American Rescue Plan, cosa prevede il piano USA per la ripresa

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L’American Rescue Plan, il piano di stimolo americano di 1900 miliardi di dollari, è stato siglato l’11 marzo scorso dal Presidente Biden. I suoi effetti sull’economia saranno sostanziosi.


L’American Rescue Plan – che potremmo definire una sorta di finanziaria monstre – ha avuto un lungo e travagliato percorso per giungere all’approvazione finale. Il Congresso ha definitivamente approvato il Piano nella giornata del 10 marzo scorso, permettendo al Presidente Joe Biden di chiudere l’iter legislativo, con la sua firma, nel giorno successivo.

Le dimensioni economiche del Piano, il suo budget e i settori toccati sono numerosi: in tal senso, proveremo a riassumerne i principali. Prima di analizzare i contenuti del Piano, esaminiamo per un momento le sue dimensioni: queste toccano l’8 per cento del Pil statunitense e, se sommiamo i precedenti due stimoli, ossia quello di Trump da 2000 miliardi e quello da poco effettuato di 900 milioni, il risultato in percentuale sul Pil raggiunge la soglia del 20 per cento. Giusto per fare chiarezza, il solo piano di stimolo firmato da Biden è più grande dell’intero prodotto interno lordo italiano. Il confronto con i 750 milioni europei è imbarazzante.

Iniziamo col dire che alcuni provvedimenti bandiera non hanno superato lo scoglio dell’approvazione dei due rami parlamentari: è questo il caso, ad esempio, della proposta di salario federale minimo a 15 dollari rilanciata, fra gli altri, dal senatore Sanders. La parte sul salario minimo è stata stralciata e difficilmente, dati gli equilibri parlamentari attuali, vedrà la luce nel prossimo futuro. Un’altra questione abbastanza discussa, e poi in parte disinnescata, è stata la presenza di una riforma delle aliquote fiscali, fortemente sostenuta dalla senatrice Warren, che spingeva a portare l’aliquota della tassazione sulle imprese dal 21 per cento al 28 per cento: la relativa discussione continuerà nei prossimi mesi.

Il contenuto del Rescue Plan

Il contenuto del provvedimento spazia tra diversi settori. Il cuore del Piano è l’assegno da 1.400 dollari destinato a ogni singolo americano il cui reddito rientri nei 75.000 dollari annui, 150.000 per le coppie. Diversamente dagli stimoli precedenti, il sussidio sarà ricevuto da ogni maggiorenne nel Paese. Altro stimolo fondamentale è il sussidio di disoccupazione, portato a 300 dollari settimanali, fino al 6 settembre di quest’anno. 

Dal punto di vista fiscale, vengono introdotti una serie di crediti fiscali per i figli a carico, così come l’abbattimento della fiscalità per i prestiti universitari. Dal punto di vista delle coperture fiscali, vengono aumentate le aliquote sulle imprese di grandi dimensioni e nei confronti di soggetti altamente benestanti e il ritorno fiscale è minimo, appena 60 milioni, ma abbastanza simbolico per la misura. Un’altra piccola fonte di approvvigionamento delle risorse viene dalla riduzione della soglia di non imponibilità fiscale per gli intermediari finanziari (ad esempio PayPal). Il ritorno economico stimato sarebbe di circa 8,4 milioni nel prossimo decennio: anche questa può essere considerata una manovra simbolica.

Vengono introdotte una serie di garanzie per sostenere le piccole imprese e vengono trasferiti fondi per 350 milioni alle autorità locali per prevenire blocchi alle relative spese. Una parte sostanziosa della “manovra” è destinata agli investimenti sull’edilizia scolastica e nel settore immobiliare nel suo complesso.

Sono inoltre presenti ingenti risorse per il settore sanitario generalmente considerato e, in particolare, per il contrasto alla pandemia e la campagna vaccinale. Fra queste misure spicca il rafforzamento dell’Healthcare e, nello specifico, del Medicaid. Risorse sono previste, infine, per investimenti nel settore dei trasporti, nel digitale e in quello agricolo. Come è possibile vedere, siamo di fronte a un vastissimo programma di stimolo dell’economia, fondato su una corposa parte di sussidi e una parte di sostegno agli investimenti.

Gli effetti potenziali del piano

Gli effetti potenziali vanno diversificati fra il settore interno e l’economia globale. A livello interno, uno studio della Columbia University, in particolare del Center on Poverty & Social Policy, ha valutato che il Piano ridurrebbe la povertà negli Stati Uniti di circa un terzo. Le stime degli effetti su crescita e occupazione sono abbastanza positivi: è previsto un aumento del Pil del 6,5 per cento per l’anno in corso, il più grande rimbalzo dell’economia americana dal 1984. Per il settore dell’occupazione il Piano prevede la creazione di circa 7 milioni di posti di lavoro, sia per via diretta attraverso la spinta degli investimenti, sia per la spinta data dalla ripartenza dell’economia nel suo complesso.

Ovviamente, questo forte pacchetto di stimoli avrà effetti importanti sia sul deficit che sul debito pubblico. Riguardo gli effetti sulla crescita di questi due parametri, è di particolare interesse quanto scritto dal Premio Nobel all’economia Paul Krugman, il quale sostiene che non soltanto è necessario fondarsi sul deficit pubblico per le misure appena attuate, ma che la spesa in deficit debba costituire la stella polare per un nuovo periodo di investimenti nelle infrastrutture per creare e irrobustire una crescita nel lungo periodo. Dal suo punto di vista il debito, dati i tassi attuali, non solo sarebbe sostenibile, ma verrebbe lentamente coperto attraverso la crescita.

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Le stime dell’OCSE sul Rescue Plan

Dati interessanti, seppure parzialmente differenti, arrivano circa gli effetti interni del Piano da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). L’OCSE, nell’interim report del suo Economic Outlook, pubblicato qualche giorno fa, ha rilasciato tutta una serie di dati molto interessanti. Innanzitutto, il Piano aumenterà la crescita negli USA di circa il 3-4 per cento rispetto a quanto previsto in precedenza; l’effetto sul mercato del lavoro sarà un recupero secco di 3 milioni di posti di lavoro, grazie alle misure previste nel piano con ulteriori effetti positivi da valutare attraverso il rafforzamento della domanda aggregata e, quindi, a cascata della produzione.

La pubblicazione sostiene come la “manovra” del Presidente Biden dovrebbe riportare l’economia americana sulla traiettoria di crescita che avrebbe avuto in assenza della pandemia: dovrebbe, quindi, chiudere il gap economico creato dal Covid-19. Nella pubblicazione è inoltre presente una prima stima degli effetti che il provvedimento americano potrebbe creare a livello globale. Al riguardo, viene indicato come la crescita globale potrebbe beneficiare di un aumento di circa un punto percentuale nel suo complesso con divaricazioni circa il livello di integrazione delle varie economie nazionali rispetto a quella statunitense. Paesi come il Canada (0,5-1 per cento) e il Messico (0,5-1 per cento) vedrebbero la loro crescita trainata in modo più sostanzioso rispetto ai Paesi europei (0,25-0,5 per cento) o alla Cina (0,25-0,5 per cento).

A questi effetti andrebbero, poi, sommati quelli ciclici che la ripresa economica americana avrebbe dopo la spinta iniziale. I rischi di questa spinta, indicati dall’OCSE, sarebbero l’incremento del debito americano e una spinta di breve periodo sull’inflazione. Riguardo questa possibilità, viene indicato come il surriscaldamento dell’economia dovrebbe mantenersi quasi esclusivamente sul breve periodo, per tornare in seguito sul solco di bassa inflazione che sembra ormai irreversibile nelle economie contemporanee. 

In conclusione, è possibile osservare come l’American Rescue Plan si configuri come una reale manovra di stimolo economico di “vecchia scuola” keynesiana. L’Amministrazione Biden ha puntato tutte le sue fiches sulla domanda aggregata interna attraverso politiche economiche fiscali di stimolo basate sul traino dei consumi. Operando in questo modo e con questo potenziale, gli USA si caratterizzano nuovamente come la reale locomotiva economica mondiale, assumendosi gli oneri che questo comporta. Allo stesso tempo, portando fuori dalle secche la propria economia prima degli altri Stati, avranno dei vantaggi rispetto agli altri Paesi. La speranza è che gli Stati Uniti abbiano successo e che il loro esempio possa essere compreso sull’altra sponda dell’Atlantico.


Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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