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Giappone Vs. Usa: Pearl Harbor

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Di Antonio Di Dio – Il 7 dicembre 2019 ricorre l’anniversario dell’attacco giapponese alla base navale della marina americana di Pearl Harbor nelle Hawaii, nell’Oceano Pacifico, accaduto ben 78 anni fa, nel 1941. Un fatto che avvenne dopo il fallimento dei negoziati tra Giappone e Stati Uniti a causa di idee divergenti dei due Paesi sugli interessi in Cina.

Pearl Harbor è un porto militare che si trova nell’isola hawaiiana di Oahu, più precisamente nella Contea di Honolulu. L’attacco aereo, senza una preventiva dichiarazione di guerra, da parte dei giapponesi alla base americana di Pearl Harbor, dunque con effetto sorpresa, decretò l’entrata in guerra degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. L’attacco fu concepito e guidato dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto che in quel momento si trovava nella baia di Hiroshima (a bordo della corazzata Nagato): l’Operazione Hawaii, conosciuta in codice come Operazione Z.

Il 7 dicembre 1941, alle 8:00 del mattino, mentre i diplomatici giapponesi e statunitensi negoziavano ancora a Washington, la squadra navale dell’ammiraglio Nagumo attaccò la base statunitense.

Alle 7:55 i velivoli con la palla rossa del Sol Levante, 183 tra bombardieri in picchiata e in quota, aerosiluranti e caccia di scorta, presero di mira le 96 navi della Us Navy ormeggiate inermi lungo i moli. I samurai del cielo, facendo seguito al messaggio in codice «Tora! Tora! Tora!» («Tigre! Tigre! Tigre!»), attaccarono la flotta americana del Pacifico. E continuarono a farlo, quasi indisturbati, fino alle 8.40. Alle 8.54 una seconda ondata di 171 aerei riprese a bersagliare la base navale.

Nella baia si trovavano 8 corazzate, 9 incrociatori, 28 cacciatorpediniere e 5 sottomarini statunitensi; non aspettandosi un attacco, la metà delle batterie della difesa contraerea era disarmata e le navi tenevano i fuochi spenti: 8 corazzate, 3 incrociatori, 3 cacciatorpediniere furono posti fuori combattimento. In conseguenza dell’attacco il Giappone si assicurò il controllo del Pacifico centro-occidentale, dalle Hawaii a Singapore e dalle Filippine all’Australia.

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Questa operazione provocò all’opinione pubblica una forte tensione e un sentimento di odio verso il Giappone, tanto che l’allora presidente Franklin Delano Roosevelt tenne un discorso celebre in cui parlò di giorno dell’infamia. Quello fu probabilmente uno dei più grandi attacchi che gli Stati Uniti abbiano mai subito nel corso della loro storia militare, paragonabile per portata storica, per perdita delle vittime e per racconto post guerra alla celebre sconfitta dell’impero romano a Canne da parte di Annibale. Una sconfitta ricevuta sul proprio suolo, importantissima per numero delle vittime, catastrofica, un vero e proprio affronto mai dimenticato dalla popolazione statunitense.

Questo evento segnò la storia, cambiò la sorte degli eventi poiché gli statunitensi non erano intenzionati ad entrare in guerra, soprattutto non lo era la popolazione americana, ma dopo l’attacco tutto cambiò. L’attacco non solo aprì un nuovo fronte delle ostilità ma vide quindi anche l’ingresso in scena della principale potenza economico-industriale sulla scena mondiale: gli Stati Uniti, che già da tempo, sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, sostenevano con armi e mezzi le forze alleate contro le dittature dell’Asse.

‘’Ieri, 7 Dicembre 1941, una data segnata dall’infamia, gli Stati Uniti d’America sono stati improvvisamente ed intenzionalmente attaccati dalle forze aeree e navali dell’Impero del Giappone. Gli Stati Uniti erano in pace con questo paese (…) Non importa quanto tempo occorrerà per riprenderci da questa invasione premeditata, il popolo americano con tutta la sua forza riuscirà ad assicurarsi una vittoria schiacciante’’ disse il presidente americano Franklin D. Roosevelt durante il suo celebre discorso alla nazione, per giustificare l’ingresso in guerra. L’ingresso in ogni caso era considerato inevitabile da parte del governo americano, poiché non si poteva permettere di lasciare gli alleati occidentali da soli a fronteggiare il pericolo nazi-fascista, con per di più il ‘’pericolo sovietico’’ che iniziò ad affacciarsi in Europa in quel periodo.

La guerra sottomarina di Hitler, che volle stroncare l’arrivo di rinforzi oltreoceano, orientò da tempo le scelte interventiste statunitensi, rompendone il fronte isolazionista e il principio di neutralità; l’offensiva giapponese e l’eco di indignazione che essa suscitò nel Paese e nella sua memoria e coscienza fu quindi la goccia decisiva.

In poco più di un’ora i 350 aerei partiti dalla porta aerei giapponesi inflissero pesanti danni alla flotta del Pacifico, provocò circa 2400 morti americani tra civili e personale della marina militare, 1178 feriti, 12 navi affondate e 164 aerei abbattuti. Inoltre 188 sono in generale gli aerei danneggiati, ben 5 corazzate e 10 navi tra corazzate, cacciatorpediniere e incrociatori, un fallimento totale. L’impero giapponese invece subì appena 64 morti, 5 navi affondate e 29 aerei distrutti, una vittoria che andò ben oltre le loro aspettative.

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Dunque una disfatta colossale per gli Stati Uniti, con danni pesantissimi, e fu invece una vittoria su larga scala per l’Impero giapponese che da quel momento iniziò a far paura.

Tuttavia ancora oggi ci si chiede perché i giapponesi non fecero un secondo attacco, come tutti all’interno del loro Impero volevano. Ciò rimane un enigma storico ancora misterioso, proprio come nel caso di Annibale, il quale dopo la clamorosa vittoria a Canne non sfoderò un secondo attacco decisivo contro l’Impero Romano. Molti ufficiali giapponesi credevano in realtà che lo scopo che si prefissavano fosse stato raggiunto solo a metà; la persona che si oppose fu l’ammiraglio Nagumo, il quale all’epoca ebbe pieni poteri sull’attacco e con le corazzate americane devastate era convinto che l’attacco fosse un successo clamoroso e non volle mettere a rischio il risultato raggiunto. In particolare non sapeva dove fossero le portaerei americane, temeva un contrattacco; inoltre non aveva perso alcuna nave e non voleva perderle bensì rientrare con zero perdite. Per cui fu considerato un rischio non necessario. Un errore decisivo per l’Impero Giapponese: la capacità dell’America di rifornire e riparare le sue navi da guerra rimase intatta. Inoltre i letali sommergibili della flotta del Pacifico furono liberi di colpire le imbarcazioni giapponesi.

24 ore dopo il massacro, l’8 dicembre, gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone, 3 giorni dopo la Germania e gli alleati dell’Asse dichiararono invece guerra all’America. Gli Stati Uniti reagirono con le battaglie delle Midway (4-6 giugno 1942) e tra l’Agosto e il Settembre del 1942 a Guadalcanal, nelle isole Salomone, gli statunitensi riuscirono a fermare l’avanzata del Giappone verso l’Australia, avanzata che i giapponesi avevano attuato occupando isola dopo isola.

Il 6 Agosto del 1945 gli Stati Uniti sganciarono la prima bomba atomica su Hiroshima, il 9 Agosto quella a Nagasaki, con decine di migliaia i civili uccisi, determinando la vittoria degli alleati sull’Asse ben 4 anni dopo l’attacco a Pearl Harbor. Ma gli effetti della bomba atomica divennero una delle pagine più buie della nostra storia: una tragedia impossibile da dimenticare e che è doveroso ricordare.


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Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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