meritevoli di cure e meno meritevoli, uomini e donne di serie A e altri di serie B. In questo momento di fragilità diffusa e ritrovato tempo per la riflessione, vivere la quarantena in maniera differente gli uni dagli altri e renderci conto che non tutti avremmo le stesse opportunità in caso di contagio del virus, dovrebbe aprirci gli occhi. La speranza è che chi sopravviverà vorrà un mondo migliore di quello che la pandemia ci lascerà alle spalle, un mondo in cui nessuno venga lasciato indietro e in cui ci si rialza tutti insieme tirando su anche chi già prima faticava a farlo.


Di Grazia Lombardo (Foto in copertina di Alice Castiglione)

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Redazione

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